Da un po’ di tempo imperversa (per modo di dire, visto il personaggio) sui social l’immagine dell’ex “comunista” Rizzo che accompagna il fascista Vannacci. Non c’è molto da stupirsi: da tempo il “nostro” ex dirigente dell’ala destra, stalinista, di Rifondazione, ex dirigente del PdCI cossuttiano, ex esponente del governo di centrosinistra tra il ’99 e il 2001, ex fondatore del cosiddetto “Partito Comunista” e ex fondatore di “Democrazia sovrana e popolare” (dimentico qualche “ex”?) ha abbracciato il rossobrunismo senza remore (vi ricordate l’alleanza con Alemanno?). Anzi, stupisce che ci sia ancora qualcuno, a sinistra, che si stupisce. Probabilmente per costoro l’essere stato stalinista non portava già in nuce l’involuzione successiva. E’ vero che non tutti gli stalinisti diventano, col tempo, fascisti. Così come è vero che il passaggio dalla “sinistra” al fascismo non è appannaggio dei soli stalinisti, come dimostra l’esperienza di numerosi socialisti, anarchici, sindacalisti rivoluzionari, a partire dal più famoso di tutti, Benito Mussolini. Ma sicuramente l’approccio stalinista, basato sul “nazional-comunismo”, favorisce questi slittamenti. Il problema non è tanto di tipo individuale. Quale “ideologia” può garantire le involuzioni dei singoli militanti? Il problema diventa molto grave quando l’involuzione è collettiva, e gli errori (orrori) si ripetono. Perché quando un partito che si autodefinisce “comunista”, quindi, in teoria, favorevole all’abbattimento del capitalismo e all’instaurazione di una società di liberi e uguali, fa della sua “bussola” politica gli interessi di uno “Stato” (quindi del suo gruppo dirigente, della sua burocrazia) e non quelli della classe sociale di riferimento (i proletari, gli sfruttati) incominciano i guai. Se poi lo “Stato”( o gli Stati) di riferimento sparisce ed al suo posto emergono solo fantasmi si rischia di scivolare nella psicopatologia.
Lo stalinismo, quando era importante nella Storia, tra gli anni ’30 e ’80 del XX secolo, ci aveva abituato a improvvise giravolte. Ultramoderato e filo-occidentale (per usare un termine improprio, ma comprensibile oggi) ai suoi esordi, quando era ancora incerto e alla ricerca di se stesso, si scopre estremista e settario (ricordate il “socialfascismo”?) tra il 1928 e il 1933, salvo poi svoltare in senso opposto, con i “fronti popolari” aperti alle “democrazie occidentali” tra il 1934 e il 1939. Poi di nuovo svolta a 180 gradi, con l’alleanza (“patto di non aggressione” lo battezzarono!) con i nazifascisti tra il 1939 e il 1941. Il 22 giugno di quell’anno, quando Hitler tradisce “improvvisamente” la fiducia dell’ex amico Stalin, nuova svolta: alleanza strategica con le “democrazie occidentali”, per “salvare la civiltà e la democrazia minacciate dal nazifascismo”. E di nuovo “svolta a sinistra” (per modo di dire) dopo il 1947 e fino al 1956, in seguito alla guerra fredda. Stalin era morto nel 1953, ma i suoi “polli d’allevamento” (da Kruscev a Mikoyan, da Malenkov a Brezhnev), pur non arrivando ai livelli di paranoia omicida del “Vozhd” (duce, in russo) continuano, più o meno, le sue politiche altalenanti. Durante i periodi di contrapposizione alle “democrazie occidentali” e al “liberalismo” i rapporti con l’estrema destra sono, ovviamente, privilegiati (dal “plebiscito rosso-bruno” in Prussia nel 1931 al flirt con Hitler nel 1939-41), ma, ogni tanto, le strizzate d’occhio ai fascisti avvenivano anche durante le svolte in senso opposto (ricordate l’appello “Ai fratelli in camicia nera” di Togliatti, nell’agosto 1936, mentre questi “fratelli” soffocavano nel sangue i popoli di Spagna?). Ecco, uno di questi episodi vergognosi voglio ricordarlo ora, stimolato dai recenti sondaggi che danno la compagna Miriam Bergman, deputata trotskista argentina, come politica “più apprezzata” nel paese sudamericano, davanti a Milei e ai Peronisti. Questo non vuol dire che il Fronte di Sinistra e dei Lavoratori (unica forza di sinistra presente nel parlamento argentino) vincerà le elezioni il prossimo anno (anche se i sondaggi lo danno oltre il 10%, più che raddoppiando rispetto a tre anni fa), ma è un segnale interessante. Ma come mai i “comunisti” in Argentina sono rappresentati soprattutto dai “trotskisti”, mentre il Partito Comunista Argentino(PCA) conta come il due di picche?
Il fatto, sconosciuto alla maggioranza dei compagni al di fuori dell’Argentina, è che il PCA, nel 1976, appoggiò il golpe del generale Videla, definendolo un “uomo democratico e pluralista”, che aveva “rifiutato il metodo pinochetista” (riferimento al golpe in Cile, dove il PC cileno era stato represso sanguinosamente, al pari del resto della sinistra). Infatti il regime di Buenos Aires non mise fuorilegge (e non perseguitò) il PCA, mentre scatenò la repressione (più ampia e feroce di quella cilena) contro peronisti di sinistra (montoneros), guevaristi ex trotskisti (PRT-ERP), trotskisti, sindacalisti, ecc. Nonostante questa “neutralità” qualche militante del PCA (ignaro forse della saggezza lungimirante dei dirigenti) finì nelle grinfie degli assassini di Videla, insieme a guevaristi, trotskisti, peronisti, ecc. condivendone la sorte. Qualche malalingua insinuò, all’epoca, che l’URSS e la dittatura argentina avevano ottimi rapporti di scambio economico. Esattamente all’opposto di ciò che avveniva col Cile di Pinochet. Sarà un caso? Ora, ho dei fortissimi dubbi che la grande maggioranza degli argentini ricordi ciò che accadde mezzo secolo fa. Ma probabilmente le migliaia di militanti di sinistra lo ricordano perfettamente (o lo hanno appreso studiando la storia del movimento operaio argentino). E sono queste migliaia che poi organizzano le lotte, e quindi i gruppi e i partiti che cercando di dare uno sbocco politico a queste lotte. Per cui non c’è da stupirsi se preferiscono chiamarsi “Socialisti rivoluzionari”, “Socialisti dei lavoratori”, “Operai”, “Rivoluzionari dei Lavoratori” ed evitare il già glorioso aggettivo “comunista”. E, nella storia delle varie scissioni di quello che fu il “movimento comunista” preferiscono richiamarsi a Trotsky piuttosto che a Stalin ed epigoni.
Flavio Guidi
Per chi volesse approfondire ecco il link con l’intervista allo storico argentino Aldo Duzdevich
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