(dal sito del PCL)

Jean Mendoza, Gustavo Martínez Rubio

La giornata del Primo maggio ha lasciato un bilancio positivo per il movimento operaio venezuelano. A livello nazionale si è avvertita la volontà di lottare e a Caracas il corteo è riuscito a percorrere il tragitto programmato da Chacaito fino a Plaza Morelos. È stata una dimostrazione del fatto che, nonostante tutto, la forza dei lavoratori è ancora viva.

Tuttavia, questo scenario di avanzamento è offuscato da una realtà inquietante: la divisione tattica e politica. Mentre la maggior parte delle organizzazioni si mobilitava in occasione della Festa dei Lavoratori, un settore sindacale ha indetto un corteo parallelo (ostacolato dal governo) il 30 aprile verso Miraflores. Questa mancanza di unità non è un caso, è il sintomo di un problema profondo che affligge, in generale, le dirigenze sindacali.

La debacle del movimento sindacale in Venezuela ha un’origine chiara: l’assenza di una pratica democratica e consultiva. Le dirigenze sindacali hanno sostituito le assemblee di base con l’intesa con i datori di lavoro e l’applicazione cieca di linee di partito. Parliamo di partiti di vertice, con interessi estranei al benessere dei lavoratori.

A ciò si aggiunge, ovviamente, la repressione sistematica del governo di Maduro (e ora di Delcy). Anni di persecuzioni, carcere e vessazioni da parte della polizia contro chi rivendica i propri diritti hanno indebolito la capacità organizzativa. Il risultato è un movimento sindacale frammentato, con alcuni dirigenti burocratici più preoccupati di capitalizzare politicamente piccoli spazi che di potenziare una mobilitazione unitaria per recuperare il salario e i diritti sottratti.

NÉ “COALIZIONE SINDACALE” NÉ PATINES. UNA LINEA POLITICA PADRONALE

In questo contesto travagliato fa la sua comparsa la cosiddetta “Coalizione Sindacale”, un gruppo con una visibilità mediatica “insolitamente” ampia nei media privati e sui social network. Il suo portavoce José Patines – presentato come dirigente sindacale del Ministero degli Esteri, anche se raramente lo si vede con gli altri iscritti – guida un’opera chiaramente divisiva, come hanno espresso i lavoratori in alcuni stati.

Sotto una retorica di lotta, questo gruppo opera per imporre l’agenda di un settore politico padronale specifico: quello di María Corina Machado. Mentre Machado compie tour internazionali, questi gruppi si muovono con una linea che in fondo è di smobilitazione: dicono che «non ha molto senso lottare per i salari» perché ciò che conta davvero sono le scadenze elettorali.

Si tratta, in sostanza, di chiedere al lavoratore di scegliere un altro carnefice. Questo lavoro è lo specchio di quello che svolge la Central Bolivariana Socialista de Trabajadores (CBST) per conto del governo. Se non è così, che spieghino come mai Machado e gli imprenditori che la circondano non abbiano beneficiato delle politiche antioperaie dell’attuale governo.

IL FALSO DILEMMA E L’AGENDA DELLE ÉLITE

Non si tratta di discutere se il Venezuela abbia bisogno di elezioni. È ovvio che ci troviamo di fronte a un governo di fatto illegittimo e prostrato davanti agli interessi internazionali, specialmente dopo la sua subordinazione alle politiche che favoriscono il capitale straniero e chiaramente Donald Trump. Il punto è che la “Coalizione Sindacale” spinge per una via d’uscita elettorale attraverso la figura di Machado, che rappresenta la continuità della politica di austerità. Il piano economico di Machado, in fondo, lo sta già attuando Delcy Rodríguez: che la crisi continui a essere pagata dai lavoratori privi di diritti.

Nonostante il suo forte discorso sul cambiamento, María Corina Machado ha mantenuto un significativo silenzio riguardo al ripristino profondo dei diritti del lavoro e alla situazione di precarietà che attraversa la classe lavoratrice. Sebbene l’eliminazione di queste conquiste sia stata attuata principalmente dalle politiche dell’attuale governo, questo scenario di deregolamentazione e di bassi costi è in linea con gli interessi del suo settore padronale di riferimento. Non toccando la questione dei meccanismi di tutela sindacale o salariale, la sua proposta suggerisce una continuità in cui il profitto aziendale ha la priorità sul ripristino delle garanzie storiche sottratte ai lavoratori.

Trattandosi di una politica elaborata negli uffici delle alte sfere padronali, non viene mai consultata la base. Questo è ciò che divide, indebolisce e toglie forza alla spinta operaia contro il governo e il padronato nel suo insieme.

UN APPELLO ALLA COSCIENZA E AL FRONTE UNICO

Queste note sono un monito per le lavoratrici e i lavoratori di base. Senza chiarezza politica, saremo carne da cannone per interessi estranei. La disperazione per la crisi attuale non può permettere che ci conducano, ancora una volta, in vicoli ciechi in cui cambiano solo i volti al potere ma lo sfruttamento rimane intatto.

Ai settori che hanno marciato a testa alta questo Primo maggio rivolgiamo un appello fraterno: è ora di un atteggiamento ancora più democratico e partecipativo. Dobbiamo elaborare un piano di lotta autentico, basato sulle rivendicazioni della nostra classe.

Dobbiamo elaborare un piano che si inquadri storicamente nel fronte unico di classe. Solo l’unità dal basso, con indipendenza da tutti i padroni – che siano del governo o dell’opposizione padronale – ci darà la possibilità concreta di sconfiggere il piano di fame che oggi ci viene imposto.


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