Da Minneapolis a Bruxelles s’intensifica la guerra ai migranti
di Piero Nobili (da Controvento)

Guerre, miseria, disastri climatici, e persecuzioni.


Chi emigra lo fa per sopravvivere, per cercare altrove una vita migliore. Per questo attraversa mari, deserti e confini mettendo a rischio la propria vita. Sono poveri quelli che partono: sono uomini e donne con bambini al seguito, ma anche minorenni soli, sfidano condizioni ambientali proibitive pur di lasciare il proprio paese.
Non sono pochi coloro che periscono durante questi viaggi della speranza. I numeri dei migranti morti nel Mediterraneo in questi ultimi dieci anni sono impressionanti: trentamila morti, rimasti perlopiù anonimi, rappresentano la somma nell’aritmetica dello scandalo delle classi dirigenti del vecchio continente, perché negare l’accesso legale ha come unico effetto quello di rendere le rotte migratorie sempre più pericolose, mentre la libera circolazione resta riservata ad armi e denari. A un quarto di secolo dalla
caduta del Muro di Berlino, la “civile” Europa innalza barriere fisiche e informali, dal filo spinato allo spiegamento di polizia ed esercito. Fermare, arrestare, trattenere i corpi di chi cerca di eludere i divieti è il mantra di tutti i governi europei. Lo fanno con la forza, con il trattenimento e la segregazione nei campi di transito e nei centri di detenzione, lo fanno con una legislazione sempre più stringente che ha come obiettivo quello del “respingimento” di chi cerca di sfuggire a un destino segnato dalla fame e dalla
guerra. Le misure coercitive non possono però fermare un fenomeno di dimensioni epocali, perché le persone vanno dove possono trovare un lavoro. Il flusso migratorio è un fenomeno strutturale che richiama in causa direttamente il capitalismo: un sistema
mondiale di sfruttamento e di domino retto dalla legge dello sviluppo ineguale e combinato che, producendo incessantemente guerre, diseguaglianze e devastazioni ambientali, provoca anche la migrazione di grandi masse di disperati.


Gli Ultimi della Scala Sociale


Dei 449,3 milioni di abitanti dell’UE, i cittadini extracomunitari sono il 6,4% del totale. Sono questi lavoratori, presenti nelle fabbriche, negli ospedali, nei servizi e nell’agricoltura ad arginare il declino demografico di un continente che invecchiando necessita di nuova manodopera. I migranti che riescono a raggiungere l’Europa rappresentano perlopiù la forza lavoro a basso costo che contribuisce ad accrescere il valore del sistema delle imprese. Sono spesso considerati numeri non persone, come i lavoratori stagionali occupati nell’agricoltura che faticano per intere giornate a 40 gradi, con paghe da tre euro l’ora.
Non solo orari pesantissimi per lavori sotto pagati, i braccianti stranieri sono anche costretti a vivere in condizioni igieniche disumane, senza poter disporre di alcun diritto. Le stesse operazioni giudiziarie contro il caporalato condotte negli ultimi anni: a Foggia, Latina, Caserta, Potenza, Ragusa e Reggio Calabria hanno squarciato il velo su un sistema di potere che prevede sfruttamento e schiavitù per garantire i margini di profitto per gli imprenditori. Ma anche i rider delle consegne a domicilio, le badanti, gli autisti della logistica e gli addetti alle pulizie sono piegati da un sistema che, in nome del profitto, chiede di massimizzare la produzione al minor costo possibile. In Italia sta crescendo a dismisura una infrastruttura schiavistica che si avvale della ricattabilità dei migranti, lavoratori sottopagati, senza tutele, alla mercé di padroni e padroncini. Insomma, l’immigrato
(specie se clandestino) è il lavoratore ideale da spremere fino all’ultima goccia, e al tempo stesso è il soggetto ideale da offrire come capro espiatorio per racimolare consensi agitando una presunta emergenza sicurezza. Questa condizione impietosa, è avallata
da norme legislative che alimentano la clandestinità, in cui sono costretti i lavoratori extracomunitari.


La Stretta Securitaria.


Lo scorso mese di febbraio, l’Unione europea ha deliberato un’ulteriore stretta securitaria sul piano delle politiche migratorie, che legittima l’esternalizzazione delle frontiere e la detenzione arbitraria dei richiedenti asilo.
Sotto l’egida faziosa della “sicurezza” e della “difesa dei confini”, le nuove procedure facilitano rimpatri e deportazioni verso paesi che arbitrariamente vengono definiti sicuri (come la Tunisia e l’Egitto dove sussistono gravi violazioni dei diritti). Nella sostanza il modello Albania, perorato da tempo dal governo Meloni trova legittimità definitiva in Europa.
Le nuove norme europee del Migration and Asylum Pact che entreranno in vigore il prossimo 12 giugno, demoliscono il diritto all’asilo, incrinano lo stato di diritto e mettono in discussione l’insieme dei diritti fondamentali.
Un insieme di misure coercitive, traumatiche e lesive dei diritti. In questo modo la supposta civiltà giuridica di un’Unione europea che si fa vanto di includere nella sua Carta costitutiva la libertà, l’uguaglianza e il rispetto dei diritti umani, diventa carta straccia,
facendo venire in mente la descrizione di Marx sull’intima fallacia del diritto borghese: “Le costituzioni al primo comma affermano il diritto universale, e nei commi successivi lo negano…”
A stretto giro di posta, il governo Meloni ha varato un nuovo disegno di legge che stabilendo nuove regole contro il diritto d’asilo e contro il sistema di accoglienza prevede anche la possibilità di istituire un blocco navale per impedire l’ingresso nelle acque territoriali delle navi che soccorrono i profughi. In questo quadro il soccorso in mare viene equiparato a una minaccia alla sicurezza nazionale, e le ong rischiano la confisca definitiva delle imbarcazioni. Questo ddl rappresenta il punto di arrivo di una
campagna volta a criminalizzare la solidarietà, l’accoglienza, e chi si spende per esse. In primo luogo, come detto, le ong che più hanno contribuito al salvataggio delle vite in mare.
Ma in questa ferocia c’è del metodo, perché speculare sulla paura dei migranti che “insidiano il nostro stile di vita, che delinquono e ci sottraggono le case e il lavoro” è una musica che non passa mai di moda, è una riserva neofascista, in nome di un pensiero
identitario che difende a spada tratta una presunta superiorità dell’Occidente, sta imbastendo una campagna per la “remigrazione”, ossia per la deportazione di massa dei migranti, rifugiati o residenti di origine straniera. di pretesti quasi inesauribile. Questa
narrazione (che fa a pugni con le statistiche) viene instillata attraverso ma nipolazioni discorsive, mediali e tecnologiche. Il contrasto all’immigrazione è considerato dalle destre il terreno privilegiato per acquisire consenso e ricercare dei nemici contro cui orientare il senso comune, distogliendo l’attenzione su quelle misure economiche governative che hanno impoverito i settori più deboli della la società. Infatti, di fronte a politiche neoliberiste che hanno infragilito e spaventato settori sociali sempre più estesi, alimentare il razzismo e la xenofobia può rappresentare un vettore propulsivo per le forze conservatrici e reazionarie. In nome
di un nazionalismo che si propone di dare una risposta alle paure prodotte dalla crisi economica e dall’insicurezza globale, il contrasto dei flussi migratori viene offerto così come una sorta di panacea per alleviare il malessere che avvolge la società.
A maggior ragione oggi, in prospettiva di una lunga campagna elettorale che ci condurrà alle elezioni politiche, la
criminalizzazione dell’immigrazione costituisce lo strumento centrale delle destre per orientare l’opinione pubblica e allargare il consenso. Tra l’altro, accanto a questo razzismo istituzionale, l’estrema destra dichiaratamente neofascista, in nome di un pensiero
identitario che difende a spada tratta una presunta superiorità dell’Occidente, sta imbastendo una campagna per la “remigrazione”, ossia per la deportazione di massa dei migranti, rifugiati o residenti di origine straniera.


Difendere i Diritti. Difendere gli spazi democratici


L’erosione dei diritti dei migranti è un sintomo della caduta verticale dei diritti universali, che scuote nel profondo le fondamenta della democrazia; evoca la costruzione di una comunità nazionale chiusa e omogenea; fa trasparire inoltre un obiettivo non dichiarato ma evidente: l’imposizione di un sistema autoritario, cementato dalla ricchezza e guidato dalla ferrea logica dei potentati economici.
La regressione attuale è figlia di una deriva che arriva da lontano, porta anche il timbro delle politiche migratorie attuate dai governi di centrosinistra che a partire dagli anni ’90 hanno aperto la strada a misure sempre più feroci.
Fu infatti il governo Prodi a introdurre i Cpt i centri di permanenza temporanea (quelli che oggi sono denominati Cpr), le fatiscenti e inumane strutture di detenzione amministrativa dove vengono trattenuti i cittadini stranieri irregolari destinati all’espulsione; fu il
governo Renzi a criticare la gestione “buonista” dei flussi, proponendo il numero chiuso per i migranti; fu infine Minniti con gli accordi stipulati con le tribù libiche per respingere i profughi, a scrivere una delle pagine più nere della storia del Pd. Per non parlare del M5S, il cui leader Conte era a Palazzo Chigi quando furono varati i decreti Salvini. Anche per questo, la risposta del campo largo a questa nuova stretta securitaria che criminalizza chi arriva fingendo un’invasione che non c’è, è stata debole, se non inesistente. Su questo tema il centrosinistra è rimasto afono, silente; perlopiù le critiche rivolte alla premier riguardano lo spreco di soldi utilizzati per i centri in Albania. Nonostante il ddl neghi il diritto all’asilo, che è tra i principi fondamentali della Carta Costituzionale, la tremula opposizione parlamentare non ha proferito verbo e l’unica protesta è stata elevata contro le restrizioni
alle ispezioni dei parlamentari nei Cpr.
Se la criminalizzazione dell’immigrazione è una delle leve fondamentali delle destre per allargare il consenso, la risposta delle sinistre e dei movimenti è stata finora debole. L’arcipelago delle forze antirazziste che da anni lottano a fianco dei migranti contro
una legislazione repressiva, sconta una frammentazione che gli impedisce di mettere in campo una mobilitazione all’altezza del momento storico che si sta vivendo. Più in generale, in questa fase si registra una difficoltà di fondo a far convergere le lotte e le vertenze che si sviluppano su più terreni (lavoro, casa, spazi sociali, Palestina, ecc) in un unico e articolato movimento capace
di sviluppare una reale e forte opposizione sociale.
Di fronte a una destra che si fa forte della disarticolazione del mondo del lavoro e innalza la bandiera del nazionalismo sovranista, la sinistra che dovrebbe farsi forte dell’unità di classe degli sfruttati di ogni angolo del mondo sembra incapace di trovare la grammatica di un linguaggio comune capace di costruire una reale alternativa sociale e politica attorno a un programma anticapitalista che rivendichi il diritto alla casa, allo studio, alla salute e a un lavoro stabile e ben retribuito per tutti e tutte, a prescindere dall’etnia, dal colore della pelle o dal proprio credo religioso. Non sarà semplice e scontato radicare nella classe (oggi
investita da processi di disorganizzazione crescente) un simile programma che richiama direttamente i principi della migliore tradizione dell’internazionalismo, ma occorre fare ogni sforzo per provare a invertire una rotta che sta conducendo verso un ulteriore imbarbarimento della la società.


La Grande Deportazione U.S.A.


Il contrasto duro ai flussi migratori e la difesa dei confini esterni è uno dei principali capisaldi dell’amministrazione Trump. Il teorema che viene propagandato a piene mani è che i valori Occidentali siano messi a repentaglio “dall’invasione straniera”,
provocata dalle “migrazioni di massa”; anche negli Usa è invalsa la falsa narrazione che individua negli immigrati i responsabili della perduta prosperità. Da qui nasce l’espressione di un razzismo contemporaneo che punta a tutelare la condizione di privilegio
dei bianchi occidentali, che per restare tale, deve tenere definitivamente fuori coloro che non ne fanno parte. Un razzismo che implica una rigida separazione tra inclusi ed esclusi, e chi tenta di rompere la gabbia, superando la linea rossa tracciata dai suprematisti Maga, si trova di fronte l’esibizione della prepotenza allo stato puro, come si sta vedendo nelle città americane,
dove le deportazioni sono parte della vita quotidiana. Queste avvengono dovunque: nei quartieri periferici, davanti alle scuole, fuori da un supermercato o da un ospedale. Si può sparire rincasando o sul posto di lavoro, mentre si fa la spesa o in un pronto soccorso.
Gli agenti dell’Ice (l’agenzia federale che si occupa dell’immigrazione) inseguono e arrestano chiunque sia considerato “illegale”, sia cioè presente sul suolo americano senza i documenti in regola.
I malcapitati sono arrestati senza una formale imputazione e vengono inviati in strutture detentive dove i diritti umani basilari non sono rispettati. Le squadracce di Trump lavorano nell’impunità e con sprezzo della legge come si è visto a Minneapolis dove
anche chi protestava e documentava lo scempio (Renee Good e Alex Pretti) è stato mortalmente ferito.
I metodi operativi dell’Ice mostrano senza alcuna mascheratura il volto arcigno del trumpismo a suo agio nel ruolo di molosso feroce che attenta alla vita e ai diritti dei più poveri. Questi metodi brutali e sanguinari sono apertamente rivendicati: Kristi Noem, la ex segretaria per la sicurezza interna si è fatta riprendere in posa marziale davanti a un gruppo di immigrati a torso nudo chiusi in cella; mentre il presidente non ha celato la sua vocazione di monarca assoluto dichiarando al New York Times che: “L’unico limite è lamia moralità. Ai cittadini inadempienti verrà revocata la cittadinanza”. Con le deportazioni di massa, che prefigurano una vera e propria pulizia etnica, Trump punta a rinsaldare il proprio consenso tra la popolazione bianca. Come scriveva Cedric Robinson nel suo ‘Forgeries of memory and meaning, “il proposito del razzismo è controllare le coscienze e il comportamento delle persone bianche, non di quelle di colore. Per queste ultime pistole e blindati sono sufficienti”.
L’amministrazione Trump, pur tra continue oscillazioni, punta a risolvere la crisi di egemonia americana attraverso un crescente interventismo esterno che si avvale anche dell’esibizione della sua forza militare, e l’imposizione di una profonda involuzione autoritaria all’interno del paese.
Bombardamenti, deportazioni, dazi e cancellazione dei diritti civili, sono i tasselli di un unico disegno che ha come obiettivo quello di salvaguardare la preminenza dell’imperialismo americano in un mondo scosso da cambiamenti epocali.
In questo quadro sono state molto importanti le mobilitazioni nelle città americane, molto partecipate, che hanno visto la saldatura di diversi settori sociali, attorno al rifiuto delle politiche securitarie della Casa bianca.
La resistenza alla militarizzazione dei territori si espressa in particolare a Minneapolis dove è sorto un movimento diffuso (quello dei fischietti), che si è battuto contro la violenza poliziesca e il razzismo strutturale delle istituzioni centrali. Ciò ha permesso la
tessitura di reti di solidarietà dal basso che ha consentito la tenuta dal movimento di fronte ad un attacco senza precedenti alla comunità locale.
S’è trattato di un vero conflitto sociale, che si è manifestato anche con l’indizione di scioperi e cortei che hanno visto decine di migliaia di lavoratori in strada e centinaia di attività commerciali chiuse.
Uno scenario inedito per il paese Nord Americano, che può rappresentare un piccolo, ma prezioso elemento di controtendenza, per le classi subalterne statunitensi, e per tutti coloro che si battono contro il capitalismo, un sistema globale sempre più violento ed oppressivo, fondato com’è sulle diseguaglianze e sul predominio dei mercati.


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