A Taiwan si è acceso il dibattito sull’impatto che avrà all’estero la leggesulla promozione dell’unità etnica nazionale adottata dalla Repubblica Popolare Cinese, la cui entrata in vigore è prevista per il 1° luglio.
Il provvedimento fa parte del piano del Partito comunista per assicurarsi che le minoranze aderiscano ai propri dettami. In tal senso, gli sforzi si sono intensificati da quando Xi Jinping ha assunto la guida del paese nel 2013. Pechino potrebbe servirsi della nuova legge anche per attuare eventuali ritorsioni nei confronti di coloro che a Taiwan appoggiano l’indipendenza dell’isola.
Storicamente la priorità geopolitica di chi governa la Cina è la preservazione della stabilità interna. Su questo principio si basa il tentativo di Xi di forgiare (zhulao) un’identità nazionale imperniata sul ceppo han (che rappresenta il 90% della popolazione), a discapito degli altri 55 gruppi etnici. Secondo la prospettiva di Pechino, Xinjiang, Mongolia Interna e Tibet (abitati rispettivamente da uiguri, mongoli e tibetani) rappresentano fondamentali cuscinetti a difesa del nucleo geopolitico della Repubblica Popolare da potenziali minacce terrestri. Per gli strateghi cinesi, perderne il controllo comporterebbe l’ennesimo collasso dell’Impero del Centro.
La nuova legge, approvata lo scorso marzo, prevede l’elevazione a livello nazionale di misure già applicate dalle autorità locali nel Xinjiang e in Mongolia Interna. Tra queste rientra la marginalizzazione degli usi e costumi delle minoranze nei programmi scolastici, con conseguente concentrazione sull’apprendimento del cinese mandarino (a discapito dei dialetti) e della storia secondo il Partito comunista. Con il nuovo provvedimento, ad esempio, lo studio del mandarino dovrà iniziare sin dall’asilo.
Il governo cinese ha intensificato la repressione degli uiguri (turcofoni e musulmani) dopo che tra il 2013 e il 2014 frange estremiste di matrice islamista appartenenti a questa minoranza hanno condotto degli attentati nel Xinjiang, a Kunming, a Pechino e a Guangzhou. Xi ha risposto avviando una campagna antiterrorismo, esemplificata da un esteso monitoraggio tecnologico e dai cosiddetti campi “di educazione professionale”, veri e propri centri di detenzione per “deradicalizzare” i soggetti considerati pericolosi. Nel frattempo, sono state adottate attività pedagogiche per spingere i giovani uiguri ad accettare lingua e cultura cinese e vietate alcune usanze legate all’Islam.
La nuova legge sull’unità etnica si rivolge espressamente pure ai taiwanesi quando sottolinea il bisogno di “forgiare un forte senso di comunità nella nazione cinese”. Inoltre, l’articolo 63 afferma che possono essere considerate legalmente responsabili le persone che fuori dalla Repubblica Popolare danneggiano l’unità etnica e incitano al separatismo. È possibile che Pechino usi questo espediente legale per sanzionare o perseguire i taiwanesi che sostengono l’indipendenza dell’isola e che magari hanno interessi personali o economici nella Cina continentale.
La partita è delicata. Taiwan è indipendente de facto, ma non de jure. Il governo cinese considera l’alterazione dello status quo come un motivo sufficiente per invadere l’isola. Progetto che Xi prende seriamente in considerazione, sebbene preferirebbe assorbirla senza fare la guerra. La vaghezza dell’articolo non consente di escludere che anche individui o soggetti stranieri che sostengono la causa taiwanese possano diventare bersagli di Pechino.
L’entrata in vigore della nuova legge avviene in un momento particolarmente complicato per Taiwan. Il governo del presidente Lai Ching-te è disorientato dalle prove di coesistenza competitiva sino-statunitense testimoniate dal viaggio di Trump a Pechino, dalla crescente sintonia tra Kuomintang (partito d’opposizione taiwanese) e Xi e dal congelamento del trasferimento del più grande pacchetto di dispositivi militari mai venduto da Washington a Taipei.
Nel frattempo, la Repubblica Popolare ha intensificato le attività a est di Taiwan, servendosi della propria Guardia costiera e del ministero delle Risorse naturali come risposta alle comunicazioni tra Giappone e Filippine per definire le rispettive zone economiche esclusive a pochi chilometri dall’isola. Così, nel dibattito cinese inizia a farsi strada l’idea per cui lo Stretto di Taiwan risulta concettualmente superato, giacché sotto la sovranità di Pechino. Il silenzio degli Stati Uniti, impegnati nella propria crisi interna e nei faticosi negoziati con l’Iran, potrebbe accelerare la rotta di collisione tra Repubblica Popolare e Giappone attorno a Taiwan.
da: Limes on line
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Un altro passo avanti verso il nazionalismo anticomunista da parte del PCC. Già Mao era impregnato di nazionalismo, anche se il riferimento al marxismo era presente, a modo suo. PCC e Kuomintang, da ex nemici ad amici, uniti dalla stessa ideologia “HAN”. Povero Chen Du Xiu. Ennesima prova che il nazionalismo, anche quando è spacciato da “antimperialismo”, è un veleno micidiale!
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