di Majid Daoudagh

Verrà un giorno in cui, a Brescia, non ce ne sarà più nessuno.

Non perché saranno tornati.

Quelli di ieri non tornano.

Muore prima il paese dentro di loro,

poi muoiono loro.

Se ne andranno in silenzio, uno dopo l’altro,

dalle case dove hanno abitato per una vita

senza sentirsi mai arrivati.

Chiuderanno porte che non hanno mai sentito davvero loro.

E quando l’ultimo avrà chiuso la sua,

resteranno le chiavi.

Solo le chiavi.

Passeranno nelle mani dei figli,

poi nelle mani dei nipoti,

finché qualcuno le getterà via

senza sapere che un tempo

quelle chiavi aprivano una casa

e che quella casa aveva un odore,

una madre,

un cortile,

un ragazzo che non voleva partire.

Chiavi di porte morte

in un paese che non sa più

dove siano quelle porte.

Un giorno un figlio dirà:

«Mio padre era un emigrante.»

Lo dirà senza dolore.

Come si dice una professione,

una data di nascita,

una malattia guarita.

Non saprà

che prima di essere suo padre

quell’uomo era un ragazzo.

Aveva gambe veloci,

mani giovani,

una voce che riempiva la casa.

Credeva che partire

fosse soltanto andare via.

Non sapeva

che si può partire da un luogo

e restarci dentro per tutta la vita.

Non sapeva

che la terra lasciata indietro

avrebbe continuato a seguirlo,

silenziosa,

fino al letto dove sarebbe morto.

Verrà storia

che di loro resterà soltanto

un modo sbagliato di pronunciare i nomi.

Dicevano «Casablanca»

come se dentro quella parola

ci fosse ancora la cucina di casa,

la voce della madre,

la polvere sulle scarpe,

un’estate che non era ancora finita.

A Brescia nessuno la pronunciava così.

E dicevano «Brescia»

con l’accento di chi chiede permesso

anche quando è già morto.

Sono invecchiati qui.

Ma non sono mai diventati vecchi qui.

La loro età è rimasta altrove.

Il loro orologio

si è fermato all’ora della partenza.

Per questo, forse,

ogni tanto guardavano l’ora

come se aspettassero

che qualcosa tornasse indietro.

Nelle tasche portavano fotografie.

Fino all’ultimo.

Volti di morti,

volti di vivi che non li riconoscevano più,

volti che loro continuavano a ricordare

anche quando nessuno ricordava più loro.

Ricordavano per due.

A volte per un’intera famiglia.

Ogni volta che raccontavano il passato,

noi pensavamo che lo stessero ricordando.

No.

Lo stavano seppellendo.

Ancora.

Ogni racconto era un funerale

e loro erano contemporaneamente

il morto,

il prete

e l’unico che piangeva.

Non piangevano il paese.

Questo lo abbiamo capito troppo tardi.

Piangevano se stessi

quando ancora si appartenevano.

Piangevano il proprio nome

prima che diventasse straniero

sulla propria bocca.

Piangevano la firma

scritta male all’anagrafe,

il cognome deformato,

la prima volta che qualcuno

li chiamò

e loro si voltarono

solo dopo aver capito

che stavano chiamando loro.

La sera

si sedevano accanto alla finestra.

Guardavano la strada.

Contavano i passanti

come si contano gli anni:

uno,

due,

tre…

Nessuno tornava.

Eppure continuavano a guardare.

Non aspettavano una persona.

Aspettavano la prova

di essere esistiti.

Volevano che qualcuno passasse

e dicesse soltanto:

«Ti conosco.

Eri qui.»

Nient’altro.

Non era la morte

a farli paura.

La morte, forse,

era la cosa più semplice.

Avevano paura di morire

e di non lasciare dietro di sé

nemmeno un testimone.

Di essere stati giovani

senza che nessuno lo sapesse.

Di aver amato

senza che nessuno ricordasse chi.

Di aver avuto una casa

che un giorno avrebbe avuto un altro nome.

Di morire

e diventare, per i propri figli,

soltanto:

«Mio padre era un emigrante.»

Una frase.

Tre secondi.

Una vita intera

ridotta a una frase.

E così verrà storia.

Non nei libri.

Non nelle fotografie.

Non nei racconti dei figli,

perché anche i figli dimenticano.

Verrà storia

in una finestra di Brescia

che continuerà a guardare verso Casablanca

anche quando dentro non ci sarà più nessuno.

Una finestra aperta.

Una stanza vuota.

Una sedia.

E forse, sul tavolo,

una vecchia chiave

che nessuno avrà il coraggio

di buttare via.

Perché nessuno saprà

che quella chiave

non apriva più una porta.

Apriva un uomo.

E quell’uomo

non c’è più.


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