🇨🇳 Cina, nuove stragi di lavoratori
Uccisi dietro finestre sbarrate nel Fujian, mandati a morire su un versante instabile nel Gansu. 28 e 21 vittime rispettivamente, a due soli giorni di distanza
A mezzogiorno del 9 luglio la fabbrica di scarpe Huiteng a Chendai, nei pressi di Jinjiang, provincia del Fujian, ha preso fuoco mentre al suo interno si trovavano 237 operai e due fattorini. Le immagini che hanno fatto il giro della rete mostrano lavoratori intrappolati dietro le grate delle finestre e uomini che si gettano dai piani alti mentre il fumo nero inghiotte il capannone. L’incendio è durato circa otto ore. Il bilancio ufficiale è di 28 morti, mentre 213 persone sono state tratte in salvo.
La fabbrica era una vera e propria trappola, un accumulo di mancati rispetti delle più elementari norme. Per prevenire i furti, alle finestre dal primo al quinto piano era stata saldata una rete metallica che sbarrava ogni via d’uscita, mentre mancavano le scale antincendio esterne previste per un edificio di più piani. Il fuoco è divampato nel reparto di fustellatura al piano terra, dove erano stoccate grandi quantità di materiale infiammabile e ha risalito rapidamente i corridoi e le trombe delle scale, ingombri di materiali accatastati. Il capo dei vigili del fuoco ha dichiarato che gli ammassi avevano «gravemente ostacolato» i soccorsi, impedendo alle squadre di entrare attraverso le scale interne. Come non bastasse, non vi era alcuna traccia di un impianto antincendio automatico.
Chendai è il cuore dell’industria calzaturiera cinese: più di settemila aziende del settore, un miliardo di paia di scarpe prodotte ogni anno. Si tratta della centro produttivo nevralgico dei grandi marchi nazionali, da Anta a Xtep. La Huiteng riforniva anche marchi internazionali come Fila e le britanniche Slazenger e Hi-Tec. Le sneaker vendute nel mondo nascono qui. Ma, dietro le poche fabbriche modello di questi marchi, gran parte degli stabilimenti occupa case contadine autocostruite, ammassate le une sulle altre lungo strade troppo strette perché i mezzi dei vigili del fuoco possano accedervi. Chendai vive di manodopera migrante: oltre 300.000 persone, pari all80% dei residenti stabili, con fabbriche e dormitori mescolati negli stessi edifici. L’ironia amara è che, proprio in quel distretto, a maggio i vigili del fuoco avevano condotto una grande esercitazione contro gli incendi nei magazzini.
Ma il numero che spiega tutto è un altro. Lo stabilimento si estende su più di quattro ettari, produce circa 3 milioni di paia di scarpe l’anno e, secondo le banche dati di settore, dà lavoro a oltre mille persone. Sulla carta, però, quei mille lavoratori sembrano per la maggior parte non esistere. Nel 2025 la Huiteng ne aveva iscritti alla previdenza sociale appena dodici. Avete letto bene: dodici. Le visure della camera di commercio, già più generose, ne dichiaravano soltanto 155. E il giorno dell’incendio, quando è divampato il fuoco, nel capannone si trovavano 237 operai. Bastano questi tre numeri messi in fila – dodici iscritti alla previdenza sociale, centocinquantacinque dichiarati, oltre mille effettivi – per capire tutto. La stragrande maggioranza degli operai lavorava a cottimo, senza contributi e con salari minimi, ed era mantenuta deliberatamente invisibile per restare al di sotto della soglia dei controlli. Il responsabile dell’azienda è stato fermato e i conti societari congelati, come da copione.
Che la sicurezza fosse l’ultima voce del bilancio, del resto, le autorità lo sapevano già. Nei calzaturifici di Jinjiang, le ispezioni degli anni precedenti avevano riscontrato più volte gli stessi identici problemi, come vie tagliafuoco occupate da materiali infiammabili, scale prive di porte antincendio, colle pericolose stoccate in locali senza ventilazione. Ogni volta, la risposta era stata una multa irrisoria e poco altro. Sanzionare invece di imporre il rispetto delle regole risulta più conveniente, sia per chi controlla sia per i padroni, finché la contabilità delle multe non si è trasformata in quella dei morti.
Il caso non è un’eccezione e riflette una realtà molto più ampia. Nel 2025, secondo i dati ufficiali del Ministero della gestione delle emergenze, gli infortuni sul lavoro sarebbero diminuiti di quasi il 9% rispetto all’anno precedente. Nonostante questo, in dodici mesi, si sono comunque registrati quasi 20.000 incidenti e oltre 18.000 morti – sempre stando alle cifre ufficiali. È il lato oscuro di un paese che si vanta di essere diventato un gigante dell’alta tecnologia, con molte fabbriche automatizzate quasi prive di operai, ma che è rimasto al tempo stesso una potenza in quelle industrie di bassa gamma che ne hanno fatto la fabbrica del mondo. La sicurezza, osserva China Labor Watch, è la prima voce di spesa che viene tagliata quando l’economia rallenta, mentre allo stesso tempo ai lavoratori viene impedito di organizzarsi per fare valere i loro diritti.
Due giorni prima, all’alba del 7 luglio, un’altra strage aveva colpito l’altra estremità del paese. Nell’entroterra del Gansu, a Longnan, 33 lavoratori forestali stavano salendo a piedi verso il bosco quando una frana improvvisa li ha travolti. 21 di essi sono morti. Erano braccianti a giornata, reclutati da un subappaltatore per ripulire il terreno da erbacce e arbusti, pagati centoventi yuan al giorno e privi di qualsiasi rapporto diretto con il committente pubblico. Il più anziano aveva sessanta anni e la maggior parte era sulla cinquantina, uomini e donne. I giovani sono emigrati dai villaggi in cerca di lavoro e a casa sono rimasti i più anziani: erano loro a risalire quel versante instabile, nonostante l’allerta meteo diramata il giorno precedente.
La fabbrica e il bosco mettono in evidenza la medesima realtà del mercato del lavoro cinese. In entrambi i casi, le vittime sono lavoratori senza un contratto stabile e privi di tutele, con appena dodici iscritti alla previdenza sociale su oltre mille dipendenti a Jinjiang e manodopera temporanea assunta attraverso un subappalto a Longnan. Anche la risposta dall’alto segue sempre la stessa liturgia: Xi parla di perdite pesanti e chiede che i responsabili siano puniti «con rigore»; il premier Li Qiang emette la sua direttiva; il governatore del Fujian compare sul posto la sera del 9 luglio, accompagnato da un corteo che qualcuno in rete ha paragonato, per dimensioni, a quello di una visita di Trump in Cina. Il meccanismo si mette in moto soltanto dopo, quando il disastro è già avvenuto. Ma come ho già osservato non si tratta di episodi isolati. L’anno si era aperto a gennaio con l’esplosione di Baotou, nella Mongolia Interna, che ha ucciso dieci lavoratori: il disastro del complesso della Baogang, al quale ho dedicato un intero libro (https://andreaferrario1.substack.com/p/e-uscito-baotou-il-mio-ebook-liberamente), ha mostrato come le terre rare che alimentano la filiera tecnologica dipendano dal lavoro e dai corpi di persone rese invisibili e sacrificabili. Da allora la catena non si è più interrotta e, soltanto tra maggio e luglio, la fabbrica di fuochi d’artificio dell’Hunan, la miniera di carbone dello Shanxi e l’incendio di Jinjiang hanno ucciso 147 lavoratori in poco più di 60 giorni. Lo stesso Xi ha ammesso che gli incidenti gravi si sono moltiplicati. Sono aumentate con loro anche le campagne di ispezione post-factum. Il modello che li produce, invece, resta intatto.
Fonti: Labor Info, Utopia, South China Morning Post, Le Monde, Bloomberg, New York Times, Red Song Network, Wall Street Journal
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