Chi custodirà l’uranio dell’Iran? È questa la domanda che potrebbe decidere il destino dei negoziati tra Stati Uniti e Repubblica Islamica.
da Dazibao
giu 03, 2026
Come riporta la CNN, il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance ha dichiarato che Washington e Teheran sarebbero ormai vicine a un’intesa finale. Tuttavia, secondo Vance, il principale ostacolo che impedisce di chiudere definitivamente l’accordo riguarda proprio il destino delle scorte iraniane di uranio altamente arricchito.

Contemporaneamente alla fine di maggio ha iniziato a circolare una notizia che, se confermata, potrebbe cambiare completamente il modo in cui guardiamo alla crisi nucleare iraniana.
Secondo Al Arabiya, un’emittente televisiva di proprietà statale dell’Arabia Sautdita, durante i negoziati indiretti tra Washington e Teheran sarebbe emersa un’ipotesi sorprendente: l’Iran potrebbe prendere in considerazione il trasferimento in Cina delle proprie scorte di uranio altamente arricchito al 60%.
L’ipotesi di trasferire l’uranio arricchito di Iran fuori dal paese non è una novità. Ed è già successo 11 anni fa.
Nel 2015, Teheran ha trasferito a Mosca le proprie eccedenze di uranio arricchito nell’ambito del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo raggiunto con l’amministrazione Obama. Tale intesa si basava su un’infrastruttura diplomatica per il controllo degli armamenti ereditata dall’epoca della Guerra Fredda e costruita attraverso decenni di relazioni tra Washington e il Cremlino.
Trasferire l’uranio iraniano in Russia era considerato una soluzione accettabile perché Mosca e Washington, nonostante le tensioni geopolitiche, continuavano ancora a condividere un sistema di fiducia reciproca nel settore del controllo degli armamenti nucleari.
In parole semplici, Washington e Mosca accettarono ufficialmente che ciascuna parte potesse controllare l’altra attraverso i propri satelliti, radar e sistemi di osservazione, inclusa la possibilità per ispettori stranieri di entrare fisicamente nel territorio dell’altra nazione.
Oggi tutto questo non esiste più. La guerra in Ucraina ha demolito gran parte dell’architettura di fiducia costruita dopo la Guerra Fredda. Alcuni dei trattati firmati nel secondo dopoguerra sono scomparsi o sono stati progressivamente svuotati.
Ed è in questo contesto che emerge l’ipotesi di trasferire il materiale più sensibile del programma nucleare iraniano in Cina. Ciò significa che la questione nucleare iraniana potrebbe essersi trasformata da una “questione tra Stati Uniti e Iran” a una “questione triangolare tra Stati Uniti, Cina e Iran”.
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Dal punto di vista dell’Iran, l’ipotesi di trasferire l’uranio arricchito in Cina potrebbe rappresentare una soluzione sia sul piano esterno, nei confronti degli Stati Uniti, sia sul piano interno, nei confronti dell’ala più dura del governo iraniano.
Come commenta il giornalista di inchiesta cinese Wang Zhian, i circa 440 kg di uranio altamente arricchito detenute dall’Iran, si sono trasformate in un problema strategico dopo le ripetute operazioni israeliane contro le infrastrutture nucleari della Repubblica Islamica.
Per Teheran, mantenere queste scorte all’interno del Paese significa continuare a offrire a Israele un obiettivo per eventuali future operazioni militari. Di conseguenza, la leadership iraniana avrebbe bisogno di una soluzione che consenta di ridurre il rischio militare senza apparire come una capitolazione.
In teoria le opzioni disponibili sono poche.
La prima opzione sarebbe un trasferimento diretto agli Stati Uniti. Tuttavia, dal punto di vista della politica interna iraniana, consegnare il proprio uranio arricchito a Washington verrebbe inevitabilmente percepito come una capitolazione politica, un’immagine che la leadership iraniana può permettersi di accettare senza pagarne il prezzo sul piano domestico.
La seconda possibilità sarebbe trasferire il materiale in Russia. Tuttavia, come abbiamo visto in precedenza, questa soluzione si scontra con il progressivo deterioramento della fiducia tra Mosca e Washington. Di conseguenza, difficilmente gli Stati Uniti considererebbero la Russia un depositario sufficientemente affidabile.
La terza opzione consisterebbe nel lasciare il materiale sotto la sorveglianza dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA). Ma questa soluzione non affronta il nodo centrale della questione: l’Iran continuerebbe a mantenere sul proprio territorio quantità significative di materiale nucleare sensibile.
A questo punto, tra tutte le opzioni disponibili, il trasferimento dell’uranio arricchito in Cina diventa una possibilità concreta.
Come si legge nel resoconto ufficiale della conferenza stampa del Ministero degli Esteri cinese, una giornalista di Bloomberg ha chiesto alla portavoce Mao Ning se Teheran avesse contattato la Cina per discutere un eventuale trasferimento dell’uranio altamente arricchito e se Pechino fosse disposta ad accettarlo.
Mao Ning ha evitato una risposta diretta, limitandosi a dichiarare che:
«Ci auguriamo che le parti interessate colgano l’opportunità e trovino, attraverso il dialogo e il negoziato, una soluzione che tenga conto delle legittime preoccupazioni di tutte le parti. La Cina continuerà a svolgere un ruolo costruttivo nella risoluzione politica e diplomatica della questione nucleare iraniana, salvaguardando il regime internazionale di non proliferazione nucleare e promuovendo la pace e la stabilità in Medio Oriente e nel mondo.»
Si tratta di una formulazione diplomatica volutamente ambigua. Pechino non ha confermato l’esistenza di alcuna richiesta iraniana, ma allo stesso tempo non ha nemmeno escluso esplicitamente la possibilità di svolgere un ruolo diretto nella gestione del materiale nucleare iraniano.
Anche in alcuni ambienti accademici e diplomatici si guarda con favore a questa ipotesi.
Come riporta il think tank Center for China and Globalization(CCG), durante un forum organizzato dal CCG a Pechino, Mohamed Amersi — imprenditore britannico di origine iraniana e, secondo quanto da lui stesso dichiarato, in contatto con figure vicine al negoziato, tra cui il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi — ha sostenuto che Pechino potrebbe accettare le scorte iraniane di uranio altamente arricchito, ridurne il livello di arricchimento e destinarle a usi civili.
Secondo Amersi, questa sarebbe una delle misure più concrete che la Cina potrebbe adottare per contribuire alla soluzione della crisi: eliminerebbe dall’equazione l’elemento più pericoloso, aumenterebbe la credibilità di Pechino agli occhi di Washington e offrirebbe a Teheran un meccanismo dignitoso per ridurre la pressione internazionale senza consegnare il proprio materiale nucleare direttamente agli Stati Uniti.
Allo stesso tempo, la Cina condivide un interesse comune cruciale con il suo principale rivale, gli Stati Uniti: né Washington né Pechino desiderano che l’Iran possieda armi nucleari.
Sebbene i due Paesi condividano lo stesso obiettivo, divergono sui mezzi per raggiungerlo. Pechino teme che l’acquisizione di armi nucleari da parte dell’Iran possa innescare una corsa agli armamenti regionale, minacciare il quadro del Trattato di non proliferazione nucleare e destabilizzare il corridoio energetico del Golfo.
La Cina possiede qualcosa che nessun’altra grande potenza può offrire: la fiducia dell’Iran, l’attenzione degli Stati Uniti e il potere di limitare sia l’Iran che gli Stati Uniti. Ciò che manca alla Cina non è la capacità, né l’opportunità. Ciò che finora le è mancato è il coraggio politico di usare la sua influenza su questo Paese, che considera uno stretto partner strategico, per raggiungere una soluzione che avvantaggi l’intera regione, e soprattutto la Cina stessa.
Anche all’interno della Cina non mancano voci che guardano con favore a questa soluzione.
Come riporta Al Arabiya, durante una recente intervista rilasciata a margine dello Shangri-La Dialogue di Singapore, Zhou Bo, ex colonnello dell’Esercito Popolare di Liberazione e oggi uno dei commentatori strategici più ascoltati nel dibattito cinese, ha affermato che Pechino avrebbe sia la credibilità politica sia le capacità tecniche necessarie per gestire un’eventuale operazione di questo tipo.
Secondo Zhou, la Cina ha mantenuto una posizione relativamente neutrale durante la crisi e dispone della tecnologia necessaria per diluire l’uranio altamente arricchito, trasformandolo in combustibile utilizzabile per scopi civili.
L’ex ufficiale ha inoltre lasciato intendere che dietro le quinte potrebbero essere in corso contatti diplomatici più intensi di quanto appaia pubblicamente. A sostegno di questa lettura ha ricordato che il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi si è recato a Pechino pochi giorni prima della visita del presidente Trump in Cina, una coincidenza che, a suo avviso, suggerisce un significativo fermento diplomatico lontano dai riflettori.
Ma all’interno della Cina non tutti condividono questa posizione.
Sempre durante il forum organizzato nel CCG, il professore Niu Xinchun, vicepresidente dell’Università di Ningxia e Direttore esecutivo dell’Istituto di ricerca Cina-Stati arabi ha affermato che
In primo luogo, la Cina continuerà ad aderire alla sua politica di non interferenza.
In secondo luogo, credo che la maggior parte dei paesi concordi sul fatto che questa guerra sia stata una scelta dello stesso Trump. Chiunque l’abbia scatenata deve assumersene la responsabilità. Pertanto, gli Stati Uniti da soli dovrebbero trovare una soluzione a questo problema.
In altre parole, secondo il professor Niu non è affatto scontato che la Cina sia disposta ad assumersi l’onere di gestire una questione così delicata. Accettare di custodire l’uranio iraniano potrebbe certamente garantire a Pechino un significativo ritorno diplomatico, rafforzandone l’immagine di potenza responsabile e di attore indispensabile nella gestione delle crisi internazionali.
Tuttavia, a questi potenziali benefici si accompagnerebbero anche rischi considerevoli. Assumere il ruolo di custode del materiale nucleare iraniano significherebbe infatti esporsi a enormi pressioni politiche e diplomatiche da parte di tutte le parti coinvolte. Qualsiasi futura controversia sul programma nucleare di Teheran finirebbe inevitabilmente per coinvolgere anche la Cina, trasformando un successo diplomatico in una possibile fonte di tensioni con Stati Uniti, Israele e gli stessi paesi della regione.
Ma il problema più grande deriva dall’altro attore del conflitto, cioè gli Stati Uniti. E trasferire l’uranio in Cina potrebbe essere una soluzione gradita a Teheran, ma piace poco a Donald Trump. In un post su Truth Social, Trump ha dichiarato che l’uranio arricchito iraniano verrà distrutto, o negli Stati Uniti, o nella Repubblica islamica stessa, o “in un altro luogo accettabile”.

Pochi giorni dopo, come riporta CNBC, durante la riunione di gabinetto alla Casa Bianca, quando gli è stato chiesto se avrebbe considerato accettabile il trasferimento dell’uranio iraniano in Russia o in Cina, Trump ha risposto che “No, non mi sentirei a mio agio”.
C’è poi un secondo problema, forse ancora più delicato: anche se l’uranio venisse effettivamente trasferito in Cina, chi potrebbe verificarne il destino?
In passato, Stati Uniti e Russia disponevano di un sistema consolidato di controllo reciproco degli armamenti nucleari. Tra Stati Uniti e Cina, però, non esiste nulla di paragonabile.
Washington non dispone di un meccanismo che consenta ai propri ispettori di accedere agli impianti nucleari cinesi. E Pechino, dal canto suo, difficilmente potrebbe accettare che ispettori americani — o peggio ancora attività di intelligence statunitensi e israeliane — operino attorno alle proprie infrastrutture nucleari più sensibili.
Ma naturalmente, la Cina non è l’unica opzione sul tavolo.
Come riportato dal Financial Times, anche il Kazakistan starebbe emergendo come possibile destinazione per le scorte iraniane di uranio altamente arricchito nel caso in cui Washington e Teheran riuscissero a raggiungere un nuovo accordo sul programma nucleare della Repubblica Islamica.
Secondo quanto dichiarato dal direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), Rafael Grossi, il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev avrebbe espresso ad Astana la disponibilità del proprio Paese ad accogliere il materiale nucleare iraniano.
L’ipotesi kazaka presenta alcuni vantaggi che la rendono particolarmente interessante agli occhi della comunità internazionale. Dal 2019, infatti, il Kazakistan ospita la Banca dell’Uranio a Basso Arricchimento dell’AIEA, una riserva internazionale creata proprio per garantire forniture sicure di combustibile nucleare a scopi civili.
Come ha spiegato Grossi, l’esistenza di questa infrastruttura significa che «esiste già un luogo in cui questo materiale può essere custodito in condizioni di sicurezza e sotto supervisione internazionale».
A differenza dell’opzione cinese, inoltre, il Kazakistan potrebbe risultare politicamente più accettabile per tutte le parti coinvolte. Astana mantiene relazioni relativamente buone sia con l’Occidente sia con Russia, Cina e Iran, e soprattutto non è percepita come uno dei principali protagonisti della competizione strategica globale.
Per questo motivo Grossi ha affermato di ritenere che una soluzione di questo tipo potrebbe essere «probabilmente accettabile» sia per Washington sia per Teheran.
Tuttavia, anche in questo caso non esiste ancora alcuna decisione definitiva. Il futuro delle scorte iraniane di uranio altamente arricchito dipenderà dai negoziati che seguiranno un eventuale accordo politico tra Stati Uniti e Iran. Solo allora si aprirà la discussione concreta su chi dovrà custodire il materiale nucleare e secondo quali modalità di controllo e verifica.
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