
Partito Comunista dei Lavoratori
Il 10 luglio 1976, in Brianza, dal reattore della fabbrica ICMESA di Meda, di proprietà della multinazionale svizzera Givaudan-Roche, si sollevò una nube tossica di Triclorofenolo, la forma più letale di diossina.
Nella narrazione dei principali quotidiani, Seveso è stato a lungo descritto come una fatalità, un errore tecnico, un “incidente” della modernizzazione industriale. Per noi il disastro di Seveso non è stato null’altro di diverso da quello che successe a Bhopal nel 1984 (con le dovute differenze in termini di vittime e di contesto, paese imperialista l’Italia e paese semicoloniale l’India) o, per rimanere a noi più vicini, è successo a Casale Monferrato con l’Eternit o in Campania con la miriade di discariche abusive nella Terra dei Fuochi.
Le inchieste indipendenti condotte nei mesi successivi da riviste come Sapere o quotidiani come Lotta Continua dimostrarono che le cause del disastro risiedevano interamente nel taglio dei costi di sicurezza per accelerare i ritmi produttivi.
Il reattore dell’ICMESA funzionava oltre i limiti di sicurezza prescritti e non era affatto dotato di sistemi di contenimento della nube in caso di sovrapressione, e i sistemi di controllo della temperatura erano carenti.
Per ben cinque giorni, l’ICMESA e la Givaudan-Roche tacquero la presenza della diossina alle autorità locali, permettendo a bambini e lavoratori di continuare a respirare il veleno.
Il governo, dal canto suo, guidato dalla Democrazia Cristiana di Giulio Andreotti, operò per settimane un controllo militare del territorio volto più a proteggere gli interessi e i segreti industriali della multinazionale che a salvaguardare la salute pubblica.
LE LEZIONI DI SEVESO PER UNA PROSPETTIVA ECOSOCIALISTA
Scrittrici e militanti comuniste come Laura Conti, con il testo di denuncia Visto da Seveso, e anche Tiziano Bagarolo, che citerà la tragedia di Seveso in vari passaggi del suo Marxismo ed ecologia collegandola con altri disastri come quello di Bhopal in India, compresero che anche dopo Seveso non era più possibile scindere la critica allo sfruttamento del lavoro dalla critica allo sfruttamento della natura.
La tragedia di Seveso, con il suo portato sui corpi delle proletarie e dei proletari della Brianza, accese il dibattito anche sull’aborto, visto l’alto rischio di malformazioni per le donne incinte di Seveso e dei comuni limitrofi.
Oggi, a cinquant’anni da quella tragedia, le cause che portarono a quel terribile disastro dominano ancora l’economia.
Le multinazionali, ma anche le piccole aziende sui territori continuano ad applicare lo stesso identico schema che portò all’esplosione dell’ICMESA, quello del profitto al di sopra di tutto.
Basti pensare al caso del fiume Sarno in Campania, il più inquinato d’Europa nel quale sversano i propri scarichi le industrie agroalimentari dell’Agro Nocerino Sarnese e le concerie di pelle di Solofra. O alle navi dei veleni inabissate al largo delle coste tirreniche calabresi.
La lezione di Seveso è questa: la transizione ecologica di cui tanto si parla non si farà che espropriando i mezzi di produzione dalle mani dei padroni, grandi o piccoli che siano, per consegnarli al controllo dei lavoratori.
Solo con un governo delle lavoratrici e dei lavoratori potrà accadere ciò e l’ambiente potrà tornare ad essere una priorità reale.
Scopri di più da Brescia Anticapitalista
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.