Dal laboratorio dello Zhejiang alla proposta di “investire sulle persone”: perché crescita economica e riduzione delle disuguaglianze stanno diventando sempre più difficili da conciliare.
da Dazibao
Negli ultimi anni la leadership cinese ha fatto della prosperità comune (共同富裕) uno degli obiettivi centrali del proprio progetto economico e sociale.
La prosperità comune non è stata definita come semplice redistribuzione fiscale, ma come un progetto di trasformazione complessiva della società e dell’economia. La prosperità comune riguarda innanzitutto l’aumento dei redditi delle fasce più basse, il rafforzamento dei salari, l’espansione della classe media e la riduzione delle disparità territoriali e sociali.
Accanto alla dimensione del reddito, assume un ruolo centrale anche l’accesso ai servizi pubblici. Istruzione, sanità, assistenza agli anziani e welfare locale non vengono considerati soltanto strumenti di protezione sociale, ma anche come investimenti nel capitale umano.
Un altro pilastro riguarda il rapporto tra città e campagne. Ridurre il divario urbano-rurale vuol dire rafforzare l’integrazione tra territori e creare nuove opportunità nelle aree agricole.
La prosperità comune non viene perseguita contro la crescita economica, ma attraverso una sua trasformazione qualitativa. Innovazione tecnologica, manifattura avanzata, economia digitale e aumento della produttività restano elementi centrali. L’obiettivo non è fermare la crescita, ma farla evolvere in modo che produca benefici più ampi, più stabili e socialmente più inclusivi.
Gli obiettivi sono ambiziosi e il governo centrale cinese sottolinea ormai da anni la centralità di questa politica. Eppure una recente conferenza di Li Shi, uno dei principali studiosi cinesi delle disuguaglianze e preside dell’Istituto per la Prosperità Comune dell’Università dello Zhejiang, mostra i limiti di quanto è stato fatto fino ad oggi. Perché, al di la degli slogan, a spinta cinese verso la “prosperità comune” in Cina continua a scontrarsi con la realtà dell’aumento delle disuguaglianze.
Lo Zhejiang come laboratorio
Lo Zhejiang, dove Li Shi è preside dell’istituto per la Prosperità Comune, non è un luogo a caso: regione costiera a sud di Shanghai, dal 2021 lo Zhejiang è stato ufficialmente designato dal Comitato Centrale del PCC e dal Consiglio di Stato come “Zona Dimostrativa per la Prosperità Comune attraverso uno Sviluppo di Alta Qualità” (高质量发展建设共同富裕示范区). Non è solo un progetto pilota locale: è il principale laboratorio nazionale incaricato di sperimentare politiche che, se considerate efficaci, potranno essere estese al resto della Cina.
Il piano prevedeva due scadenze:
- entro il 2025: progressi “sostanziali e visibili”;
- entro il 2035: raggiungimento sostanziale della prosperità comune nella provincia
Lo Zhejiang ospita Alibaba, Geely, Hikvision e migliaia di imprese manifatturiere e tecnologiche. Il settore privato pesa più della media nazionale nell’economia provinciale. Pur essendo ricca, la provincia presenta differenze urbane-rurali meno marcate rispetto ad altre regioni cinesi.
Nel 2025 lo Zhejiang aveva un reddito disponibile pro capite di 70.240 yuan, con 81.649 yuan per i residenti urbani e 45.154 yuan per quelli rurali. Il rapporto urbano-rurale era quindi 1,81, in calo per il tredicesimo anno consecutivo. È un valore basso per gli standard cinesi, che a livello nazionale registrano un rapporto urbano rurale di 2,34.
Per questo Pechino la considera un ambiente favorevole per sperimentare nuove politiche redistributive, e la leadership cinese ha già in passato usato lo Zhejiang come laboratorio di nuove politiche. Nel 2003 Xi Jinping, un dirigente provinciale dello Zhejiang all’epoca relativamente poco conosciuto, ha elaborato una strategia destinata a plasmare il futuro dello Zhejiang e una parte significativa della visione di sviluppo della Cina contemporanea. Li Qiang, allora segretario generale del Comitato provinciale del Partito dello Zhejiang e oggi premier cinese, è stato attribuito un ruolo di contributore alla stesura e alla chiarificazione della strategia.
Quella strategia si chiamava 八八战略 (Bābā zhànlüè), la “Strategia Otto-Otto”.

All’inizio degli anni Duemila lo Zhejiang era già una delle province più dinamiche della Cina. La regione aveva beneficiato enormemente delle riforme economiche avviate da Deng Xiaoping, sviluppando un tessuto produttivo basato su migliaia di piccole e medie imprese private.
Le città di Wenzhou, Ningbo, Yiwu e Hangzhou erano diventate simboli dell’imprenditorialità cinese. Le esportazioni crescevano rapidamente, i distretti industriali prosperavano e il reddito medio era tra i più elevati del paese.
Dietro questo successo, tuttavia, iniziavano ad emergere problemi strutturali.
L’industria era ancora fortemente concentrata su produzioni a basso valore aggiunto. Nel 2003, il tasso di valore aggiunto dell’industria manifatturiera su larga scala dello Zhejiang era solo del 22,8%, 20 punti percentuali in meno rispetto a quello della Corea del Sud.
L’inquinamento ambientale aumentava rapidamente. Le risorse energetiche erano insufficienti rispetto alle esigenze produttive. Alcune aree rurali rischiavano di restare indietro rispetto alle città costiere. Inoltre, la provincia dipendeva in misura crescente dalle esportazioni e dagli investimenti.
La risposta a questi squilibri prese la forma della 八八战略: identificare otto vantaggi fondamentali dello Zhejiang e trasformarli in otto direttrici strategiche di sviluppo. Non si trattava di un piano economico tradizionale, non fissava soltanto obiettivi quantitativi di crescita ma cercava di definire un modello di sviluppo complessivo.
Lo Zhejiang doveva valorizzare il proprio sistema di economia di mercato, sfruttare la vicinanza a Shanghai e al Delta dello Yangtze, modernizzare i suoi distretti industriali, ridurre il divario tra città e campagne, proteggere l’ambiente, sviluppare l’economia marittima, migliorare la qualità della governance e investire nel capitale umano.
Dietro questa impostazione si nascondeva un principio che sarebbe diventato una costante della futura leadership di Xi: la convinzione che lo sviluppo economico non possa essere separato dalla governance politica, dalla coesione sociale, dall’innovazione tecnologica e dalla sostenibilità ambientale.
Uno degli aspetti più innovativi della strategia era l’idea che il successo economico non potesse essere misurato esclusivamente attraverso il PIL. Per gran parte degli anni Novanta molte amministrazioni locali avevano perseguito la crescita ad ogni costo. Nello Zhejiang si comincia a sperimentare una fase diversa, che prenderà il nome di sviluppo di alta qualità.
Le industrie più inquinanti e meno efficienti dovevano essere progressivamente sostituite da produzioni più avanzate. Questa filosofia venne sintetizzata nell’espressione 两只鸟论, la ““teoria dei due uccelli””:
- 腾笼换鸟, letteralmente “svuotare la gabbia per cambiare uccello”, ma concettualmente può essere tradotta come “sostituire il vecchio con il nuovo”. In altre parole: liberarsi delle attività industriali obsolete per fare spazio a settori più produttivi e tecnologicamente avanzati.
- 凤凰涅槃, letteralmente “la fenice raggiunge il Nirvana”, o la “rinascita della fenice”, cioè la trasformazione del modello di crescita economica orientato ad una industria ad alto valore aggiunto.
Negli anni successivi molte imprese dello Zhejiang iniziarono a investire in ricerca, automazione e innovazione. L’economia provinciale si trasformò gradualmente da una piattaforma manifatturiera a basso costo a uno dei principali centri tecnologici del paese.
Non è un caso che proprio nello Zhejiang siano nate aziende come Alibaba, Geely, DeepSeek, Unitree e numerosi campioni nazionali della manifattura avanzata.
Un altro elemento fondamentale della strategia riguardava il rapporto tra città e campagne. Lo Zhejiang non presentava le disuguaglianze territoriali estreme osservabili in altre regioni della Cina, ma il rischio di una crescente polarizzazione era comunque presente.
Per questo la provincia lanciò il programma “Mille Villaggi Dimostrativi, Diecimila Villaggi Riqualificati”. L’obiettivo non era semplicemente migliorare le infrastrutture rurali, ma trasformare le campagne in luoghi economicamente vitali e socialmente attrattivi.
Molte delle politiche oggi associate alla “rivitalizzazione rurale” nazionale trovano le proprie origini proprio in questa esperienza. Quando Pechino parla di modernizzazione agricola, servizi pubblici nelle campagne e integrazione urbano-rurale, sta riprendendo pratiche sperimentate per anni nello Zhejiang.
Ma forse l’aspetto più frainteso della 八八战略 riguarda il ruolo attribuito al settore privato. In Occidente la leadership di Xi viene frequentemente descritta come ostile all’imprenditoria privata. L’esperienza dello Zhejiang racconta una storia più complessa.
La strategia non cercava di sostituire il mercato con lo Stato. Cercava piuttosto di utilizzare il dinamismo del mercato all’interno di una direzione strategica definita dal governo. Le imprese private continuavano a essere il motore dell’innovazione e della crescita. Lo Stato, tuttavia, assumeva il compito di orientare gli investimenti, costruire infrastrutture, coordinare lo sviluppo territoriale e correggere gli squilibri sociali.
Questa combinazione tra iniziativa privata e pianificazione strategica è probabilmente uno degli elementi più caratteristici del modello cinese contemporaneo.
Il vero significato della 八八战略 emerge osservando la Cina di oggi. Lo sviluppo di alta qualità, la prosperità comune, la rivitalizzazione rurale, l’innovazione tecnologica, la transizione ecologica e persino l’enfasi sul capitale umano sono tutti temi che affondano le proprie radici nello Zhejiang dei primi anni Duemila.
In altre parole, molti contenuti del Pensiero di Xi Jinping sull’economia derivano dalla Strategia del Doppio Otto.
Il doppio problema della prosperità comune
Arrivando però al presente, secondo Li Shi la Cina si trova davanti a un dilemma fondamentale: da una parte la crescita economica rallenta, dall’altra le disparità di reddito, patrimonio e opportunità restano profonde. In queste condizioni, perseguire la prosperità comune diventa sempre più difficile.
Per Li Shi la prosperità comune non significa semplicemente avere uno Stato più ricco o più potente:
“La prosperità comune può quindi essere valutata lungo due dimensioni.
La prima dimensione è quella della prosperità: la Cina deve raggiungere i suoi obiettivi di prosperità dichiarati per fasi, prima entro il 2035 e poi entro il 2050 [che sarebbero: raggiungere lo status di paese moderatamente sviluppato entro il 2035 e di entrare a far parte dei paesi sviluppati entro il 2050].
La seconda dimensione è quella della condivisione: tutti dovrebbero partecipare equamente ai frutti dello sviluppo economico e sociale, e le varie forme di disparità dovrebbero essere ridotte, senza però scadere nell’egualitarismo.
Nella dimensione della prosperità, tre variabili sono fondamentali per il benessere e lo sviluppo umano: reddito, accumulazione di beni e livello dei servizi pubblici. Nella dimensione della condivisione, la questione è se queste tre variabili siano ampiamente ed equamente distribuite all’interno della società. Ciò significa ridurre le disparità di reddito, diminuire le disuguaglianze nell’accumulazione di beni e garantire pari accesso ai servizi pubblici di base”.
Per raggiungere questo obiettivo la Cina deve riuscire a fare due cose contemporaneamente: aumentare la ricchezza complessiva del paese e distribuire meglio i frutti della crescita.
In altre parole, occorre sia ingrandire la torta sia dividerla meglio. Entrambi gli obiettivi, tuttavia, stanno diventando più difficili da raggiungere.
Negli ultimi vent’anni la Cina è passata da tassi di crescita annuali vicini al 10% a livelli attorno al 5%. Un rallentamento prevedibile per un’economia ormai matura, ma che pone nuove sfide.
La crescita dei redditi familiari è diminuita sensibilmente:
“Dal 2013, il nostro gruppo di ricerca ha completato tre cicli di indagini nazionali sul reddito familiare nel 2013, 2018 e 2023. Queste indagini dividono il decennio in due periodi di cinque anni: 2013-2018 e 2018-2023. Sulla base dei dati dell’indagine, il tasso di crescita reale annuo medio del reddito familiare si è attestato intorno all’8% nel primo periodo, un livello relativamente elevato. Nel secondo periodo, tuttavia, è sceso al di sotto del 5%, con un calo di oltre tre punti percentuali. Tra questi, il 10% dei percettori di reddito più basso ha registrato una crescita media annua del reddito inferiore al 2%, mentre anche la crescita del reddito tra i gruppi a reddito medio è risultata debole”.
I salari urbani stanno aumentando più lentamente rispetto al passato:
“Sulla base degli stessi dati di tre cicli di indagine, abbiamo anche esaminato la crescita salariale urbana. Dal 2013 al 2018, il tasso medio annuo di crescita reale dei salari per i lavoratori urbani si è attestato intorno all’8%. Nel quinquennio successivo, il tasso di crescita è diminuito di circa tre punti percentuali, con un calo ancora più marcato tra i lavoratori a basso salario”.
I consumi delle famiglie che restano deboli:
“Nel 2024, il tasso di crescita medio mensile delle vendite al dettaglio totali di beni di consumo si è attestato intorno al 3%. Le misure di stimolo a breve termine introdotte alla fine del 2024, compresi i programmi di permuta, hanno fornito una spinta temporanea. Tra marzo e giugno 2025, il tasso di crescita medio mensile delle vendite al dettaglio ha superato il 4%. Da luglio in poi, tuttavia, la crescita dei consumi ha continuato a indebolirsi, scendendo al di sotto dell’1% entro dicembre. Ciò suggerisce che le misure di stimolo a breve termine possono generare solo effetti temporanei. Non sono in grado di sostenere una crescita dei consumi a lungo termine
Anche il tasso di consumo delle famiglie è rimasto persistentemente basso. Non si tratta di un fenomeno recente, bensì di un problema strutturale di lunga data. Nel 2004, i consumi delle famiglie rappresentavano oltre il 40% del reddito nazionale. Tra il 2004 e il 2010, questa quota ha continuato a diminuire, raggiungendo un minimo di circa il 35%. Dal 2010 si è assistito a una graduale ripresa, ma non ha ancora raggiunto i livelli del 2004. Se i consumi non riescono a crescere in modo sostenuto, il loro contributo alla crescita economica continuerà a indebolirsi, rendendo difficile il raggiungimento dell’obiettivo di mantenere una crescita economica elevata”.
Gli investimenti privati hanno perso slancio:
Nella prima metà del 2025, la crescita degli investimenti in immobilizzazioni è rimasta bassa, intorno al 4%. Da maggio ha continuato a diminuire, è diventata negativa a settembre ed è scesa al -4% a dicembre. Il rallentamento degli investimenti privati in immobilizzazioni è stato ancora più marcato. All’inizio del 2025, gli investimenti privati erano stabili; da maggio in poi, la crescita è rimasta negativa e a dicembre la contrazione aveva superato il 6%. Gli investimenti rappresentano un’importante fonte di crescita economica, ma il loro continuo rallentamento significa che non sono più in grado di fornire un impulso di crescita efficace.
Presi singolarmente, questi fenomeni potrebbero sembrare normali difficoltà cicliche. Considerati insieme, però, sollevano una questione strategica: la Cina riuscirà a mantenere una crescita sufficiente per raggiungere gli obiettivi fissati per il 2035 e il 2050?
Se il quadro della crescita è complesso, quello distributivo appare altrettanto problematico. Il coefficiente di Gini ufficiale della Cina si mantiene da anni tra 0,46 e 0,47, un livello elevato per una grande economia.
Ma ancora più significativa è l’evoluzione della ricchezza privata: secondo le stime presentate da Li, il coefficiente di Gini relativo alla ricchezza sarebbe passato da circa 0,45 negli anni Novanta a oltre 0,70 nel 2023. Ciò significa che il patrimonio è distribuito in modo molto più diseguale rispetto al reddito.
Anche il divario salariale continua ad ampliarsi, soprattutto nelle aree urbane, mentre persistono differenze profonde nell’accesso ai servizi pubblici e alle opportunità educative.
“In sintesi, la ricerca della prosperità comune da parte della Cina si trova ad affrontare due tipi di pressioni. Da un lato, deve far crescere la torta in un contesto di rallentamento della crescita, debolezza dei consumi, calo degli investimenti e pressione sull’occupazione. Dall’altro, deve distribuire meglio la torta mentre la disuguaglianza di reddito rimane elevata e le disparità salariali e di ricchezza continuano ad ampliarsi”.
Perché occorre investire nelle persone?
Per Li Shi il problema più importante non è soltanto quanto guadagnano le persone oggi, ma quali possibilità avranno domani.
Le famiglie a basso reddito dispongono di risorse limitate per investire nell’istruzione dei figli, nelle cure sanitarie, nell’assistenza all’infanzia e più in generale nello sviluppo del capitale umano. Da qui nasce il rischio che le disuguaglianze si riproducano da una generazione all’altra.
La risposta proposta da Li si basa sulla teoria del capitale umano: 投资于人, “investire nelle persone” (投资于人).
“In questo contesto, uno sviluppo di alta qualità dovrebbe attingere alle intuizioni della teoria della crescita endogena. Sviluppata negli anni ‘80 e ‘90, questa teoria sottolinea il ruolo degli investimenti in capitale umano e dell’innovazione nel guidare la crescita economica. Dimostra che un’economia che si basa esclusivamente sugli investimenti in capitale fisico finirà per registrare rendimenti marginali decrescenti. Questa è una delle ragioni principali per cui la maggior parte delle economie rallenta dopo aver raggiunto un certo livello di sviluppo.
Al contrario, “investire nelle persone” può contribuire a superare questo limite e a generare rendimenti marginali crescenti, perché il capitale umano è la fonte della produzione di conoscenza, dell’innovazione tecnologica e delle nuove idee. È un motore endogeno della crescita economica”.
In sostanza, in una fase storica caratterizzata dall’invecchiamento della popolazione e dalla riduzione della forza lavoro, la crescita economica non può più dipendere esclusivamente da infrastrutture, immobili o investimenti materiali. Deve basarsi sempre più sulla qualità delle persone.
Maggiore istruzione, migliore formazione professionale, migliori condizioni sanitarie e più opportunità di sviluppo personale aumentano la produttività e favoriscono l’innovazione.
Secondo Li, investire nelle persone permette contemporaneamente di sostenere la crescita economica, aumentare i redditi, ridurre le disuguaglianze e favorire la mobilità sociale.
“Orientare maggiormente gli investimenti in capitale umano verso le famiglie e gli individui svantaggiati e ridurre le disparità in tali investimenti tra i diversi gruppi sociali può aumentare il rendimento complessivo degli investimenti in capitale umano. Questo perché investire nel capitale umano dei gruppi a basso reddito tende a generare rendimenti marginali più elevati. Tale aspetto merita particolare attenzione, in quanto promuove sia l’efficienza economica che l’equità sociale”.
In questo senso, la politica sociale non è soltanto una questione di equità, ma diventa anche una strategia di sviluppo economico.
Se l’obiettivo è investire nelle persone, allora occorrono cambiamenti istituzionali profondi. Li individua alcune priorità.
La prima consiste nell’aumentare la capacità delle famiglie, soprattutto quelle più povere, di investire nel proprio futuro. Questo implica salari più elevati, maggiore sostegno ai gruppi a basso reddito e una quota più ampia della ricchezza nazionale destinata direttamente alle famiglie.
“Perché sottolineo l’importanza delle fasce a basso reddito? Perché la popolazione a basso reddito in Cina è estremamente numerosa, più di quanto molti possano immaginare. Basandoci sulla definizione di fascia a reddito medio fornita dall’Ufficio Nazionale di Statistica e utilizzando le stime derivate dai dati della nostra indagine, nel 2021 circa 300 milioni di persone avevano un reddito mensile inferiore a 1.000 yuan, mentre quasi 98 milioni avevano un reddito mensile inferiore a 500 yuan. Sebbene i redditi familiari siano aumentati negli ultimi anni, la popolazione a basso reddito rimane considerevole. Limitati da livelli di reddito molto bassi, questi gruppi generalmente non hanno la capacità di investire nel capitale umano o di fornire risorse educative di alta qualità ai propri figli”.
La seconda riguarda la riforma del sistema dell’hukou, il meccanismo di registrazione anagrafica che continua a limitare la mobilità interna e l’accesso uniforme ai servizi pubblici.
“Un modo per investire nel capitale umano è investire nella mobilità della popolazione. La libera circolazione di persone e lavoratori può generare maggiori benefici sociali e migliorare il benessere delle persone. È quindi necessario accelerare la riforma dell’hukou, rimuovere gli ostacoli istituzionali e politici alla mobilità della popolazione e garantire che l’investimento nelle persone si traduca in azioni concrete”.
Va inoltre osservato che, mentre Li Shi sottolinea la necessità di accelerare la riforma dell’hukou, il governo centrale ha compiuto nel 2026 uno dei passi più significativi degli ultimi decenni in questa direzione. Con il documento «Opinioni sull’attuazione della fornitura dei servizi pubblici di base nel luogo di residenza abituale» (国务院关于推行常住地提供基本公共服务的实施意见), pubblicato dal Consiglio di Stato nel maggio 2026, Pechino ha stabilito il principio secondo cui l’accesso ai principali servizi pubblici deve essere progressivamente sganciato dalla registrazione anagrafica (户籍) e collegato invece al luogo di residenza effettiva.
Il documento prevede l’estensione ai residenti non registrati localmente dell’accesso all’istruzione, all’edilizia popolare, all’assicurazione sanitaria, ai servizi per l’infanzia, all’assistenza agli anziani e alle altre forme fondamentali di welfare. Vengono inoltre eliminate le restrizioni basate sull’hukou per l’iscrizione ai sistemi di previdenza sociale nel luogo di lavoro e si stabilisce l’obiettivo di ridurre progressivamente e infine eliminare i fattori che legano i servizi pubblici di base all’hukou .
Se attuata pienamente, questa trasformazione potrebbe rappresentare una delle più profonde riforme istituzionali della Cina contemporanea e rispondere direttamente a una delle principali critiche evidenziate da Li Shi: la necessità di garantire ai lavoratori migranti e alle loro famiglie pari accesso alle opportunità educative e ai servizi pubblici.
La terza concerne l’istruzione. Tra le misure suggerite figurano: maggiore uguaglianza nell’accesso scolastico, sostegno ai figli dei lavoratori migranti, ampliamento dell’istruzione prescolare, riforma dei metodi didattici e superamento dell’eccessiva dipendenza dagli esami come criterio di selezione.
“I sistemi discriminatori nell’accesso all’istruzione devono essere aboliti e deve essere garantita una maggiore libertà nella scelta della scuola. Attualmente, un grave problema è rappresentato dal fatto che molti figli di lavoratori migranti nelle città non possono sostenere l’esame di ammissione all’università nel luogo di lavoro dei genitori. Allo stesso tempo, il contenuto e il livello di difficoltà degli esami differiscono tra il luogo di residenza e quello di lavoro dei genitori, costringendo molti bambini a tornare nelle loro città d’origine per frequentare la scuola. Questo sistema non è né equo né umano. Pertanto, è necessario implementare politiche che consentano agli studenti di sostenere l’esame di ammissione all’università al di fuori del luogo di residenza.
Il paradigma didattico deve essere riformato. La Cina deve superare la dipendenza da un’istruzione orientata agli esami e coltivare la capacità di innovazione e creatività degli studenti. L’Università di Zhejiang ha proposto di aiutare gli studenti a passare dal saper imparare al saper creare. Questo obiettivo può sembrare semplice, ma richiede un cambiamento fondamentale nel paradigma didattico.
Un’analisi del coefficiente di Gini per la disuguaglianza salariale urbana mostra che l’effetto dato dalla differenza di istruzione è aumentato da circa il 14% nel 2013 a quasi il 17% nel 2023, superando l’esperienza lavorativa come fattore più importante. Ciò suggerisce che i gruppi con maggiore accesso agli investimenti in capitale umano godono di maggiori opportunità di sviluppo e ricevono una retribuzione più elevata sul mercato del lavoro. L’accesso ineguale agli investimenti in capitale umano si traduce inevitabilmente in disuguaglianza di reddito, accentuando ulteriormente il divario retributivo.
Gli investimenti in capitale umano provengono da due fonti: investimenti pubblici e risorse private. Con lo sviluppo dell’economia, l’aumento del reddito familiare tende a produrre un incremento più che proporzionale degli investimenti dei privati in istruzione, sanità e settori correlati. Questo è un modello generale. Tuttavia, le disparità di reddito e di ricchezza amplificano anche le disuguaglianze negli investimenti in capitale umano tra le famiglie. Le famiglie ad alto reddito possono offrire migliori risorse educative ai propri figli, accentuando ulteriormente la differenziazione sociale.
Pertanto, affidarsi esclusivamente all’allocazione privata difficilmente ridurrà il divario negli investimenti in capitale umano. In quanto principale responsabile dell’allocazione delle risorse pubbliche, il governo dovrebbe distribuire tali risorse in modo equo, tenendo conto anche delle preferenze di allocazione delle risorse private”.
Dopo aver parlato di crescita, disuguaglianze, capitale umano e riforme istituzionali, Li introduce un concetto raramente associato al dibattito economico cinese: la libertà.
Gli esseri umani, sostiene, non sono macchine né infrastrutture. Possiedono idee, convinzioni, aspirazioni e creatività. Per questo motivo investire nelle persone non significa soltanto fornire risorse economiche, ma anche creare un ambiente nel quale gli individui possano svilupparsi liberamente.
Secondo Li, la libertà non rappresenta soltanto un diritto individuale. È anche una fonte di produttività, innovazione e sviluppo sociale. Per liberare pienamente il potenziale umano, conclude, la società deve diventare più aperta e favorevole alla realizzazione personale.
“La libertà non è solo un diritto e una forma di benessere per ogni individuo. È anche fonte di produttività e creatività. Solo salvaguardando lo spazio per il libero sviluppo degli individui è possibile liberare appieno il potenziale umano”.
La conferenza di Li Shi mostra come il concetto di prosperità comune stia evolvendo all’interno del dibattito cinese.
La questione non riguarda più soltanto la redistribuzione della ricchezza. Riguarda la capacità di costruire un modello di sviluppo nel quale crescita economica, mobilità sociale, investimenti nel capitale umano e ampliamento delle opportunità procedano insieme.
Se la Cina riuscirà davvero a trasformare lo slogan “investire nelle persone” in un programma di riforme concrete, potrebbe trovare una risposta a uno dei problemi più difficili che ogni economia avanzata deve affrontare: continuare a crescere senza lasciare indietro una parte sempre più ampia della popolazione.
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