Di Vittorio Da Rold

Domenica gli elettori del secondo paese più grande del Sud America, l’Argentina dove metà degli abitanti ha origini italiane, si recheranno alle urne: meno di tre mesi dopo che il risultato delle primarie allargate ha dato il segnale di unaprofonda insoddisfazione del Paese con conseguente ondata d’urto nei mercati finanziari e sui titoli pubblici.

Il peggio è passato“, aveva detto incautamente il 28 febbraio 2018 il presidente argentino in carica, il liberale Maurizio Macri. Peccato che da allora l’inflazione sia salita dal 30 al 55%, il peso continui a deprezzarsi e l’economia sia piombata in recessione con disoccupazione e povertà in aumento. Un disastro annunciato nonostante il Paese produca carne e soia, derrate di cui la Cina è importatrice.

Per questi motivi è ampiamente previsto che il presidente argentino Mauricio Macri sarà sconfitto dalla coppia dell’opposizione del centrosinistra Alberto Fernandez e dall’ex leader populista Cristina Fernandez de Kirchne detta comunemente e per brevità CFK.

Il presidente argentino in carica Mauricio Macri (dx) con lo sfidante Alberto Fernandez durante il primo dibattito sulle presidenziali. (Photo Ricardo Ceppi/Getty Images)

Il primo turno delle elezioni presidenziali argentine si trova ad affrontare una crisi del debito pubblico, associata a una fuga degli investitori dal mercato azionario del paese così forte che fa temere un nuovo possibile default.

Possibile? Gli ultimi sondaggi indicano che Alberto Fernandez, un moderato di centro-sinistra, potrebbe battere domenica il centro-destra in carica di quasi 20 punti percentuali. Ciò sarebbe sufficiente per conquistare la presidenza al primo turno. Ma anche se il presidente in carica Macri, di origini calabresi (suo padre arrivò come semplice muratore e divenne un immobiliarista di successo), riuscisse a passare al secondo turno, sarebbe molto difficile recuperare.
Il problema di fondo è che l’economia in affanno e le rivolte sociali nel vicino Cile non fanno altro che aiutare i candidati peronisti nei sondaggi. Se anche lo stabile e liberista Cile è in fiamme, perché l’Argentina dovrebbe affidarsi alle stesse fallimentari ricette di Milton Friedman e i suoi Chicago Boyssi dicono gli elettori argentini? L’economia argentina sta peggiorando. La gente si impoverisce sempre di più e la maggior parte degli argentini incolpa Macri e le sue politiche per questo degrado economico e sociale. La stagione delle riforme liberiste nelle Pampas non ha portato i frutti sperati sebbene siano state migliorate le infrastrutture e si sia scoperto Vaca Muerta, uno dei più grandi giacimenti al mondo di shale gas, in grado di trasformare l’Argentina in un esportatore di energia oltre che di soia e carne bovina.

All’inizio di agosto, le primarie avevano dato un risultato che molti hanno interpretato come un chiaro segnale che gli elettori erano pronti a mandare in soffitta le politiche economiche liberiste e di austerità del governo Macri. Fernandez aveva ricevuto il 47,8% dei voti l’11 agosto, con Macri che aveva ottenuto il 31,8%. Il presidente di centrodestra era salito al potere alla Casa Rosada quattro anni fa promettendo che le sue riforme pro-mercato avrebbero finalmente liberato il Paese dalle sofferenze e dalle turbolenze economiche.

Non è andata così. Attualmente, l’inflazione viaggia ad un tasso annuo del 55%, (era al 30% quando salì al potere) il peso è crollato, miliardi di dollari di riserve estere sono fuggiti dal Paese, l’economia è in una profonda recessione e il paese ha anche dovuto ritardare i pagamenti (in un selective default) di circa 100 miliardi di dollari di debito locale e estero.

Le code davanti a una banca di Buenos Aieres del 2 settembre scorso, il giorno in cui sono entrati in vigore le limitazioni sulla valuta estera. (Photo Ricardo Ceppi/Getty Images)

Macri ha favorito le liberalizzazioni che però hanno attratto capitali speculativi, veloci nel venire ma altrettanto rapidi nel lasciare l’Argentina al primo segnale di pessimismo. Neppure il maxi intervento del Fondo monetario internazionale (il 21° nella storia di Buenos Aires) è servito a molto, anzi la volontà dei creditori internazionali di fare in fretta per diminuire gli squilibri macroeconomici ha aggravato la situazione sociale perché si è operato con tagli alle spese in un momento di crisi e senza stabilizzatori sociali sufficienti. Una mossa economica socialmente devastante già sperimentata in Grecia ma senza che nessuno al Fondo ne abbia tratto la necessaria lezione.

Che farà Fernandez in caso di vittoria? Probabilmente cercherà pragmaticamente di ridurre l’austerità che l’FMI vorrà accompagnare alla concessione del maxi prestito da 57 miliardi di dollari evitando le riforme populiste estreme che invece vorrebbe fare Cristina Fernandez de Kickner, una peronista storica legata a politiche sociali di facile consenso.

Ma per la terza economia dell’America Latina sarebbe un disastro se dovesse vincere l’influenza di CFK perché potrebbe mettere a rischio di insolvenza il Paese nei prossimi mesi. Che accadrà? Nessuno si pronuncia sul tema perché non si può escludere nulla in Argentina. Questa è certamente la preoccupazione principale per gli investitori istituzionali.

È comunque probabile che la prossima amministrazione Fernandez cercherà di mantenere alcune delle politiche di Macri e nello stesso tempo di voler rinegoziare i termini dell’accordo di 57 miliardi di dollari dell’Argentina con il FMI, per attenuare l’austerità. Le richieste di Fernandez potrebbero aggravare le preoccupazioni di una ristrutturazione del debito. Sarà in questo fragile equilibrio tra tenuta sociale e ritorno alla stabilità finanziaria che si deciderà il destino del Paese in un continente sudamericano dal Cile all’Ecuador in fiamme.

Da: businessinsider.com