di Dave Stockton

Ripubblichiamo dal sito del PCL questo articolo sulla storia del movimento operaio britannico

L’IMPERIALISMO BRITANNICO E LA SUA CLASSE LAVORATRICE

Due sviluppi fondamentali, simultanei ma contraddittori, hanno plasmato la politica britannica nei decenni successivi alla prima guerra mondiale: il declino della Gran Bretagna dalla sua posizione secolare di potenza dominante del capitalismo mondiale; e un corrispondente spostamento a sinistra del movimento operaio britannico, sia in termini di organizzazione e tattiche sindacali, sia come rottura con il Partito Liberale, il secondo partito della borghesia, per fondare il Partito Laburista, sebbene quest’ultimo con una politica e una leadership in gran parte liberali. Un fattore secondario fu l’emergere di gruppi socialisti e sindacalisti rivoluzionari che si unirono per fondare nel 1920-’21 il Communist Party of Great Britain (Partito Comunista della Gran Bretagna).

In quanto prima nazione industriale moderna, cioè pienamente capitalista, la Gran Bretagna in questo periodo era la “fabbrica del mondo”. Ma questa posizione era da tempo, sempre più, messa in discussione fin dagli ultimi anni del XIX secolo dalla concorrenza delle più moderne grandi industrie della Germania e degli Stati Uniti d’America. Una serie di “grandi potenze” iniziò a sviluppare le proprie colonie o a dominare Stati formalmente indipendenti in America Latina, sfidando il dominio britannico sui mercati e sulle fonti di materie prime.

Teorici come il liberale inglese J. A. Hobson e marxisti come Rudolf Hilferding, Rosa Luxemburg e V. I. Lenin definirono questo sviluppo «imperialismo». Lenin, nel suo libro che porta questo titolo, lo considerò un nuovo periodo (il più alto e l’ultimo) nella storia del capitalismo, caratterizzato da una lotta tra giganteschi monopoli e banche per i mercati mondiali e, sul piano militare, tra Stati per il controllo del territorio. Ecco perché Lenin definì la Prima guerra mondiale una guerra imperialista, cosa che la Seconda Internazionale aveva fatto nei suoi congressi di Stoccarda e Basilea, stabilendo che i partiti socialisti non dovessero dare alcun sostegno a tali guerre; cosa poi rinnegata dalla maggioranza delle sue sezioni nel 1914.

La Gran Bretagna si unì alla Russia zarista e alla Francia nella guerra contro la Germania e l’Austria nel 1914 principalmente per mettere fuori gioco il suo principale rivale imperialista. Sebbene, dopo grandi sacrifici, vinse quella contesa, le conseguenze non furono del tutto a suo vantaggio. Gli Stati Uniti, che erano entrati in guerra in ritardo, ne uscirono molto più forti rispetto ai loro alleati europei. La Gran Bretagna dovette vendere molti dei suoi investimenti negli Stati Uniti per pagare armi, navi, rifornimenti alimentari e così via. Le industrie tedesche erano cresciute enormemente durante la guerra, anche se il trattato di pace di Versailles le impose un enorme onere di riparazioni nel breve termine.

L’Impero britannico si stava anche riducendo. Le colonie di insediamento in Australia, Canada, Nuova Zelanda e Sudafrica, sebbene ancora “sotto la corona”, divennero di fatto indipendenti, mentre la Gran Bretagna perse gran parte dell’Irlanda, la sua colonia più antica, a favore dei repubblicani nel corso di una guerra brutale (1919-’21). Un potente movimento indipendentista si diffuse in India. Il dominio mondiale della Gran Bretagna sul commercio, la finanza e l’industria, così come il suo monopolio sulle risorse di materie prime, era minacciato più che mai.

Inoltre, l’Europa devastata dalla guerra iniziò a riprendersi. Quando l’occupazione francese della Ruhr – il cuore industriale della Germania, che produceva l’80% del carbone, del ferro e dell’acciaio del Paese – giunse al termine nel settembre 1924, ciò mise la competitività estrattiva e industriale britannica sotto estrema pressione. L’industria manifatturiera e mineraria tedesca era considerata più produttiva, grazie ai nuovi investimenti. La stretta sul capitalismo britannico si stava facendo più forte.

Il secondo sviluppo fu il rafforzamento della classe operaia britannica. Gli anni precedenti la guerra avevano visto quello che divenne noto come il Great Unrest (“grande malcontento”) del 1910-’14. Enormi scioperi, sia ufficiali che non autorizzati, ebbero luogo in tutto il paese, ma soprattutto nel nord dell’Inghilterra, in Irlanda e in Scozia, coinvolgendo e attivando politicamente milioni di persone. Questa ondata, inizialmente in gran parte sindacalista, si basava sui movimenti riformisti tra i minatori, specialmente nel Galles meridionale, e si sviluppò durante la guerra con la crescita del movimento dei delegati sindacali (shop stewards) e dei comitati dei lavoratori Clyde e di Sheffield dal 1915 fino alla fine della guerra (3). Molti degli scioperi videro scontri violenti quando la polizia intervenne per reprimerli.

Il principio espresso dal Comitato dei lavoratori Clyde nel 1915 era: «Sosterremo i funzionari finché essi rappresenteranno correttamente i lavoratori, ma agiremo in modo indipendente non appena li rappresenteranno in modo sbagliato». Questa dichiarazione di indipendenza della base contro la burocrazia sindacale fu un importante passo avanti. Tuttavia, presentava un punto debole fondamentale. Lasciava il comando centrale e il potere negoziale nelle mani dei funzionari, e non affrontava il problema di come fermare e invertire il sabotaggio delle lotte principali quando la burocrazia improvvisamente «rappresentava in modo sbagliato» i membri.

Negli anni 1919-’20, subito dopo la guerra, l’intervento attivo avviato dalla base continuò. I soldati appartenenti alla classe lavoratrice, di ritorno dalle trincee, non erano disposti a tornare ai vecchi modi di vita fatti di salari bassi, lunghe ore di lavoro e condizioni di lavoro e di vita intollerabili. Il primo ministro del tempo di guerra David Lloyd George, alle elezioni generali del 1918, aveva promesso loro «case degne di eroi». Sebbene il suo governo avesse stanziato fondi per 500.000 alloggi – un numero di per sé insufficiente – ne furono effettivamente costruiti solo 200.000. Allo stesso tempo si registravano fermenti in tutta la classe operaia britannica, fino ad allora politicamente arretrata.

I sindacati avevano costituito il Labour Representation Committee (Comitato di Rappresentanza Laburista) nel 1901, ribattezzato Partito Laburista nel 1906, sebbene ciò avvenisse decenni dopo che i lavoratori tedeschi e francesi avevano creato i propri partiti. Ma prima della guerra il nuovo partito evitò qualsiasi impegno verso il socialismo, e aprì l’adesione ai singoli individui nelle circoscrizioni parlamentari solo dopo la fine della guerra nel 1918 (4). Anche allora, fu il timore dei suoi leader che il bolscevismo contagiasse i lavoratori – molti dei quali vedevano nella Rivoluzione d’ottobre una fonte di orgoglio di classe e di ispirazione – a spingere i leader laburisti a concedere una forma limitata di democrazia di partito.

Nel 1923, il Partito Laburista aveva sostituito i Liberali come principale partito della classe operaia organizzata e aveva formato il suo primo governo (di minoranza). L’esperienza del breve e decisamente poco brillante governo di Ramsay MacDonald politicizzò ulteriormente i lavoratori, portando alla crescita di un’ala sinistra all’interno dell’ILP, Independent Labour Party (5) e anche del Partito Comunista della Gran Bretagna (CPGB), fondato nel luglio 1920.

Sul fronte sindacale, nel 1914 era stata costituita una Triplice Alleanza tra la Miners’ Federation of Great Britain (MFGB, Federazione dei Minatori della Gran Bretagna), il National Union of Railwaymen (NUR, Sindacato Nazionale dei Ferrovieri) e la National Transport Workers’ Federation (Federazione Nazionale dei Lavoratori dei Trasporti), con l’impegno a scioperare insieme per ottenere condizioni migliori. Tra il 1919 e il 1921 furono ottenuti alcuni risultati parziali. Ma tutto finì con una sconfitta, o meglio, con un tradimento. Quando il 13 aprile 1921, il “Black Friday” (venerdì nero), la MFGB respinse un’offerta del governo, James Henry (Jimmy) Thomas, leader dei ferrovieri, ed Ernest Bevin, capo dei lavoratori dei trasporti, vennero meno alla loro promessa di sostenere i minatori.

E che sconfitta fu quella. Coincise con l’inizio di una crisi economica più improvvisa e grave a memoria d’uomo, in cui la disoccupazione salì dal 2,5 per cento della forza lavoro assicurata al 17,9 per cento. Ci fu una grave deflazione (i prezzi al dettaglio crollarono del 24% nel 1921) e i datori di lavoro imposero riduzioni corrispondenti. Alla fine del 1921, sei milioni di lavoratori avevano subito tagli salariali medi dell’8%. Nel 1924, i salari reali erano crollati drasticamente: del 26% per i minatori, del 20% per i lavoratori siderurgici, dell’11% per i lavoratori tessili.

Il Partito Comunista lanciò immediatamente il National Unemployed Workers’ Movement (NUWM, Movimento Nazionale dei Lavoratori Disoccupati), guidato da Wal Hannington e, in Scozia, da Harry McShane. Il suo obiettivo era «creare un fronte unito di lavoratori occupati e disoccupati contro ogni tentativo della classe padronale di utilizzare i disoccupati per abbassare i livelli e le condizioni della classe operaia». Il suo programma rivendicava:

I. Lavoro o piena retribuzione

II. Abolizione del lavoro a cottimo

III. Sussidi di disoccupazione a carico delle finanze dello Stato, amministrati dai sindacati

IV. Abolizione degli straordinari.

Come abbiamo osservato in Marxism and trade unions:

«Quasi due milioni di lavoratori, un quarto dell’intera base, abbandonarono in massa i sindacati, azzerando di fatto l’intera massiccia crescita degli iscritti nel dopoguerra. La disoccupazione balzò da appena 250.000 nel settembre 1920 al 17,4 per cento nello stesso mese dell’anno successivo. La NUWM organizzò la prima delle sue famose Hunger Marches (Marce della fame) verso Londra, e le sue sezioni locali continuarono a partecipare alle lotte sindacali dei lavoratori nei cinque anni successivi, compreso lo sciopero generale del 1926. La NUWM era un’organizzazione molto militante, e di conseguenza subì una repressione poliziesca regolare, con diversi suoi membri che subirono pene detentive».

Lo sciopero generale del 1926 fu il culmine di un periodo di ripresa da questa sconfitta e del contesto immediato che lo generò. È sia ciò che lo rese inevitabile sia ciò che gli conferì il suo esplosivo potenziale rivoluzionario. Come scrisse all’epoca Leon Trotsky: «Lo sciopero di massa nacque dallo squilibrio tra l’attuale posizione dell’economia britannica sul mercato mondiale e i tradizionali rapporti industriali e di classe all’interno del paese».

IL SECONDO CONGRESSO DELL’INTERNAZIONALE COMUNISTA

Una parte significativa di questa ripresa fu un processo di raggruppamento rivoluzionario. Una decina di comunisti britannici riuscirono a eludere il blocco della Royal Navy per raggiungere Pietrogrado e poi Mosca per partecipare al Secondo congresso dell’Internazionale Comunista, nel luglio-agosto 1920. Rappresentavano vari gruppi comunisti e sindacalisti rivoluzionari già coinvolti nelle discussioni per la formazione del Communist Party of Great Britain (CPGB).

Tra questi figuravano Tom Quelch e William McLaine del British Socialist Party, Sylvia Pankhurst dell’autoproclamata sezione britannica della Terza Internazionale, nonché Jack Tanner, Willie Gallacher e J. T. Murphy del movimento dei delegati sindacali (shop stewards) e dei comitati dei lavoratori (workers committee). Questi delegati furono determinanti nel dibattito sulle 21 condizioni per l’ammissione di un partito al Comintern e nell’accettare la proposta di Lenin che il CPGB chiedesse l’affiliazione al Partito Laburista. Sempre nel 1921 il CPGB istituì una commissione (guidata da Harry Pollitt e R. Palme Dutt) per riorganizzarsi secondo “linee bolsceviche”, compresa la direzione da parte del partito dell’attività sindacale dei propri membri.

I rappresentanti dei delegati sindacali, Gallacher e Tanner, erano inizialmente ostili all’istruzione del congresso di lavorare nei sindacati di massa e di conquistarli a un’Internazionale comunista dei sindacati, sebbene Lenin riuscì a convincerli dopo il congresso. Parteciparono alla formazione dell’Internazionale Sindacale Rossa, fondata l’anno successivo.

Il CPGB e l’ufficio britannico dell’Internazionale Sindacale Rossa lanciarono una campagna intitolata “‘Back to the Unions – Stop the Retreat” (Ritorno ai sindacati – Fermare la ritirata) in occasione di una conferenza tenutasi a Londra nel settembre 1922. Vi parteciparono oltre 300 delegati e fu proclamato l’obiettivo di fermare i continui tagli salariali e l’aumento dell’orario di lavoro. Si promosse inoltre la riorganizzazione dei sindacati a livello di posto di lavoro per rafforzare il potere della base, aprendo la strada alla fondazione del National Minority Movement (NMM) nel gennaio 1924. In questo, l’influenza del partito comunista tra i minatori, in particolare nel Galles del Sud e in Scozia, giocò un grande ruolo.

(continua)

Note (del traduttore):

(1) Uno dei sindacati maggiormente rappresentativi in Gran Bretagna. Sharon Graham ne è segretaria generale dal 2021, eletta su impulso di un’area minoritaria della sinistra interna di Unite.

(2) Il National Minority Movement fu l’organizzazione di cui si dotò il Partito Comunista di Gran Bretagna per il suo lavoro all’interno dei sindacati. Il suo obiettivo era quello di organizzare i lavoratori rivoluzionari (anche i non iscritti al partito comunista) all’interno dei sindacati, senza creare un “sindacato comunista” separato.

(3) Movimenti di militanti di base e di rappresentanti sindacali (shop stewards), sorti durante la Prima guerra mondiale per contrastare le direttive governative di “militarizzazione” dell’economia, che prevedevano tra l’altro una forte limitazione – se non una sospensione – dei diritti sindacali sui posti di lavoro.

(4) Nei primi anni, l’ingresso nel Partito Laburista era possibile solamente per le organizzazioni, non per i singoli. Cioè era possibile far parte del Partito Laburista solo se si apparteneva a un’organizzazione – sindacale, associativa o “partitica” – affiliata ad esso, cioè federata ad altre organizzazioni che costituivano il partito. L’affiliazione di organizzazioni ai partiti fu una caratteristica comune e diffusa dei partiti socialisti (e fino a un certo punto anche dei partiti comunisti) anche dopo la Prima guerra mondiale.

(5) L’Indipendent Labour Party (Partito Laburista Indipendente) fu fondato nel 1893, e partecipò alla fondazione del Partito Laburista nel 1906, del quale fu affiliato (vedi nota 4) fino al 1932


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