E così, dopo esserci affannati e sgolati per quasi mezzo secolo a gridare nelle piazze “Lavorare meno, lavorare tutti!” (ovviamente inascoltati da padroni e governo, e questo era scontato, ma purtroppo anche dai sindacati maggioritari) sembra che il concetto stia facendo breccia, se persino un giornale vescovile lo rilancia. Certo, noi volevamo (e vogliamo tuttora) che la riduzione d’orario a parità di salario fosse pagata dai padroni (pardon, dagli “imprenditori”) e non dallo Stato (il che vuol dire, visto il regime attuale di tassazione, dai lavoratori e dai pensionati, almeno al 90%). Ma a questo punto, purché si affermi il principio della riduzione d’orario a parità di paga sono quasi quasi disposto (l’età mi avrà reso moderato e riformista?) ad accettare che le due o tre ore in meno lavorate quotidianamente finiscano sulle spalle dello Stato. Sperando che, passata la buriana, sia difficile far digerire ai lavoratori il ritorno alle obsolete 8 ore giornaliere. E che siano disposti a difendere la giornata di 5, 6 o 7 ore con le unghie e coi denti. Un piccolo appunto, per mettere i puntini sulle i. Questa notizia mi è arrivata stamane, su Facebook, grazie ad un compagno di Barcellona (che i lettori del nostro blog già conoscono, il bravo Rolando), che mi ha inviato il tweet di Victor Serri, corrispondente attuale dalla capitale catalana di Radio Onda d’Urto, per la quale sia io che Rol abbiamo “corrisposto” spesso in passato. Peccato che a Victor, non so se per la fretta o per una svista, sfugga un’inesattezza storica, quando twitta che “era lo slogan dell’Autonomia italiana negli anni ’70”. Visto che ha usato la maiuscola, credo volesse indicare quell’area politica, nata sostanzialmente tra il ’76 e il ’77, che si definiva “Autonomia Operaia” e i cui lontani (non solo in senso cronologico) eredi sono oggi, in parte, molti dei centri sociali esistenti in quasi tutte le città italiane. Se avesse usato le minuscole (nel senso quindi di “indipendenza di classe”, ovviamente nei confronti di padroni e Stato) non avrei avuto nulla da eccepire. Ma poiché non è la prima volta che mi capita (a Barcellona come a Brescia) di vedere più o meno immeritatamente attribuita ad una mitica “Autonomia” (l’aggettivo “operaia” essendo praticamente scomparso da almeno un quarto di secolo, e pour cause!) ogni battaglia dell’estrema sinistra organizzata degli anni tra il 1968 e il 1977, sono costretto, appunto, a mettere petulantemente i famosi puntini sulle i. Lo slogan di cui sopra era onnipresente nelle manifestazioni operaie dei primi anni ’70 (quando nessuno aveva mai sentito parlare dell’Aut. Op., appunto perché non esisteva ancora), lanciato dai militanti dei tanto vituperati “gruppi”, in particolare da Lotta Continua, Avanguardia Operaia e dai GCR, sezione italiana della Quarta Internazionale. Ricordo anche che la rottura mia e di altri compagni con Avanguardia Operaia fu dovuta anche all’abbandono (parziale) della parola d’ordine delle 35 ore a parità di salario verso la fine del ’74, inizi del ’75, abbandono dovuto all’avvicinamento in corso tra AO e il più “moderato” PdUP-Manifesto. Infatti il Coordinamento Operaio per le 35 ore, a Brescia come un po’ ovunque in Italia, fu animato, oltre che da molti lavoratori senza tessera (o persino del PCI!), soprattutto dai compagni operai di LC e della Quarta. Il fatto che, a partire dal 1977, molti compagni di LC (ed anche della Quarta) passassero, dopo l’autoscioglimento del partito alla fine del ’76, gradualmente nei vari gruppi dell’arcipelago “autonomo”, non autorizza, se si vuol rispettare la Storia, a cancellare disinvoltamente l’accaduto per riscrivere una versione ad usum delphini. E poi, diciamocela tutta, la battaglia per la riduzione d’orario a parità di salario è vecchia di almeno 150 anni, ben prima che nascesse non solo l’Autonomia, ma pure Lotta Continua, e persino la venerabile Quarta Internazionale. O ci siamo scordati del perché gli operai nordamericani erano in piazza, a Chicago, quel famoso Primo Maggio del 1886? Senza rancore, compagno Victor, ma la Storia si rispetta, non si riscrive.

Flavio Guidi