Gli ultimi sondaggi mostrano il probabile crollo dei partiti sionisti d’estrema destra, a partire dal Likud di Netanyahu. Inizio della fine per Bibi? Troppo presto per dirlo, ma gli scricchiolii, iniziati da ben prima del 7 ottobre, stanno diventando crepe sempre più profonde, nonostante la guerra abbia permesso al criminale di galleggiare ancora.

Dall’ottobre 2023 la “questione palestinese” è tornata ad essere al centro del dibattito politico, in seguito al pogrom islamista del 7 ottobre e alla successiva guerra genocidaria a Gaza, Libano e, seppur in misura diversa, in Cisgiordania. La ghiotta occasione, fornita al governo d’estrema destra guidato da Netanyahu dall’attacco politicamente suicida (oltre che moralmente ripugnante) di quel giorno, per prendere due piccioni con una fava* è indubbiamente stata colta al volo. E si è ormai consolidato il sospetto che il pogrom sia stato favorito dall’establishment sionista, a cominciare dagli onnipotenti servizi segreti. La sacrosanta indignazione verso ciò che è apparso fin da subito un tentativo di genocidio (almeno a Gaza) ha portato molte persone, compresi moltissimi che fanno riferimento alla sinistra, a considerare la società israeliana (per lo meno nella parte ebraica di questa società, cioè il 70% dei cittadini) come un tutt’uno: una manica di razzisti, suprematisti ebraici, e addirittura fascisti. A poco sono valse le mobilitazioni, in Israele e tra gli oltre 10 milioni di ebrei che vivono fuori dallo stato sionista, di moltissimi ebrei contrari al massacro. Ebrei antisionisti di sinistra, religiosi ultraortodossi, pure loro antisionisti (come quelli di Mea Shearim, a Gerusalemme), oppure semplicemente sionisti “moderati”, contrari alla politica estremista guerrafondaia e avventurista del governo Netanyahu. Ancor meno effetto hanno avuto gli interventi di esponenti della sinistra antisionista israeliana in numerose occasioni, anche con tour all’estero. Basti pensare, per restare nel nostro piccolo, al centinaio scarso di persone che hanno voluto ascoltare il deputato comunista alla Knesset**, il compagno Ofer Kassif, quando è venuto, su invito di Rifondazione Comunista, qui a Brescia. Ofer parlava di un 30% di israeliani contrari alla politica del governo. In questi giorni, su proposta del governo del boia corrotto Netanyahu, la Knesset è stata sciolta, ed entro 90 giorni si andrà a nuove elezioni. E già girano i primi sondaggi, che danno, seppur in maniera sommaria, un’idea dell’orientamento politico dei cittadini dello stato sionista che, ricordiamolo, sono al 70% ebrei, al 25% arabi (musulmani, cristiani, ecc.) e per il restante 5% drusi, armeni, circassi, ecc.

I sondaggi parlano di seggi, ma visto che il sistema è proporzionale, la percentuale di voti è analoga a quella dei seggi. Se si tenessero oggi le elezioni parlamentari in Israele, il Likud del premier Benjamin Netanyahu rimarrebbe forse il primo partito del Paese, ottenendo 24 seggi su 120, ma perdendone ben 8 rispetto alle elezioni del 2022. È quanto emerso da un nuovo sondaggio elettorale realizzato “Zman Yisrael”, l’edizione in lingua ebraica del quotidiano “Times of Israel”, secondo cui la lista Insieme, guidata dagli ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid, sarebbe il secondo partito con 23 seggi. Gli altri partiti d’estrema destra che governano lo stato sionista andrebbero ancor peggio. Il partito di estrema destra Sionismo religioso del ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, supererebbe a malapena la soglia di sbarramento, ottenendo i quattro seggi minimi necessari per entrare alla Knesset, perdendo 3 seggi e dimezzando i voti. Solo il partito Otzma Yehudit del fascista Ben Gvir conserverebbe i 6 seggi ottenuti nel ’22. Il quarto partito governativo, quello meno estremista, non otterrebbe nessun seggio, perdendo i 4 avuti nel ’22. La coalizione governativa passerebbe dai 49 seggi del 2022 ai 34 di oggi, meno del 30% dei voti. Gli altri partiti di destra, che sostengono dall’esterno la coalizione fascio-sionista, pur non entrando al governo, avrebbero i seguenti risultati. Lo Shas sefardita passerebbe da 11 seggi a 9, mentre Noam non ne avrebbe nessuno. Quindi, dai 61 seggi che avevano permesso a Netanyahu di formare il governo, si scenderebbe a 43. Da quando è iniziata la guerra aperta a Gaza, Libano, Cisgiordania, il governo d’estrema destra è però stato di fatto sostenuto anche dall’astensione dei partiti della destra moderata e del centro-sinistra sionista. Cosa dicono i sondaggi su questi partiti? I centristi di Insieme, di Blu e Bianco e di Yashar, sommerebbero 43 seggi (contro i 31 del ’22), lo stesso numero dell’estrema destra. Il partito di destra nazionalista laica Ysrael Beitenu crescerebbe del 50%, passando da 6 a 9 seggi. La destra religiosa conservatrice, ma antisionista, del Partito della Torah unito passerebbe da 7 a 8 seggi, con un piccolo incremento. La “sinistra” sionista, socialdemocratica, unita nel nuovo partito “I Democratici”, raddoppierebbe, passando da 4 a 8 seggi. E per quanto riguarda l’opposizione antisionista? La destra islamista manterrebbe i suoi 5 seggi, mentre la sinistra antisionista (coalizione intorno al Partito Comunista) scenderebbe da 5 a 4 seggi.

Schematizzando, né l’estrema destra fasciosionista (43 seggi), né le forze sioniste più o meno moderate (60 seggi) avrebbero i numeri per governare. Le seconde avrebbero bisogno dell’appoggio di una delle tre forze antisioniste per avere la maggioranza in parlamento. Escluso l’appoggio della sinistra di Hadash, resta la possibilità degli ebrei ultraortodossi antisionisti o degli islamisti.

Fa riflettere il fatto che la maggior parte degli arabi “israeliani” voti per i partiti sionisti o si astenga. Anche ammettendo che i voti degli islamisti di Ra’am e della coalizione di sinistra Hadash-Ta’al siano tutti provenienti dagli arabi (cosa poco probabile nel secondo caso) si tratterebbe dell’8% circa dei voti: un terzo del possibile elettorato arabo. C’è di che riflettere.

Flavio Guidi

*Evitare innanzitutto la galera per corruzione, visto che la guerra ha messo la sordina sulle mobilitazioni anti-corruzione che scuotevano il paese prima del 7 ottobre. E puntare alla definitiva cancellazione della cosiddetta “autonomia palestinese”, nell’ottica della “Grande Israele”

** Il parlamento monocamerale israeliano, composto da 120 deputati eletti con il proporzionale (sbarramento al 3,25%)


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