Pubblico questo breve post di Helena Janeczek, preso dalla pagina FB di “Per Giuseppe Pinelli”, che trovo, nella sua brevità molto interessante. Soprattutto permette di avere una visione più ampia di cosa è stato il sionismo quando non era ancora l’ideologia del potere assassino di Netanyahu e accoliti.
C’è un aspetto del sionismo (e/o dei sionismi) che non appare mai nelle discussioni su questo termine.
Perché nasce e si diffonde, certo, nel contesto dei nazionalismi che si rafforzano in reazione agli imperialismi in espansione o in crisi e alla violenza che deflagra in entrambi i contesti.
Però gli è proprio un tratto delle ideologie utopistiche del Novecento: sia nel sionismo (perdente) che rifiuta il modello dominante etno-nazionalista, sia in quello socialista-laburista dei fondatori di Israele, sia nel revisionismo di Jabotinsky, ammiratore di Mussolini e padre della destra israeliana.
L’ebreo che abbraccia il sionismo deve diventare un Ebreo Nuovo: fiero di sé, fisicamente sano, legato alla terra grazie al lavoro da svolgere con le mani – quel lavoro duro e onesto da cui per secoli era escluso -e con quelle stesse mani capace di difendersi. In sostanza: il contrario di quello che era stato sinora, nell’esilio, l’opposto speculare di come gli antisemiti non smettevano di vederlo, anche quando si presentava del tutto assimilato e “civilizzato”, come mostrano le caricature antisemite coeve.
Franz Kafka condivideva molti ideali dei suoi amici praghesi, il cui maestro era Martin Buber, legatissimo all’anarco-socialista Gustav Landauer e capofila del “sionismo culturale” che non volle cancellare bensì conservare anche il misticismo hassidico e la lingua yiddish. A partire da queste basi si pronuncerà a favore del binazionalismo in Palestina. Kafka, dicevamo, pensava assai bene del ritorno alla terra, non solo quella degli avi, ma anche quella della fattoria in Boemia di sua sorella Ottla o delle semplici gite o colonie estive per bambini ebrei poveri che non erano mai stati a contatto con la natura. Però diffidava dell’Ebreo nuovo.
Conosce la sua ultima compagna Dora Diamant durante una vacanza sul Baltico, dove lei si occupa di questi bambini portati per la prima volta al mare. Nata in una famiglia hassidica in Polonia, Diamant all’epoca era sionista-socialista: quella nuova fede le aveva dato la forza di scappare da quella ultraortodossa (e altrettanto patriarcale) del padre e dalla comunità d’origine. Dopo la morte di Kafka, diventa attrice e, negli anni 30, una militante del partito comunista tedesco. Insieme ai famigliari del marito Lutz Lask riesce a fuggire in URSS e da lì a Londra (il marito nel frattempo è finito in un gulag insieme ai fratelli). Nell’ultima fase della sua esistenza Dora Diamant si dedica a tenere viva la lingua yiddish, quella “lingua madre” che sia i sionisti vincenti, sia gli ebrei borghesi volevano cancellare come residuo del retaggio arretrato dei vecchi Ostjuden, quegli ebrei dell’Est già dipinti (o percepiti dagli altri ebrei) come un pezzo malsano di Oriente in Occidente.
Questo per dire due cose: che un tempo i passaggi tra sionismo, socialismo universalista o bundista potevano essere molto fluidi, nonostante le ideologie in conflitto.Proprio perché tutte erano accomunate dallo spirito di rinnovamento utopistico.
Però l’ideale del Uomo nuovo si è rivelato molto problematico, in qualsiasi ideologia si fosse espresso. Specie quando si realizza e, da spinta utopistica, passa a diventare ideologia di Stato. In Israele questo vale tanto per il mito del “sabra” in versione kibbuznik, quanto per le varianti di destra che alla fine sono diventate ultranazionalismo e fondamentalismo della Grande Israele.
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