Il land di Berlino ha circa 3,7 milioni di abitanti. Quasi il doppio della Sassonia-Anhalt (dove si è votato la settimana scorsa) e quasi il triplo del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove si è votato oggi (insieme a Berlino). Il netto successo della Linke (il Partito della Sinistra, più o meno analogo a Rifondazione Comunista qui da noi) nella più importante delle elezioni locali (si tratta di un raddoppio in termini di voti, percentuali e seggi) è, per i giornalai locali e tedeschi, secondario rispetto alla vittoria dell’estrema destra nello staterello dell’ex DDR. A Berlino la Linke è diventata il primo partito, superando la CDU e relegando l’estrema destra in terza posizione. Tenuto conto che Berlino da sola conta, numericamente (non diciamo politicamente) quanto i due piccoli lander messi insieme, non può non stupire il diverso trattamento riservato alla storica vittoria della Linke nella capitale rispetto alla vittoria dell’estrema destra in due piccoli land marginali. In realtà non è esatto parlare di “stupore”. Al di là dei titoli interessati di giornali-carta igienica (tipo Il Giornale, Libero, Il Tempo) che non legge praticamente nessuno e sarebbero già morti senza i contributi statali, sono i giornali (e le TV) mainstream, cosiddette di “centro” (come Repubblica, Il Corriere, La Stampa) che continuano a mantenere alta l’attenzione verso ogni forma di espressione d’estrema destra (vedi il battage pubblicitario a quel povero mentecatto di Vannacci negli ultimi mesi). In parte, credo, c’è calcolo politico: la destra moderata, il cosiddetto centro (e buona parte del centro-sinistra) hanno un ovvio interesse a gridare “al lupo, al lupo” (col rischio di gonfiare sempre più il lupo stesso): spaventare gli elettori meno cavernicoli (o addirittura progressisti) per far sì che si turino occhi, naso e orecchie e votino “utilmente” per le forze liberali (conservatrici o “progressiste”) per fare “da diga” al fascismo in ascesa. Dall’altra c’è la deformazione professionale: fa più audience parlare dell’ondata (vera o presunta) neofascista che dell’ascesa della sinistra. Soprattutto se è una sinistra che non propone di espropriare i capitalisti e di impiantare i soviet ovunque. Comunque, se non mi stupisco, mi incazzo comunque per la scarsa “professionalità” di giornali, tv, commentatori, opinionisti, ecc.

Ma veniamo ai dati di Berlino. La Linke più che raddoppia i suoi risultati del 2023, passando dal 12,2 al 25,3% dei voti. Se a questi aggiungiamo, pur con molta cautela, il 4,8% della lista “rossobruna” della BSW (scissione di destra della Linke, non presente tre anni fa, che probabilmente ha una base elettorale che si “sente” di sinistra) si supera il 30%. La debacle di Verdi e Socialdemocratici (che perdono insieme circa il 10% dei voti) è ampiamente compensata, quindi, dallo spostamento a sinistra. Il vero perdente è la CDU democristiana, che governava la capitale tedesca: -9,2%, in gran parte andati all’estrema destra dell’AfD (+6,7%) che però non decolla. Tenuto conto che anche i liberali del FDP perdono voti (-2%) si può dire che, diversamente dai due land minori di cui sopra, l’estrema destra non riesce a incamerare tutti i voti in fuga dalla destra “normale” (circa il 60% dei transfughi sceglie AfD). Mi sembra un ottimo segnale, che ci può far dire che, schematicamente, la radicalizzazione in corso (almeno a livello elettorale, ma non solo) in Germania, non è detto che abbia solo un segno “di destra”. Certo, la Linke non è certo come gli Spartachisti di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, ma è comunque un partito riformista di sinistra (con componenti rivoluzionarie minoritarie, ma non ininfluenti, com’era Rifondazione Comunista fino al 2006/08), ben più “radicale” di Verdi e SPD. In attesa dei dati definitivi, previsti per domattina, è già una piccola soddisfazione, in un quadro già sufficientemente fosco.

Vittorio Sergi


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