Al momento, il movimento degli scarafaggi che per tre mesi ha messo sotto forte pressione il governo Modi, pare sedato – anche a seguito delle dimissioni del ministro dell’istruzione Pradhan, primo bersaglio di esso. Ma è egualmente utile svolgere qualche considerazione a riguardo, e sul contesto in cui questo movimento di protesta nasce, perché la sua vicenda, insieme a molte altre, mostra che anche l’ impetuoso sviluppo del capitalismo nell’Asia degli ultimi decenni sta avvicinandosi ai suoi limiti.
Chi sono i parassiti?
In India, a metà dello scorso maggio, viene lanciato sulla piattaforma social X il “Partito degli Scarafaggi”, il Cockroach Janta Party (CJP). L’iniziativa è partita da Abhijeet Dipke, un Dalit emigrato e laureato alla Boston University. È una risposta ironica alle ingiurie espresse da un giudice della Corte Suprema che aveva paragonato a scarafaggi e parassiti della società “i giovani disoccupati che non riescono a trovare lavoro, a volte diventano giornalisti o attivisti e poi attaccano tutti”.
Il CJP raccoglie subito oltre 25 milioni di follower e contribuisce a dar voce alle proteste degli studenti contro il malfunzionamento dei corsi universitari e l’alto livello di disoccupazione tra i giovani laureati, proteste riaccese dal recente scandalo del concorso “Neet” (l’esame di ammissione a medicina). Due milioni e duecentomila studenti in competizione per circa 140.000 posti avevano sostenuto l’esame, poi annullato per una fuga di notizie.
Si crea un movimento che mobilita centinaia di migliaia di manifestanti in tutto il paese. Da Delhi la protesta si propaga a diverse città dell’India, Jaipur, Amritsar, Bengaluru e Hyderabad, Bengaluru, Kolkata, Guwahati, Shillong, Dimapur, Ahmedabad, Thiruvananthapuram, Jammu e in alcune zone dell’Uttar Pradesh. Roccaforte del movimento al di fuori di Delhi è lo stato occidentale del Maharashtra che, nella capitale Mumbai e a Pune, ospita enormi hub tecnologici, industriali e finanziari, e attira milioni di studenti e neolaureati nei suoi grandi e prestigiosi poli universitari. (1)
Di fronte al disseminarsi e dilagare della protesta, lo stato della borghesia indiana decide di dare il via alla repressione.
Il 20 luglio, la polizia attacca con lacrimogeni e manganelli il corteo di oltre diecimila persone diretto verso il Parlamento di Delhi; diverse decine i feriti, tra i manifestanti e i poliziotti. La repressione poliziesca continua il 21 e il 22.

Il movimento si ferma – temporaneamente (?) – quando il 25 luglio, a seguito delle sue pressioni, il ministro dell’Istruzione, Pradhan, si dimette.
Ma … Pradhan è sostituito da Pralhad Joshi, un altro politico di estrema destra del BJP, membro di lunga data del Rashtriya Swayamsevak Sangh, una milizia nazionalista indù nota per i violenti linciaggi delle minoranze. Rimangono inoltre insoddisfatte le altre richieste del movimento: una nuova legge sugli esami pubblici, la revisione dell’Agenzia nazionale per i test, una carta dei diritti degli studenti, l’innalzamento al 50% della rappresentanza femminile nel governo dell’Unione, la nomina dei giudici da parte del Parlamento (2). Una serie di rivendicazioni di riforme democratiche, e anti-corruzione.
Il movimento CJP ha raccolto il sostegno di alcune organizzazioni di agricoltori indiani, come il Samyukta Kisan Morcha (SKM) (3) – che dal 2020 fino al 2025 ha guidato le proteste su larga scala che hanno costretto il governo a revocare una serie di leggi agricole strangolatorie – e il BKU (Ekta Ugrahan) (4). Il 27 luglio gli agricoltori organizzati da quest’ultimo sono giunti a Nuova Delhi a bordo di trattori-rimorchio per allestire cucine comunitarie gestite dai contadini, in appoggio agli studenti che intendono presidiare le piazze a oltranza.
Nelle campagne del Punjab, dell’Haryana e dell’Uttar Pradesh, i piccoli agricoltori vendono o ipotecano i propri terreni e si indebitano pesantemente con le banche per pagare le rette universitarie e i corsi di preparazione ai concorsi per i figli. Lo scandalo dei test NEET truccati o annullati è visto dai piccoli contadini come un danno economico diretto alle finanze familiari e come il furto dell’unica via di riscatto sociale.
L’appoggio di massa dei contadini al CJP ha quindi la sua ragion d’essere proprio nella comune matrice di classe: contadine le famiglie, figli di contadini coloro che hanno avviato la protesta. Certo, gli studenti che aspirano ad entrare nelle università – insultati e derisi come rifiuti da scartare e gettare via – non saranno magari i figli degli agricoltori più poveri; ma anche gli strati più bassi dei contadini vedono nello spudorato razzismo sociale della classe dominante indiana un segno chiarissimo della sua volontà di mantenere il tallone di ferro ben schiacciato sulla schiena di milioni di contadini poveri. Vietato alzare la testa! Vietato aspirare a qualcosa di diverso dal duro sfruttamento quotidiano! Questo è il messaggio della borghesia alla massa sterminata degli sfruttati indiani, un messaggio ben compreso dal movimento di protesta studentesco e dalle famiglie contadine da cui gli studenti provengono.
Condizione giovanile, disoccupazione, emigrazione
Mentre la forza lavoro totale ha un tasso di disoccupazione basso (intorno al 3,1%), il tasso di disoccupazione dei giovani (15-29 anni) sale a circa il 9,9%. La disoccupazione colpisce di più chi ha studiato: quasi il 40% dei giovani laureati sotto i 25 anni risulta disoccupato, poiché i pochi posti formali disponibili richiedono specializzazioni tecniche (come l’AI, l’informatica avanzata o la manifattura hi-tech) che i programmi scolastici tradizionali spesso non forniscono (5). Ogni anno in India entrano nel mondo del lavoro circa 12 milioni di giovani (15-29 anni). Ma i nuovi posti di lavoro del settore formale occupati dai giovani sono solo 1,1-1,2 milioni, mentre si calcola che per il settore informale i nuovi posti siano circa 10,8 milioni. Di questi circa la metà finisce nel lavoro autonomo o in piccole imprese familiari (artigianato, commercio locale, agricoltura di sussistenza). Una quota massiccia alimenta la Gig Economy urbana (rider, autisti di piattaforme digitali, servizi a chiamata), settore che cresce a ritmi elevatissimi (+38% lo scorso anno) (6), ed è diventato il principale ammortizzatore sociale per i giovani delle città. Ma a quale prezzo? Lavorano fino a 12 ore al giorno per salari orari netti di 40-60 rupie (0,37-0,55 euro).
Queste condizioni di lavoro non sono condizioni straordinarie, atipiche per il mercato del lavoro indiano. Infatti ben l’80-85% di tutti salariati indiani sono lavoratori “informali” (7), il che significa mancanza di tutele di ogni genere, compresa la previdenza sociale, salari e condizioni di lavoro misere.
Il contesto sociale
Il terreno su cui nascono le attuali proteste dei giovani studenti è caratterizzato da profonde diseguaglianze sociali, aggravate dal persistere della divisione in caste e dalla discriminazione, promossa dall’ideologia nazional-religiosa Hindutva sostenuta dal primo ministro Modi, che penalizza le altre religioni e in particolare quella musulmana, discriminazioni codificate in norme legislative (8).
L’India è il primo paese del mondo per popolazione: 1,45 miliardi. L’età media è di 29 anni: oltre il 40% degli indiani, circa 600 milioni, ha meno di 25 anni. Il che significa che la società indiana possiede un enorme potenziale di sviluppo umano. Il suo “livello di sviluppo umano”, però, la colloca oggi al 130° posto su 193 paesi. In ogni caso, in quanto società capitalistica, il potenziale umano viene utilizzato come e quando serve alla produzione di profitto. L’unico freno concreto a questo utilizzo di centinaia di milioni di proletarie e proletari indiani come semplice merce è costituito dalla lotta di classe, la classe degli sfruttati contro quella degli sfruttatori. Quest’ultima, la borghesia indiana, si è premunita da decenni per contrastare le potenzialità di lotta delle masse sfruttate, e lo ha fatto grazie alla enorme disponibilità di forza lavoro di riserva e alla disgregazione della forza-lavoro occupata più concentrata (quella dell’industria), processo avviato dagli anni 1980, e la sua trasformazione in forza lavoro informale. Oltre il 90% delle unità produttive informali ha oggi meno di 5 addetti, e la media nazionale si attesta ad appena 1,8 – 2 lavoratori per unità (9).
Così anche il forte e persistente tasso di crescita del PIL indiano (+6-8%), che negli ultimi anni ha superato addirittura quello cinese non si traduce in migliori condizioni di vita e di lavoro per le masse lavoratrici del paese.
Quanta parte della ricchezza totale generata è accaparrata dai grandi ricchi (cioè dalla grande borghesia)? qual è la condizione della classe operaia e delle masse contadine?
L’1% più ricco della popolazione indiana controlla il 22,6% del reddito nazionale. Il 10% più ricco detiene il 57,7% del reddito nazionale, mentre il 50% più povero ne possiede solo il 15%. Questa disuguaglianza è la più alta al mondo. (10)
La “quarta economia mondiale” per il peso del suo PIL (11) si colloca al 105° posto su 127 paesi in termini di fame (12); oltre il 70% delle famiglie lavoratrici in India non è in grado di acquistare il minimo nutriente di cibo (come legumi, verdure e proteine).
Detto ciò, non sorprende che l’India sia il primo paese al mondo per numero annuo di emigrati, mediamente 2,5 milioni.
È questo, dunque, il segreto dei tambureggianti incrementi del PIL indiano, il segreto del “progresso” di questo paese, la radice dei suoi indubbi successi capitalistici. Ed è questo sviluppo che comincia a presentare il conto al governo e alla borghesia indiana, mostrando crescenti contraddizioni sociali. Se la radice della ricchezza del paese è lo sfruttamento di milioni e milioni di contadini e di “salariati informali”, questi dicono sempre più chiaramente: vogliamo la nostra parte, non siamo disposti ad accettare che la ricchezza e la possibilità di accedere a lavori migliori sia accaparrata per intero dai rampolli della classe dominante.
Ecco, a grandi linee, il contesto sociale che genera il continuo fermento tra le masse contadine, i lavoratori dell’industria, i giovani… di cui abbiamo riferito in una serie di articoli.
La scommessa su cui poggia la capacità di difesa delle enormi masse di oppressi e sfruttati dell’India è il collegamento delle lotte settoriali, specifiche, da quelle dei piccoli contadini e dei braccianti, alle operaie/i del tessile, della siderurgia, ai lavoratori della Gig economy, alle lavoratrici ASHA, agli studenti…
Le recenti proteste di piazza degli “Scarafaggi” sono state ufficialmente sospese il 25 luglio 2026. La tregua è attualmente a forte rischio a causa di un’ondata di arresti compiuti dalla polizia. La repressione statale potrebbe spingere il movimento a cercare alleanze con le organizzazioni dei lavoratori, e ad innalzare il proprio obiettivo da sindacal-studentesco a messa in discussione dell’apparato statale della borghesia indiana. Questo purtroppo non è avvenuto in occasione delle rivolte studentesche nel vicino Bangladesh.
Riuscirà il movimento degli studenti indiani a non cadere nella trappola democratico-elettorale come è accaduto ai loro compagni bengalesi? I partiti indiani di opposizione strizzano l’occhio al movimento. Con centinaia di milioni di elettori sotto i 35 anni, tra cui milioni di elettori al primo voto, i giovani rappresentano un boccone elettorale appetitoso, e cruciale in vista delle prossime elezioni.
I veri parassiti
Ma, torniamo “alle origini” … Con le sue sprezzanti dichiarazioni, il presidente della Corte suprema indiana ha, senza volerlo, sollevato una questione politica cruciale. Chi, nell’economia dello stato indiano (e di qualsiasi altro stato della borghesia), produce effettivamente la ricchezza di cui tutti gli altri dipendono? Chi sono i veri parassiti? Chiede giustamente l’attivista per i diritti civili, Anand Teltumbde. (13)
«Secondo la teoria di Marx del valore-lavoro: tutto il valore è prodotto esclusivamente dal lavoro; il plusvalore – l’eccesso prodotto rispetto a quanto necessario al lavoratore per sopravvivere – viene appropriato da coloro che possiedono i mezzi di produzione e da coloro la cui funzione è quella di mantenere tale appropriazione: lo Stato, la Chiesa, il sistema giuridico. Il Presidente della Corte Suprema, secondo questa analisi, non è un produttore di valore sociale. È, nel senso classico del termine, un membro della classe parassitaria, peraltro generosamente remunerata.»
E, aggiungiamo noi, un esponente di una borghesia che ha completamente interiorizzato la mentalità e la concezione razzista propria dell’aristocrazia britannica, il cui squallido retaggio di colonialismo, razzismo e disprezzo sociale si ritrova oggi nei comportamenti della classe dominante dell’India.
Note
(1) Fonte: Deutsche Welle, 23.07.’26
(2) Attualmente, i giudici della Corte Suprema e delle Alte Corti indiane vengono nominati attraverso il cosiddetto “Sistema del Collegium”, un organo interno composto dagli stessi giudici di grado più elevato. L’obiettivo dei manifestanti è quello di un controllo democratico e politico sulla magistratura, tramite appunto il parlamento.
(3) Il SKM è un enorme fronte unico (un’umbrella body che unisce oltre 400 o 500 organizzazioni), e include anche importanti sindacati di braccianti senza terra e lavoratori agricoli giornalieri (come l’All India Kisan Khet Mazdoor Sangathan o l’All India Kisan Mazdoor Sabha).
(4) La stragrande maggioranza degli iscritti al BKU (Ekta Ugrahan) è composta da piccoli contadini (small and marginal farmers). BKU collabora regolarmente con Punjab Khet Mazdoor Union (il sindacato dei braccianti). Storicamente ha sostenuto scioperi dei braccianti, ha lottato congiuntamente per l’assegnazione di terre comuni e ha coniato lo storico slogan delle loro proteste: “Mazdoor-Kisan Ekta Zindabad” (Lunga vita all’unità tra lavoratori e contadini).
(6) Fonte: Economic Survey 2025-2026; nel 2024-2025 i lavoratori della Gig economy erano 12 milioni, il 2% della forza lavoro totale. Per il 2030 si prevede possano raggiungere 21 e i 23,5 milioni, il 6,7% della forza lavoro non agricola del Paese.
(7) “La maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che il 93-95% della forza lavoro totale dell’India è costituito da lavoratori informali. Di questi, quasi la metà sono classificati come “lavoratori autonomi”. Escludendo da questi i piccoli imprenditori, i piccoli commercianti, gli appaltatori e così via, più dell’80-85% di questa popolazione è costituita da salariati informali, come ha dimostrato la ricerca di Breman nel Gujarat, i cui risultati possono essere estesi a tutta l’India.” Specifichiamo però anche chegià nel 2010 “I cosiddetti ‘lavoratori autonomi’ costituivano il 56% della popolazione lavorativa totale, ma più dell’85% di loro svolge in realtà forme nascoste di lavoro salariato.” – cfr. Towards the History of the Working Class Movement in Delhi, Abhinav Sinha, 2024.
(8) La Citizenship Amendment Act (CAA) del 2019 abbinata al National Register of Citizens.
(9) https://link.springer.com/article/10.1007/s41027-023-00450-9; https://www.dataforindia.com/unorganised-manufacturing/;
(10) Dati del World Inequality Report 2024, confermati nel report 2026.
(11) Per PIL a parità di potere d’acquisto (PPP) l’economia indiana sarebbe già al 3° posto, dietro Cina e Stati Uniti, secondo Drishti, https://www.drishtiias.com/daily-updates/daily-news-analysis/india-as-the-worlds-fourth-largest-economy.
(12) Dati “Global Hunger Index – Indice Globale della Fame”, “National Family Health Survey” e National Statistical Office.
(13) Frontline the Hindu, 9 giugno 2026, https://frontline.thehindu.com/columns/surya-kant-parasite-remark-unemployment/article71041381.ece?utm_source=relatedstories&utm_medium=article&utm_campaign=trackRelArt
da: https://pungolorosso.com/2026/08/06/india-alcune-considerazioni-sul-movimento-degli-scarafaggi/
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