Come dopo ogni appuntamento elettorale, cerchiamo di vedere da vicino come sono andate le cose, basandoci sui numeri reali e non sulle estrapolazioni più o meno fantasiose di giornalisti e “politologi”. Come al solito la nostra attenzione si concentra sul numero di votanti, sia in generale, sia rispetto ai singoli partiti e schieramenti. Non che il fatto che vinca questo o quell’altro ci risulti indifferente, anzi. Ma, viste anche le leggi elettorali antidemocratiche (nelle regionali umbre vige una specie di maggioritario all’americana, per cui il primo arrivato viene automaticamente eletto, senza alcun ballottaggio) ci interessa analizzare gli spostamenti “veri”, in termini di voti reali. Un primo elemento da sottolineare è l’aumento della partecipazione rispetto alle regionali del 2015: 64,5% contro il 55,4% di 4 anni fa. Ma la partecipazione è molto inferiore rispetto alle politiche del marzo 2018 (meno 14 punti!) e persino rispetto alle europee di pochi mesi fa (3 punti in meno), solitamente meno partecipate delle scadenze legislative e regionali. Senza appello appare la netta vittoria della destra a trazione fascio-leghista, che, bisogna aggiungere, era già emersa con le europee di pochi mesi fa. La Lega conquista 155 mila voti (37%), perdendone 16 mila rispetto a giugno 2019, ma aumentando di 52 mila rispetto alle politiche del marzo 2018 (103 mila voti e 20,2%) e addirittura più che triplicando rispetto alle precedenti regionali del 2015, dove aveva ottenuto 49 mila voti (14%). Se si pensa che, ai tempi di Bossi, nell’ex regione rossa “ombelico d’Italia”, la Lega era un partitucolo da prefisso telefonico, si ha la dimensione del disastro combinato dai “centro-sinistri”,  riuscendo a disperdere un patrimonio, se non di lotte, almeno di coscienza e opinione. Non è con le marce “Perugia-Assisi”, che ricordano tanto le processioni religiose, che si combatte il fascismo e il razzismo. Infatti i fascisti della Meloni ottengono un risultato di tutto rispetto, anzi, sono i soli a poter dire di essere cresciuti anche rispetto alle europee: passano dai 30 mila voti (6,6%) di 5 mesi fa ai 43 mila (10,4%) di oggi. Ne avevano 25 mila (4,9%) l’anno scorso alle politiche, e 22 mila (6,2%) alle regionali di 4 anni fa. Diversamente dalla Lega, però, è un risultato in linea con la tradizione regionale, dove, ai tempi di AN e del MSI, le percentuali a due cifre erano abbastanza abituali. Gli unici a non poter cantar vittoria, a destra, sono i forzitalioti, scesi dai 29 mila voti (6,4%) delle europee ai 23 mila (5,5%) di oggi, continuando nel trend discendente: alle politiche del 2018 avevano preso 57 mila voti (11,2%), e alle regionali di 4 anni fa 30 mila voti (8,5%). Se aggiungiamo le altre liste cosiddette “civiche”, la destra umbra conferma e rafforza il sorpasso sul centro-sinistra avvenuto 5 mesi fa: con 246 mila voti (58,8%) rispetto ai 235 mila (52,3%) del giugno 2019 cancella l’abusato aggettivo “rosso” dal nome della regione. L’avanzata della destra è ancor più visibile se il paragone lo facciamo con le politiche del marzo 2018 (200 mila voti e 39,3%) o con le regionali del 2015 (140 mila voti e 39,6%). L’unica, magrissima, consolazione è la scomparsa dell’estrema destra ultrafascista, evidentemente confluita in FdI e nella Lega: 5 mesi fa aveva ottenuto solo 5 mila voti (1,1%), ma l’anno scorso ne aveva avuti 12.500 (2,5%). Nel centro sinistra le cose vano male per il PD, ormai ben lontano dai record del PCI-PDS-DS: è il secondo partito, dopo la Lega, solo grazie al crollo dei “grillini”. Il PD ottiene oggi 93 mila voti (22,3%), calando ulteriormente anche rispetto al peggior risultato della sua storia, quello delle europee di giugno, dove aveva ottenuto 108 mila voti (24%). Anche rispetto al 2018 il calo è importante (127 mila voti, 24,8%), e ancor più, in termini percentuali, alle regionali del 2015 (126 mila voti, 35,8%). Ma chi crolla veramente sono i “grillini”, che passano dall’essere stati per un attimo il primo partito in Umbria alle politiche del 2018 (141 mila voti, 27,5%) al disastro di oggi (31 mila voti, 7,4%, quarto partito). Anche rispetto al ridimensionamento avvenuto già alle europee (66 mila voti, 14,6%) si tratta di un dimezzamento nell’arco di pochi mesi. E percentuale analoga (14,6% e 51 mila voti) aveva avuto il M5S nelle regionali del 2015. Una debacle totale, che fa sospettare l’abbandono dell’elettorato qualunquista, in fuga verso l’estremismo di destra salviniano. Se consideriamo solo l’elettorato di centro-sinistra (escludendo cioè i grillini), si passa dai 152 mila voti (43,3%) del 2015 ai 156 mila (30,5%) dell’anno scorso, ai 128 mila (28,4%) di 5 mesi fa, ai 123 mila (29,4%) di oggi. Un calo più o meno significativo, ma avvenuto in gran parte prima delle politiche del 2018. Nonostante gli scandali che hanno coinvolto la precedente giunta di centro-sinistra, insomma, è il nuovo alleato grillino che trascina ulteriormente a fondo la coalizione. E veniamo ora a ciò che resta della sinistra. In queste elezioni si presentava divisa in tre: la parte più moderata (LeU, SI, ma anche una parte del PRC) si presentava in coalizione con PD e grillini. Questa mini-coalizione ha ottenuto 6.700 voti (1,6%). Se facciamo il paragone con La Sinistra, presente alle europee di giugno, notiamo un calo, rispetto ai 9.400 voti (2,1%) di 5 mesi fa. Se poi il paragone lo si fa con LeU (nel 2018) il calo è ancor più accentuato: 15 mila voti (3%) nel marzo dell’anno scorso. Più complicato il paragone con le regionali del 2015, dove era presente SEL (9 mila voti, 2,6%) in coalizione col PD, e la sinistra d’opposizione che più o meno faceva riferimento all’Altra Europa (compreso il PRC), con 6 mila voti (1,6%). Il voto della sinistra “radicale” (ammesso e non concesso che il PC di Rizzo possa esservi incluso) è altrettanto debole di quella “di governo”: 4.500 voti al PC (1%), 3.800 all’alleanza PCI-PaP (0,9%). Alle europee di giugno era presente solo il PC, che ottenne 7 mila voti (1,6%). Sembra che la presentazione di PCI-PaP abbia danneggiato, quindi, gli stalinisti di Rizzo. Se facciamo il paragone con le politiche del ’18, invece, è PaP che arretra: i 6.700 voti (1,3%) di un anno e mezzo fa sono quasi dimezzati. La scelta di Rifondazione ha sicuramente pesato nel piccolo elettorato che scelse PaP allora. Il PC ottenne nel ’18 4.500 voti (0,9%), gli stessi di oggi. Nel 2015 lo schieramento della sinistra radicale era totalmente diverso: tra AE e PCL si ottennero 7.200 voti (2,1%). Provando a voler mettere tutti insieme quelli “a sinistra del PD” (operazione puramente aritmetica), si passa dai 16 mila voti del 2015 (4,7%) ai 26 mila dell’anno scorso (5,2%), ai 16 mila di 5 mesi fa (3,7%), ai 15 mila di oggi (3,5%). Un indebolimento più o meno costante, anche se non drammatico dal punto di vista numerico. Il passaggio verso l’irrilevanza era già avvenuto nel decennio scorso, quando il PRC viaggiava su percentuali a due cifre in regione. Di “rosso”, in Umbria, sembra rimasto solo l’ottimo vino.

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