di Majid Daoudagh

_Vivo a Lumezzane._

Un paese industriale e di montagna, al Nord. Nessuno viene qui per amore, veniamo qui perché ci sono le fabbriche. Montagne che chiudono l’orizzonte e martelli sul ferro che non si fermano dalle cinque del mattino. Il paese intero ha odore di ferro freddo.

Ho comprato qui un appartamento in un palazzo tutto di vecchi. Tre piani senza ascensore. Io sono l’inquilino più giovane. Il più giovane di loro ha settant’anni.

All’inizio pensavano che avrei fatto casino. Giovane, marocchino, che torna di notte. Poi hanno capito che sono più silenzioso di loro.

La vicina del primo piano, la signora Rosa, 82 anni. Ogni mattina apre la porta e dice: buongiorno. E mi fa sempre la stessa domanda: hai dormito bene? Dico: sì. E lei: grazie a Dio. È diventata la mia mamma italiana.

Al secondo piano il signor Carlo, lavorava nella stessa fabbrica dove lavoro io adesso, trent’anni fa. Ha una mano tagliata da una macchina. Mi vede con la tuta blu e mi dice: attento alle mani, figliolo, il ferro non perdona.

Il palazzo è silenzioso, sento l’orologio a casa di Rosa. Per questo mi piace.

Un appartamento normale da fuori, ma dentro ho costruito l’unica cosa di cui vado fiero. La troti. Una grande libreria fatta con le mie mani con il legno dei bancali che buttano le fabbriche. Gli italiani qui si vantano della cucina e del salotto, io mi vanto della mia troti. Ogni asse ha un chiodo piantato da me. Ogni ripiano custodisce la mia terra.

Ogni volta che scendo in Marocco, non torno con una jellaba o con tanti regali. Torno con una valigia piena di libri. Vado all’Azbakeya a Casa, nelle vecchie librerie di Rabat, compro venti, trenta libri. Ibn Rushd, Darwish, Mohamed Choukri, libri proibiti, libri vecchi che hanno l’odore del pane di mia madre. Li porto come se contrabbandassi la mia terra in valigia.

Una volta all’aeroporto di Bergamo, la polizia di frontiera mi ha fermato per un controllo. Ha aperto la valigia, era tutta di libri. Mi ha guardato con sospetto e ha detto: perché tutti questi libri? Cosa ci farai?

L’ho guardato e ho detto: *per dormire con la mia terra e con i miei avi.*

Non ha capito la frase, ma mi ha timbrato il passaporto in fretta e mi ha lasciato passare. La gente ha paura di chi non contrabbanda oro ma contrabbanda libri.

La mia vita qui è regolata dal ferro. Dal lunedì al giovedì fabbrica.

_Venerdì_

Il venerdì è il giorno della mia piccola ribellione. Prendo la mia vecchia macchina, una Fiat Punto grigia, la portiera destra non si apre se non le dai un calcio. È testarda come me, ma non mi tradisce mai. L’accendo, geme un po’ e poi parte.

Scendo a Brescia. La parcheggio lontano in una via laterale per non pagare il parcheggio. Il marocchino rimane marocchino anche nel parcheggio. Poi inizio il mio rituale. Giro per le strade di Brescia senza meta. Guardo le vetrine, la gente che ride ad alta voce. Non compro niente, guardo solo.

Poi entro in un bar. Una birra qui. La bevo guardando la strada. Poi un altro bar, una birra là. Il barista del secondo bar ormai mi conosce. Mi dice ogni volta: solito? E io: sì. Questa è la mia unica amicizia qui, un’amicizia senza parole.

Dopo la terza birra, inizia ad apparire la mia terra. Non arriva come un inno, arriva come un odore. L’odore delle sigarette del caffè Al Widad in via Nilo a Sbata, la mia città natale, l’odore della pioggia in via 36 vicino all’hammam Jawhara.

Torno alla mia macchina un po’ ubriaco e molto triste. Accendo la radio, trovo sempre una vecchia canzone raï. Dico alla mia macchina: yalla binti, riportaci in montagna.

Salgo verso Lumezzane. Il paese dorme, le fabbriche sono spente, la montagna è nera. Salgo le scale in punta di piedi per non svegliare i vecchi, ma Rosa mi sente sempre, apre un po’ la porta e dice: stai bene, figliolo? Dico: sto bene, Rosa.

Entro nella mia casa fredda, non accendo la luce forte. Accendo una piccola luce accanto alla troti. Mi siedo per terra davanti a lei, tocco i libri uno per uno. Qui dormo. Non nel letto, ma con la mia terra e con i miei avi.

_Sabato_

Il sabato mi sveglio presto, come sempre. Anche se non lavoro, la fabbrica si è svegliata dentro di me.

Vado al mercato settimanale di Lumezzane. Il mercato del ferro vecchio. Cerco tra i mucchi, tra il ferro usato e le sedie rotte. Non cerco ferro vecchio, cerco un pezzo per la mia troti. Un nuovo ripiano, un vecchio chiodo, un libro buttato.

A mezzogiorno vado a pranzare dal mio amico Elias, il palestinese. Ha un piccolo ristorante che vende falafel e shawarma. Le pareti del suo locale sono tutte foto di Gerusalemme e Gaza. Dice: mangia, marocchino, tu e la Palestina siete uno. Rido e gli dico: uno nel ferro vecchio.

Nel pomeriggio chiamo il mio amico Youssef. Figlio di Sbata, Derb Hajar, vicino all’hammam Taous. Youssef è tutta Sbata venuta in Italia. Sposato con un’italiana, ha con lei un figlio che si chiama Yacoub.

Scendo con la mia vecchia macchina a Brescia. Iniziamo a girare tra le vie e i bar di Brescia. Una volta paga la birra lui, una volta pago io. Così da un bar all’altro fino all’ubriachezza. Parliamo di Sbata, di via 36, di chi è morto, chi si è sposato, chi è emigrato e chi ha dimenticato.

Quando siamo ubriachi, andiamo a casa sua. Sua moglie italiana, brava, non si arrabbia per la nostra ubriachezza. Va in cucina e ci prepara quello che c’è, degli spaghetti. Mangiamo spaghetti e parliamo al suono della birra fino all’alba. Dormo in salotto. Non posso tornare a casa mia ubriaco, anche se non mi aspetta nessuno tranne i miei libri e i miei diari che ho iniziato a scrivere.

Mi sveglio presto. Bevo il caffè a casa sua. A volte esco senza far rumore per non svegliare il piccolo Yacoub, a volte aspetto che Youssef si svegli e beviamo il caffè del mattino insieme.

Brescia al mattino è una città di fantasmi. Vedi solo quelli che tornano dal lavoro di guardiani nei locali e nei bar. Sono tutti immigrati, neri e magrebini. Facce stanche che assomigliano alla mia allo specchio.

Rimango a gironzolare fino alle dieci, finché non aprono i negozi. Compro pane, vino, pollo e verdure.

Torno a Lumezzane, al palazzo dei vecchi.

Io e i vecchi condividiamo la stessa cosa. Loro aspettano la morte in silenzio, io aspetto la mia terra in silenzio. In un palazzo tutto di vecchi, io sono l’unico vecchio che pensa ancora di avere tempo.

Preparo il mio tajine. Il tajine del sabato. Lo cucino lentamente, lascio che il suo profumo riempia la casa. Mangio da solo, con i miei libri.

Saluto una settimana di fatica, per iniziarne una di fatica ancora più grande.


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