di Fabrizio Melodia (*) (da “La Bottega del Barbieri”)

Un biglietto d’ andata e di eterno ritorno. Come l’«Odissea» ha conquistato tutto: dal cinema, alla TV e alla cultura nerd.

C’è una ragione precisa per cui, tremila anni dopo, continuiamo a raccontarci la storia di un uomo che vuole solo tornare a casa. Non è epica militare, come l’«Iliade»: è un romanzo d’avventura, di sopravvivenza, di identità che si perde e si ritrova — «Nessuno» è il nome che Odisseo si dà per salvarsi, ed è anche la definizione più elegante mai scritta di un eroe che esiste solo nel racconto che fa di sé. Non stupisce che la cultura pop, da Joyce agli anime giapponesi, non abbia mai smesso di riscriverla. Quello che segue è un piccolo atlante delle sue reincarnazioni, tra letteratura alta, teleromanzi d’antan e cartoni animati che ci hanno traumatizzato da bambini. 

Alla fine, considerazioni, pazzie e smottamenti temporali sull’ ultima incarnazione «The Odissey» di Christopher Nolan, con un post scriptum su un nome che fu presagio.

Joyce, o l’Odissea senza il mare

Cominciamo dal punto più lontano possibile dal Mediterraneo: la Dublino del 16 giugno 1904. L’«Ulisse» di James Joyce non è un adattamento, è un trapianto d’organi: prende la struttura in diciotto episodi del poema omerico e la innesta in una singola giornata qualunque, quella di Leopold Bloom, ebreo dublinese, agente pubblicitario, marito cornificato con dignità. Non c’è Polifemo, c’è un pub pieno di nazionalisti ubriachi; non c’è Circe, c’è un bordello e un’allucinazione psichica lunga un intero capitolo scritto in forma di copione teatrale. Joyce capovolge la logica stessa dell’omaggio: l’eroismo non sta nel viaggio straordinario, ma nella resistenza quotidiana di un uomo mite in un mondo ostile. È l’Odissea riletta come antropologia del banale — e proprio per questo resta uno dei modi più radicali in cui la cultura occidentale ha deciso di tradire fedelmente Omero: portandolo altrove pur di tenerlo vivo.

Il sacro sceneggiato: l’«Odissea» RAI del 1968

Se c’è un’opera che ha traumatizzato (nel senso migliore) un’intera generazione di italiani, è lo sceneggiato Rai «Odissea», andato in onda in otto puntate tra il 24 marzo e il 5 maggio 1968, in prima serata sul Programma Nazionale, la domenica alle 21. Fu un evento nel senso pieno del termine: oltre sedici milioni e mezzo di spettatori, un gradimento dell’83%, e il primato di prima produzione Rai girata a colori — anche se il pubblico dell’epoca la vide comunque in bianco e nero, perché la tv a colori in Italia sarebbe arrivata solo nel 1977. Una beffa quasi omerica, se ci si pensa: un’opera policroma condannata, per anni, a un unico registro visivo, un po’ come Odisseo che racconta la propria storia sapendo che nessuno, davvero, potrà vederla come l’ha vissuta lui.

Dietro la macchina da presa, la regia di Franco Rossi, affiancato da Piero Schivazappa e — dettaglio che fa impazzire i cinefili — Mario Bava, che diresse per intero l’episodio di Polifemo curandone fotografia ed effetti speciali insieme a Carlo Rambaldi (sì, quello di «E.T.» e di «Alien»). Nei panni di Ulisse, l’attore jugoslavo Bekim Fehmiu, praticamente sconosciuto prima di allora e diventato, grazie a questo ruolo, il divo più celebre del suo Paese; al suo fianco una straordinaria Irene Papas come Penelope. Nel cast, una giovanissima Barbara Bach — futura Bond girl — nei panni di Nausicaa. Ogni puntata era introdotta dalla voce solenne di Giuseppe Ungaretti, ottantenne, che leggeva alcuni versi del poema con un’autorevolezza da vero rapsodo: un espediente semplice e geniale, che trasformava la tv generalista in un rito quasi liturgico. Per intere generazioni di italiani, il volto del Ciclope firmato Bava resta il primo vero incontro con l’orrore in prima serata — altro che «Stranger Things».

«2001», o l’Odissea proiettata nel futuro

Nello stesso periodo in cui la Rai riportava Omero in salotto, Stanley Kubrick faceva l’operazione opposta: prendeva il titolo — non la trama — e lo scagliava nel 1968 direttamente nello spazio profondo. «2001: Odissea nello spazio» non racconta il ritorno di un eroe, ma il viaggio della specie umana verso qualcosa di incomprensibile quanto gli dèi dell’Olimpo; HAL 9000, il computer che si ribella, è il ciclope della modernità: un occhio solo, rosso, che osserva e giudica. Non è un caso che il titolo sia diventato da allora sinonimo universale di “avventura nello spazio siderale” — un cortocircuito semantico che avrebbe conseguenze dirette, tredici anni dopo, su un cartone animato che moltissimi italiani di una certa età ricordano con un misto di nostalgia e leggero terrore.

Ulisse 31: l’Odissea nel XXXI secolo

Ed eccoci al pezzo forte per chiunque sia cresciuto davanti alla tv italiana degli anni Ottanta: «Ulisse 31» (Ulysse 31), serie animata franco-giapponese del 1981, creata da Jean Chalopin e Nina Wolmark, prodotta da DIC Audiovisuel insieme allo studio giapponese Tokyo Movie Shinsha — la stessa factory che avrebbe poi sfornato altri classici dell’animazione anni Ottanta. Ventisei episodi, character design di Shingo Araki (occhi enormi, ovviamente), mecha design di Shoji Kawamori, e un’idea di base folle e perfetta: trasportare il poema omerico nel XXXI secolo.

La trama ricalca l’originale con fedeltà quasi filologica nella struttura, tradendola completamente nell’estetica: Ulisse, comandante dell’astronave «Odyssey» — un gigantesco anello che strizza platealmente l’occhio (è proprio il caso di dirlo) al design di «2001» — uccide il Ciclope per salvare un gruppo di bambini schiavizzati, tra cui suo figlio Telemaco. Gli dèi dell’Olimpo, per punirlo, cancellano dalla memoria del computer di bordo Sirca la rotta per la Terra, condannando l’equipaggio all’animazione sospesa: solo Telemaco e la piccola aliena Themis restano svegli, ad accompagnare Ulisse in un’odissea interstellare fatta di pianeti alieni al posto delle isole del Mediterraneo e mostri meccanici al posto dei mostri mitologici. È probabilmente il caso più puro di “omaggio nerd” all’Odissea: un’opera che non cita Omero per prestigio culturale, ma lo usa come scheletro narrativo su cui costruire pura fantascienza per ragazzi, con tanto di sigla in italiano — cantata dalla Superband — che ancora oggi qualcuno canticchia senza sapere bene perché se la ricordi così bene.

Le parodie Disney: da Paperodissea a Topodissea

Se c’è una casa editrice che ha trattato i classici della letteratura come un parco giochi permanente, è naturalmente quella di Topolino, l’edizione italiana del personaggio disneyano. La prima incursione disneyana nell’Odissea risale al 1961, con «Paperodissea», scritta da Guido Martina — il “padre” delle parodie Disney italiane, lo stesso dell’«Inferno di Topolino» — e disegnata da Pier Lorenzo De Vita: non un’ambientazione in Grecia antica, ma un adattamento contemporaneo con Paperino nei panni di un Ulisse suo malgrado, tra i dintorni di Paperopoli.

Decenni dopo, nel 2013, «Topolino e Gambadilegno in: la lunga fuga» di Tito Faraci e Marco Gervasio userà l’Odissea in modo più obliquo: ambientata negli anni Trenta, racconta di due galeotti in fuga che si uniscono a una compagnia teatrale ambulante costretta a recitare le scene più famose del poema omerico — meno “parodia diretta”, più mise en abyme del mito dentro il fumetto.

E poi, nel 2018, arriva «Topodissea» di Roberto Gagnor e Donald Soffritti, pubblicata su «Topolino» numeri 3272 e 3273; in seguito venne ristampata in edizione De Luxe: probabilmente la riscrittura disneyana più amata dai lettori giovani, capace di restare fedele alla struttura del viaggio — Polifemo, Circe, le Sirene, il ritorno a Itaca — mescolando gag tipicamente disneyane a una sceneggiatura sorprendentemente rispettosa della fonte. Da segnalare anche una piccola perla laterale, «Topolino e il ritorno del Cavallo di Troia», storia contemporanea imperniata sul recupero (immaginario) del leggendario cavallo dai fondali marini: la prova che persino la preistoria del mito, la guerra di Troia, continua a fornire materiale narrativo a distanza di millenni.

 Coen, videogiochi e altri ritorni a Itaca

L’elenco potrebbe continuare a lungo. «Fratello, dove sei?» (O Brother, Where Art Thou? del 2000) dei fratelli Coen trasporta liberamente l’Odissea nel profondo Sud americano degli anni della Depressione, con George Clooney nei panni di un evaso di prigione invece che di un reduce di guerra — le Sirene diventano lavandaie ammalianti, il Ciclope un venditore ambulante con una benda sull’occhio e un bastone chiodato. Nel mondo dei videogiochi, «Assassin’s Creed Odyssey» (2018) ambienta un intero open world nella Grecia del V secolo a.C., mentre il cinema hollywoodiano continua a tornare periodicamente su Circe, Polifemo e le Sirene ogni volta che serve un archetipo di “viaggio iniziatico” riconoscibile a colpo d’occhio — dal fantasy young adult ispirato a Percy Jackson fino ai riferimenti sparsi in serie animate e manga che, senza mai citare Omero per nome, ne riciclano volentieri la geografia simbolica: l’isola-tentazione, il mostro-prova, il ritorno rimandato all’infinito.

 Perché non la finiamo mai di raccontarla

C’è qualcosa di quasi ironico — nel senso strutturale del termine, non aneddotico — nel fatto che un poema sul nostos, sul ritorno a casa, sia diventato l’archetipo narrativo più itinerante della storia della cultura occidentale: passa da Dublino allo spazio profondo, dalla Rai al Mississippi, dai fumetti di Topolino ai controller dei videogiochi, senza mai davvero “arrivare”. Forse è proprio questo il segreto della sua sopravvivenza: l’Odissea non racconta un viaggio che finisce, racconta il desiderio stesso di tornare — ed è un desiderio che ogni epoca, ogni medium, ogni generazione di nerd ha bisogno di riscrivere a modo suo. Itaca, in fondo, non è mai il punto d’arrivo. È la scusa per continuare a partire.

Nolan: io ero con lui dal primo trailer, e non mi vergogno a dirlo

Confessione d’apertura, tanto la conoscete già: sono cresciuto a pane e Odissea, quindi quando ho scoperto che Nolan si sarebbe misurato con Omero, ho fatto un piccolo naufragio emotivo. Tre ore di kolossal su Ulisse dirette dall’uomo della superlativa trilogia di Batman, di «Interstellar» e «Oppenheimer» (giusto per citare a caso) sono un sogno ad occhi aperti per chiunque, da ragazzino, abbia amato più i mostri marini che i compiti delle vacanze.

E infatti, appena vista la notizia, il mio primo pensiero non è stato “chissà come sarà” ma «finalmente qualcuno tratterà il poema con lo stesso rispetto ossessivo-compulsivo che Nolan riserva ai suoi tesseract e alle sue timeline invertite». Non mi sbagliavo: il regista ha rispettato la struttura in tre macro-atti con una fedeltà quasi maniacale, Telemachia compresa, incastrando dentro la propria consueta narrazione “a strati” persino gli inserti sulla guerra di Troia. In pratica: Nolan ha trattato Omero come se fosse un altro dei suoi puzzle temporali. Il che – detto poi da uno che ha visto «Tenet» tre volte solo per capire l’ordine cronologico degli eventi – è un complimento enorme.

La cosa che mi intriga di più però è che il film scelga la strada meno scontata per un kolossal mitologico: niente epica di plastica, luccicante e patinata, ma un’operazione dichiaratamente anti-epica e malinconica, dalle tonalità scure,una fotografia volutamente sporca, a tratti persino horror, in contrasto con il mare e gli ambienti isolani. Ed è qui che Nolan interpreta davvero a suo modo: perché in fondo tutti vogliamo vedere un’Odissea “bella”, eroica, da cartolina; invece Nolan ci porta in un viaggio più simile all’incubo febbrile che a un’avventura da “bignami” scolastico. Una scelta coraggiosa che ha reso il film divertente, piacevole ed emozionante, senza alcun cedimento o falle nel tessuto narrativo.

Ho letto di alcune critiche che hanno tacciato Nolan di superficialità o di manierismo. Direi di metterci una pietra sopra. Il cinema, – con buona pace di Platone che vedeva nella realtà copia di una copia – si fonda sull’estetica aristotelica e quindi adatta, ricrea, purifica attraverso la sua visione. Il cinema non potrà mai e poi mai essere copia esatta della letteratura, come per altro il fumetto: sono due modi di comunicare completamente diversi, con linguaggi, stili, grammatica e sintassi. Chi va al cinema, vedrà una idea di fondo interpretata in modo visivo. Certo, c’è chi fa letteratura raccontando per immagini. E chi invece usa registri diversi. Sappiamo bene le ardite e meravigliose metafore che usa Omero. Ed ecco Nolan scegliere di essere cinematografico fino in fondo creando una Odissea filmica. Spero che questo sia uno stimolo in più per leggere i classici, una attività che farebbe bene all’ anima e alla conoscenza, vista la profonda ignoranza e incapacità di lettura che oggigiorno sembra diffondersi come un virus.

Vorrei aggiungere che uno scrittore, poeta, pittore drammaturgo e saggista italiano come Alberto Savinio (fratello di Giorgio De Chirico) – forse il più “greco” tra gli autori italiani che abbracciarono il surrealismo facendo sentire la propria voce – rese manifesto poetico e letterario la “superficialità”, una leggerezza tutta mediterranea, contrapponendosi alla oscura, polverosa, seriosa e inconsistente profondità dell’ accademismo di certi regimi che periodicamente fanno la loro ricomparsa.

Qualche perplessità resta anche a me, come la presenza forte di Agamennone, l’assenza di Aiace e di Achille. Mi é mancata Nausicaa e l’astuzia di Nessuno. Ma se l’imperfezione è il prezzo da pagare per vedere finalmente un regista prendere sul serio il viaggio di Ulisse invece di ridurlo a semplice sfondo per un peplum d’annata, io firmo subito. Lo dico sempre: le opere davvero interessanti sono quelle “meravigliosamente imperfette” — non quelle levigate a specchio. E se persino Nolan, il maestro del controllo assoluto, ha accettato di perdersi un po’ nel mare aperto del mito, beh è la miglior notizia che potessi ricevere da appassionato di avventure omeriche.

PS su una curiosità che si perde nel film e forse può interessare a qualcuno.

C’è un dettaglio che Omero stesso non lascia al caso: il nome Odisseo nasce da un gioco etimologico inserito nel poema. Nel libro XIX dell’Odissea, il nonno materno Autolico — mercante scaltro e forse vero antenato spirituale dell’astuzia dell’eroe — racconta di aver dato al nipote quel nome perché lui stesso, nella vita, si era procurato molti odi: odyssámenos, “essendosi inimicato molti”. La radice è il verbo greco odýssomai,: “odiare”, “essere in collera con”. Odisseo, letteralmente, è «colui che è oggetto d’ira» o, in una lettura più attiva, «colui che semina odio», l’uomo che si porta dietro il rancore degli altri come una condanna di famiglia.

È un’etimologia folk, probabilmente costruita a posteriori dallo stesso Omero per dare un senso al nome — ma è anche perfettamente calzante: l’intero poema è la storia di un uomo perseguitato dall’ira di un dio, Poseidone, per aver accecato suo figlio Polifemo. Il nome diventa profezia e diagnosi insieme: Odisseo è, sin dalla nascita, l’uomo destinato a essere odiato.

Curioso anche il destino latino del nome: i Romani lo trasformarono in Ulixes (da cui il nostro Ulisse) quasi certamente attraverso una mediazione etrusca — le fonti attestano una forma Uthuze — che ha smussato la radice greca dell’odio fino a renderla irriconoscibile. È un’ironia linguistica non da poco: il nome che nasce per ricordare quanto un uomo sia inviso al mondo, attraversando secoli e alfabeti, finisce per suonarci oggi come sinonimo stesso del viaggio, della nostalgia, del ritorno. L’odio si è perso per strada. È rimasto solo il viaggio.


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