Le recenti elezioni a Berlino e nei due piccoli land della ex DDR (oltre che in Svezia) smentiscono, a mio modesto avviso, molti degli stereotipi diffusi interessatamente dai soliti noti (e sfortunatamente presenti anche nel cosiddetto “popolo della sinistra”). Certamente non sono le urne elettorali a poter modificare i rapporti di forza tra le classi, ma costituiscono un indicatore importante degli umori della “gente”, a partire da quelli della nostra classe.

  1. Il primo stereotipo è che l’ascesa dell’estrema destra dell’ultimo decennio sia un fenomeno inarrestabile, una specie di evento “naturale” legato a fattori strutturali che non è possibile invertire senza che avvenga qualcosa di “epocale”. Indubbiamente esiste una chiara tendenza verso l’estrema destra su scala mondiale, dai paesi “occidentali” alla Russia, dall’Ucraina al mondo islamico, dall’India all’Africa, che ha le sue radici nella crisi post 2008. Ma questa tendenza è tutt’altro che univoca e priva di contraddizioni, e soprattutto non ha nulla di inarrestabile.
  2. Il secondo è che la crisi della democrazia liberale borghese porti con sé un sempre maggiore allontanamento dall’attività politica (compresa la partecipazione alle elezioni) di ampi settori di massa, in particolare tra i proletari. Il dato tedesco, svedese, nordamericano, ecc. va, mi sembra, in senso esattamente contrario.
  3. Il terzo riguarda la cosiddetta “corsa al centro”. Particolarmente diffuso in Italia (dove si continuano a fabbricare leggi-truffa elettorali per fare in modo che ciò avvenga) presuppone che tutti gli schieramenti (che poi significa DUE, visto che molti fanno fatica a contare fino a tre, quattro, ecc.) escludano le loro ali “estreme” per poter vincere le elezioni. Già messo in crisi dalla crescita dell’estrema destra, finalmente c’è qualche segnale che anche a sinistra si comincia a non crederci più. Anche se su questo terreno la strada sarà ancora lunga e impervia, soprattutto qui in Italia.
  4. Il quarto riguarda i giovani. Sarebbero i più qualunquisti, individualisti, spoliticizzati. Vecchio come il cucco. Se si escludono gli anni tra il ’68 e la fine degli anni Settanta, (quando era fin troppo lampante che si trattava di una sciocchezza) è sempre stato il refrain che ci hanno propinato sulle generazioni “teddy boy-yuppies-edonisti-paninari-millenial”, ecc. Salvo poi scoprire che sono quelli che hanno le posizioni più progressiste. Semmai siamo noi “vecchi”, generazione di ex o pseudo “rivoluzionari”, a corroborare l’altro stereotipo: a vent’anni incendiario, a cinquanta pompiere.
  5. Il quinto riguarda la presenza d’immigrati: più immigrati significa spostamento a destra, crescita del razzismo e dell’intolleranza, ecc. In realtà pare succedere esattamente l’opposto. Le metropoli (ed in genere le aree più ricche ed avanzate, che attirano immigrati) castigano l’estrema destra e premiano le forze antirazziste, da Berlino a New York, da Parigi a Milano, da Barcellona ad Istanbul. Sono le aree semi-rurali o rurali, depresse, con meno immigrati, che gonfiano le forze razziste d’estrema destra.

Last but not least. Non è uno stereotipo diffuso, ma è una piccola “moda” in alcuni settori della “compagneria”. Esiste da sempre, fin dai tempi delle “colonie anarchiche” ottocentesche, passando per le Comuni hippies degli anni Sessanta e Settanta. Su questo punto voglio togliermi un sassolino dalla scarpa, polemizzando con una certa sinistra (compresi alcuni miei compagni di “fede”) verdeggiante, campagnola, ascetico-ruralista. L’idiotismo rurale è, nonostante i progressi dell’informatica che mette tutt* in comunicazione col mondo, un fatto difficilmente superabile. L’aria della città rende liberi, si diceva nel Medio Evo, e pour cause. Le metropoli sono le culle del cambiamento, non le “isole” di “comunismo” sparse tra l’Appennino, le Alpi o qualche bella collina poco popolata (o, mi scuso coi compagni zapatisti, che mi sono comunque simpatici, la Selva Lacandona). Nelle metropoli industriali e “terziarie” circolano le idee, si vivono realtà sociali significative e concrete, nascono le lotte di massa. Lì è il crogiuolo dove possono nascere le rivoluzioni. Nei paesini, nella campagna, tra le montagne c’è sempre o quasi sempre stagnazione, conservatorismo, “passatismo”. Per cui, bando alla rassegnazione e al pessimismo e rimbocchiamoci le maniche.

NEC SPE NEC METU


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