Stipendi, costo della vita, case, disuguaglianze e potere d’acquisto: tutti i numeri per capire come si vive oggi in Cina

da Dazibao

Quando si parla degli stipendi in Cina, si sentono spesso due rappresentazioni opposte.

Da una parte c’è ancora l’immagine della Cina come paese della manodopera a bassissimo costo, nel quale milioni di operai lavorano per poche centinaia di euro al mese. Dall’altra ci sono Shanghai, Shenzhen e altre grandi città cinesi: grattacieli, automobili elettriche, ristoranti pieni, appartamenti dai prezzi astronomici, programmatori che guadagnano stipendi occidentali e una classe media che viaggia, compra prodotti di lusso e manda i figli a studiare all’estero.

Entrambe le immagini contengono una parte di verità. Ma nessuna, da sola, descrive la Cina.

La prima difficoltà è che non esiste un unico “stipendio medio cinese”. La Cina è un paese di dimensioni continentali, nel quale convivono città con livelli di reddito vicini a quelli dell’Europa orientale, regioni rurali ancora relativamente povere, dipendenti pubblici, operai migranti, imprenditori individuali, tecnici altamente qualificati e milioni di persone che non ricevono neppure uno stipendio regolare nel senso europeo del termine.

Partiamo da una considerazione: la Cina non è più un bacino di manodopera a basso prezzo. E non è una novità: come titolava già nel 2016 il Financial TImes, “I salari cinesi sono ora più alti di quelli in Brasile, Argentina e Messico. Le tariffe orarie si avvicinano ai livelli salariali di Grecia e Portogallo”.

Oggi il salario manifatturiero medio cinese è di circa 6,5-7 dollari l’ora. Nel 2011 il costo del lavoro nella manifattura cinese era di 1,63 $/ora: il valore è quadruplicato in poco più di un decennio. Questo dato va confrontato con i ~3$/ora del Vietnam, i 4,5-4,8$/ora del Messico e gli 1,2-2$/ora dell’India.

Secondo la classificazione della Banca Mondiale, la Cina appartiene al gruppo delle economie a reddito medio-alto. La classificazione non si basa sullo stipendio medio, ma sul reddito nazionale lordo pro capite, convertito in dollari attraverso il cosiddetto metodo Atlas.

Nel 2025 il reddito nazionale lordo pro capite cinese era stimato dalla Banca Mondiale in circa 14.230 dollari l’anno. La Cina si trovava quindi nella parte alta della categoria dei paesi a reddito medio-alto, ma ancora al di sotto della soglia delle economie ad alto reddito.

Questo dato colloca la Cina nettamente sopra paesi come India, Vietnam, Indonesia, Colombia o Sudafrica e sopra il Brasile, il cui reddito nazionale pro capite era nel 2025 di circa 10.550 dollari. La Cina rimane però sotto paesi come Cile, Polonia, Bulgaria e molte economie dell’Europa orientale.

Il reddito nazionale comprende salari, profitti, rendite e altri redditi prodotti dall’intera economia. È utile per classificare il livello di sviluppo di un paese, non per sapere quanto denaro abbia a disposizione una famiglia.

Per misurare le condizioni materiali delle famiglie si possono considerare parametri come lo stipendio medio.

Secondo le statistiche del National Bureau of Statistics (NBS), alla fine del 2025 in Cina gli occupati erano 725,04 milioni, di cui 475,35 milioni di occupati urbani e 249,69 milioni di occupati rurali.

Per gli occupati urbani esistono dati salariali distinti. Nel 2025 il salario lordo medio annuo è stato:

  • 129.441 yuan (16.813€) nelle unità urbane non private (135 milioni di dipendenti);
  • 71.590 yuan (9.298€) nelle imprese private urbane (83 milioni di dipendenti).
  • per quanto riguarda i lavoratori della gig economy (84 milioni di lavoratori): da 60.000 yuan a 84.000 yuan per un rider full-time in città medie; da 84.000 yuan a 120.000 yuan per un rider full-time nelle grandi città; da 72.000 yuan a 108.000 yuan per autisti ride-hailing (Didi) (stime da studi e indagini sul settore, non statistiche ufficiali).
  • 69.288 yuan (8.984€) per lavoratori migranti fuori sede (180 milioni di lavoratori). Non costituiscono una categoria occupazionale, ma una categoria demografica definita dal possesso dell’hukou rurale e dal fatto di lavorare fuori dal proprio comune di registrazione. Un lavoratore migrante fuori sede può essere un operaio assunto in una fabbrica o un lavoratore flessibile della gig economy.

A parità di tassi di cambio, il reddito cinese appare relativamente modesto. Ma il confronto cambia quando si tiene conto dei prezzi locali.

Un dipendente urbano di una impresa privata cinese guadagna mensilmente circa 6.000 yuan, una somma di quasi 800€, convertita a seconda del cambio del momento. Ma concludere che un cinese che guadagna 6.000 yuan viva come un italiano che riceve 800€ sarebbe sbagliato.

In Cina molti servizi che dipendono soprattutto dal costo del lavoro locale sono molto più economici che in Europa. Al contrario, i prodotti venduti sui mercati internazionali possono costare quasi come in Europa o perfino di più. La capacità di acquisto di uno stipendio cinese dipende quindi fortemente da ciò che si compra.

Il trasporto pubblico urbano è un buon esempio.

A Shanghai una corsa in metropolitana costa 3 yuan. A Milano il biglietto urbano costa 2,20€. Non basta confrontare 3 yuan con 2,20€: bisogna rapportare il biglietto al reddito.

Per il salario medio di un lavoratore privato cinese, una corsa da 3 yuan assorbe circa lo 0,05% dello stipendio mensile. Per un lavoratore italiano con 1.700€ netti mensili, un biglietto da 2,20€ assorbe circa lo 0,13% dello stipendio. Più del doppio in proporzione.

Per i treni, le tariffe di seconda classe dell’alta velocità vanno da 0,045 a 0,077 dollari al km, circa un quarto-un quinto dei prezzi tipici degli altri paesi, su una rete come quella cinese che ha superato i 50.000 km, più di tutto il resto del mondo messo insieme. Pechino-Shanghai, 1.300 km, un biglietto di seconda classe è intorno ai 65-75€.

Per quanto riguarda la spesa, in Cina costa in media 8.631 yuan l’anno per alimenti, tabacco e alcolici, pari a circa 719 yuan al mese, circa 93€. In Italia si spende in media 240€ al mese a persona per generi alimentari e bevande analcoliche.

Secondo Numbeo (il più grande database al mondo sul costo della vita) il costo della vita in Italia è superiore del 101,1% rispetto a quello in Cina. In altre parole: lo stipendio netto medio italiano è circa il doppio rispetto ai dipendenti urbani cinesi, ma i prezzi del consumo quotidiano in Italia sono mediamente il doppio rispetto alla Cina.

Non significa, tuttavia, che il potere d’acquisto medio sia identico: lo è solo per i consumi quotidiani locali, ma i prodotti importati e la forte varietà regionale possono modificare radicalmente il confronto. Secondo l’International Comparison Program (ICP) della Banca Mondiale, il livello generale dei prezzi in Cina è indicativamente intorno all’80-85% di quello italiano.

La casa è invece il settore nel quale il vantaggio del costo della vita cinese può scomparire completamente.

In molte città minori gli affitti e i prezzi immobiliari sono relativamente bassi. Ma nelle grandi metropoli il rapporto tra prezzo delle abitazioni e reddito familiare è tra i più elevati del mondo.

Secondo il Fondo monetario internazionale, prima della crisi immobiliare i prezzi medi delle case erano aumentati di circa il 350% nei quindici anni precedenti il 2021. Nel 2020, un appartamento standard di 90 metri quadrati nelle città di prima fascia poteva valere un multiplo estremamente elevato del reddito disponibile pro capite.

Le città di prima fascia sono Pechino, Shanghai, Shenzhen e Guangzhou. Il Fondo monetario osservava che i prezzi risultavano molto elevati rispetto sia ai redditi sia agli affitti, anche a causa della domanda speculativa e dell’uso dell’immobile come principale forma di investimento familiare.

Alcune stime hanno collocato il rapporto prezzo-reddito di Pechino, Shanghai e Shenzhen su livelli quasi doppi rispetto a Londra e Singapore e circa tripli rispetto a Tokyo e New York.

Questi confronti descrivono però soprattutto il picco della bolla, non la situazione attuale. Dal 2021 il mercato immobiliare cinese è entrato in una correzione profonda. Tra il massimo raggiunto intorno al 2021 e il primo trimestre del 2026 i prezzi residenziali cinesi, corretti per l’inflazione, sono diminuiti complessivamente nell’ordine del 24-25%.

Nelle città minori, dove l’offerta è abbondante, acquistare un appartamento può oggi essere relativamente accessibile. Nelle zone centrali di Pechino, Shanghai e Shenzhen, invece, i prezzi rimangono piuttosto elevati rispetto ai redditi della maggioranza dei lavoratori, soprattutto per le abitazioni vicine alle scuole migliori, alle metropolitane e ai principali poli occupazionali.

Inoltre un calo dei prezzi produce effetti opposti sulle diverse famiglie. Per una giovane coppia che deve ancora comprare, rappresenta un miglioramento dell’accessibilità. Per chi ha acquistato al picco, significa invece una perdita di patrimonio: il valore della casa diminuisce, mentre il debito residuo del mutuo non si riduce automaticamente.

Questo è particolarmente importante in Cina, dove l’abitazione costituisce la principale forma di ricchezza di moltissime famiglie. La diminuzione dei prezzi può quindi frenare i consumi, spingere le persone a risparmiare di più e rendere gli acquirenti riluttanti a comprare finché temono ulteriori ribassi.

Altri dati per comprendere la realtà cinese

Il reddito disponibile pro capite comprende ciò che una persona può utilizzare per consumare o risparmiare: salari, redditi da attività autonoma, pensioni e trasferimenti pubblici, rendite e redditi patrimoniali. Viene calcolato dividendo il reddito complessivo della famiglia per tutti i suoi componenti, compresi bambini, pensionati e persone senza lavoro.

Nel 2025 il reddito disponibile medio pro capite in Cina è stato di 43.377 yuan l’anno, equivalenti a circa 3.615 yuan al mese per ogni componente della famiglia.

Il reddito disponibile pro capite non è lo stipendio individuale. Una famiglia urbana composta da due genitori e un figlio, per esempio, potrebbe avere due stipendi per complessivi 150.000 yuan lordi all’anno. Dopo imposte e contributi, il reddito disponibile familiare verrebbe diviso statisticamente per tre persone. Il reddito pro capite potrebbe quindi risultare intorno ai 40.000–45.000 yuan, benché nessuno dei due lavoratori riceva uno stipendio di appena 3.500 yuan al mese.

La differenza più evidente è quella tra residenti urbani e rurali. Nel 2025 il reddito disponibile medio pro capite era:

  • 56.502 yuan l’anno nelle aree urbane, circa 4.709 yuan al mese;
  • 24.456 yuan l’anno nelle aree rurali, circa 2.038 yuan al mese.

Il reddito urbano è quindi circa 2,31 volte quello rurale. Il divario si sta tuttavia riducendo lentamente. Nel 2025 il reddito rurale è cresciuto nominalmente del 5,8%, contro il 4,3% di quello urbano. In termini reali, dopo avere sottratto l’inflazione, la crescita è stata rispettivamente del 6% e del 4,2%.

La categoria “rurale” non coincide però con quella di “contadino povero”. Molte famiglie registrate nelle campagne ricevono redditi da attività commerciali, lavoro salariato nelle città e affitto o utilizzo della terra. Una parte consistente dei lavoratori migranti vive e lavora nelle città, ma mantiene una registrazione familiare rurale.

Per le campagne cinesi non viene pubblicato un salario medio generale direttamente confrontabile con quello delle unità urbane, perché una parte consistente della popolazione rurale non lavora come dipendente salariato. Agricoltori familiari, autonomi, piccoli commercianti e lavoratori stagionali ricavano redditi da attività produttive diverse, spesso senza una busta paga regolare. Le statistiche ufficiali descrivono pertanto le campagne soprattutto attraverso il reddito disponibile familiare e il reddito lavorativo dei migranti rurali, mentre le rilevazioni sui salari medi sono concentrate sulle organizzazioni urbane formalmente registrate.

Un dato che però può aiutare a descrivere i lavoratori nelle campagne è quello dei “lavoratori migranti locali”, cioè i lavoratori migranti che restano nel proprio comune. La loro denominazione può sembrare paradossale, ma deriva da un problema di traduzione: il termine cinese nongmingong (农民工), spesso tradotto come “lavoratore migrante”, indica in realtà le persone con registrazione familiare rurale (hukou) impiegate in attività non agricole.

Non tutti si spostano: nel 2025 circa 121 milioni lavoravano nello stesso comune di registrazione, mentre 180 milioni lavoravano fuori comune. Per quanti riguarda i “lavoratori migranti locali”, il reddito medio annuo è di circa 55.000 yuan (4.583€).

In termini relativi, il loro reddito è circa il 32% più basso rispetto a quello dei lavoratori migranti fuori sede.

Per quanto riguarda il salario dei dipendenti urbani, come abbiamo visto il salario medio del comparto “non privato” risulta superiore di circa il 79% a quello del privato.

Qui bisogna però fare attenzione al significato delle categorie statistiche: il settore “non privato” non comprende soltanto i funzionari pubblici. Include amministrazioni, istituzioni pubbliche, imprese statali, società collettive, imprese a investimento estero e altre unità non classificate come aziende private cinesi. È quindi composto in misura maggiore da grandi organizzazioni, lavoratori qualificati, imprese strutturate e settori ad alta produttività. Il settore privato comprende invece moltissime piccole e medie imprese, ristorazione, commercio, manifattura leggera e servizi locali.

Nelle imprese cinesi sopra una determinata dimensione, il salario medio annuo varia enormemente in base alla professione. Nel 2024:

  • dirigenti di livello medio o superiore: 203.014 yuan;
  • professionisti e tecnici: 148.046 yuan;
  • impiegati amministrativi: 93.189 yuan;
  • lavoratori dei servizi: 77.584 yuan;
  • operai della produzione: 78.561 yuan.

Un dirigente medio-superiore nel 2024 ha guadagnato quindi circa 16.900 yuan lordi al mese; un tecnico circa 12.300; un operaio o un lavoratore dei servizi intorno ai 6.500 yuan.

Anche il settore economico cambia completamente il risultato. Nelle unità non private, il salario medio annuo arriva a:

  • 238.966 yuan nell’informatica e nei servizi digitali;
  • 201.883 yuan nella finanza;
  • 175.425 yuan nella ricerca scientifica;
  • 150.285 yuan nell’energia;
  • 107.987 yuan nella manifattura;
  • 60.240 yuan nella ristorazione e negli alberghi.

La vera particolarità della Cina non è il livello assoluto raggiunto oggi, ma la velocità con cui è stato raggiunto.

Alla fine degli anni Settanta la Cina era un paese prevalentemente agricolo e a basso reddito. Una larghissima parte della popolazione viveva nelle campagne, il consumo privato era limitato e molti beni oggi comuni erano ancora rari. Nel 1980 il PIL pro capite cinese era praticamente identico a quello indiano.

Ma nel 2025 la Cina è salita a 13.000 dollari contro i 2.700 dell’India, quasi cinque volte tanto, con l’economia cinese cresciuta di 51 volte dal 1990.

Un altro indicatore interessante è l’andamento dei salari reali, cioè depurati dall’inflazione. Secondo il Global Wage Report 2022-23 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), tra il 2008 e il 2022 la Cina ha registrato la crescita dei salari reali più elevata tra tutti i paesi del G20: nel 2022 i salari reali mensili erano circa 2,6 volte quelli del 2008. Nello stesso confronto, il Messico risultava ancora circa il 7% sotto il livello del 2008, mentre anche alcune economie avanzate come Italia, Giappone e Regno Unito presentavano salari reali inferiori a quelli registrati prima della crisi finanziaria globale.

E la crescita non si è arrestata: nel 2024 il reddito disponibile medio pro capite è cresciuto del 5,1% in termini reali. Nel 2025 è arrivato a 43.377 yuan, con una crescita reale del 5% rispetto all’anno precedente.

La risposta alla domanda “quanto guadagnano davvero i cinesi?” è quindi inevitabilmente plurale. Un programmatore di Shenzhen, un operaio del Guangdong, un dipendente di un’impresa statale, un ristoratore di una città di provincia e una famiglia rurale non abitano soltanto territori diversi: vivono economie in parte differenti.

La Cina è passata in pochi decenni dall’essere un grande paese povero a una società a reddito medio-alto, ma non è ancora diventata una società uniformemente benestante.


Scopri di più da Brescia Anticapitalista

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.