di Giuseppe Raspanti
Ho visto l’Odissea di Nolan qualche giorno fa. Contrariamente a come mi comporto da sempre, questa volta avevo già letto qualche recensione di critici e un paio di commenti di spettatori. E me ne sono pentito, non lo farò più. Come temevo, la visione del film con queste premesse, è risultata infatti giocoforza condizionata da quelle letture e molte energie mentali, in modo quasi meccanico, andavano a cercare conferme o smentite qua e là invece di concentrarsi sulla pellicola in modo autentico e diretto.
Ho quindi atteso, per scriverne, di liberarmi il più possibile da questi depistaggi logici e da questi deragliamenti di sintassi creativa e tornare alle sensazioni e al paradigma filmico e narrativo in modo diretto. Non credo, ovviamente, di esserci riuscito in modo
completo, ma ho deciso di scriverne comunque, come ho deciso di tornare a evitare, in futuro, un simile gravissimo errore, per me.
Ulisse rimane il protagonista del Poema che diventa romanzo che diventa storia, una delle più conosciute e utilizzate, che diventa narrazione, talmente popolare da perderne spesso il senso aulico, e che si fa rappresentazione. Il poema è di Omero, o degli omerici, ma l’opera, una volta scritta e tolta quindi alla riproduzione orale degli aedi, diventa come sempre, e come è giusto, di tutti. E quindi anche la sua lettura, la sua interpretazione, perfino, come nel caso del tentativo di Nolan, la sua trasposizione, sia
pur parziale. In questo senso, il regista usa Ulisse, il fido Matt, come un periscopio temporale, una spia venuta dall’oggi per guardare e capire come sia stato possibile tutto questo sfacelo. E come sia ancora possibile.
Ulisse, Odisseo come lo chiama Bob Wilson nel suo teatro, attraversa il suo tempo e l’opera che lo rende immortale e morituro, con una consapevolezza camuffata da coraggio e curiosità, da un’empietà camuffata da destino e da una umanità, grondante
pentimento, camuffata da rispetto della volontà divina.
Il viaggio dell’Eroe, il quasi eterno ritorno, è, più o meno, quello che conosciamo fin da piccoli, almeno alcuni di noi…, e con buona pace di puristi e loggionisti, Nolan compie tutte le incursioni temporalmente illogiche, tutte le omissioni di testo o di
figura, tutti gli ‘errori’ che gli paiono necessari per la sua opera e per la terribile teoria che la sostiene. Anche il suo personaggio, come ben sappiamo da sempre, deve compiere il suo viaggio e si appoggia, per questo, all’amore. Quello che lo aiuta, che lo spinge, che lo fa arrivare, da solo, a casa e a riprenderne possesso. Chi è questo amore? Penelope? No di certo. Telemaco? Neppure. Itaca? Forse. Quando, verso la fine del film, egli si rivela alla moglie, dice tra le sue braccia: ‘Ho temuto di non riuscire a
rivedere Itaca’, e non ‘rivederti’ e lei lo guarda con una nuova e definitiva rassegnazione. Rassegnazione che si tramuta subito in consapevolezza e quindi nella domanda che suscita l’epifanica risposta dell’Ulisse di Nolan: ‘Siamo noi i Popoli del mare’. Sono i Greci, quindi, gli Achei piagnucolosi per i lutti e i ratti subiti ad avere sparso e spargere tuttora il terrore nel mondo.
Ma su questo aspetto tornerò dopo, per ora cerchiamo di rispondere alla domanda: dov’è e chi è l’amore che muove Ulisse, che gli suggerisce le mosse giuste, che lo salva condannandolo però alla consapevolezza di sé? È Athena, alias Cassandra, la ragazza
decapitata tra le rovine in fiamme di Troia, archetipo di ogni Gaza futura e luogo del più grande, e appunto archetipico, sopruso della storia. L’astuzia dell’Uomo intelligente, scaltro e curioso che calpesta un diritto/dovere talmente umano da vestirsi da divino: l’ospitalità, l’accoglienza, la xenia ellenica. E non è forse questo ancora il peccato tramandato da quella civiltà violenta e sacrilega dei Popoli del Mare, temuti fino a essere mitizzati nel vano tentativo di renderli irreali, a questa civiltà che distrugge, ruba, trucida e annega in nome di una superiorità, ora come allora, sempre di metallo?
Nel momento in cui Cassandra viene decapitata dagli uomini suoi o di qualche altro Agamennone, Ulisse prende coscienza della propria meschinità e, proprio come gli uomini e le donne di oggi, santifica e deifica quella figura, mentre il suo senso di colpa
ne fa la sua guida, il rifugio e ricettacolo del suo spaesamento. Lo sarà, con quel suo viso pieno di perdono e con quella mano che tocca l’amore dell’altro, anche a Itaca, perfino al cospetto della moglie in procinto di poter amare il suo uomo. Quelle mani che si toccano e il sorriso di Cassandra, vista come Athena, sono il suggello di un amore incontenibile, incancellabile e incolmabile. Come la vita.
Ulisse, una volta uccisi e sconfitti i Proci con una scena che segna il passaggio tra la civiltà dell’onore a quella dell’apparenza, vacuità di costumi come di giustizia, si reimpossessa del regno mendicato. E come l’esecuzione della ragazza troiana è
un’anticipazione plastica della crocifissione cristiana, con tanto di ascesa al cielo della povera vittima, qui assistiamo alla vittoria dell’uomo che domina l’arma, che la sa usare e che con quella libera il saloon dagli indesiderati.
Come nella popolarità più diffusa, persino consacrata, quindi anche qui Ulisse attraversa il mondo. Quello atteso e quello inatteso. Questo Matt di Nolan invecchia di ricordi e dimenticanze, fino a dimenticarsi di Nausicaa e dei Feaci, ed è Calipso, bellissima e autodistruttiva, che lo psicanalizza e lo aiuta a rimettere a posto il passato e lo scopo futuro, le morti seminate e quelle subite. Insomma, Calipso perde l’uomo, l’amore fisico e la felicità di entrambi, figlia dell’oblio procurato quella di Ulisse, per un atto di onestà verso il proprio ruolo, da psicoterapeuta appunto, che è quello di far emergere la consapevolezza, la cosiddetta verità profonda, sommersa, rimossa. Peccato solo che questa operazione faccia ovviamente riemergere in lui anche il senso di colpa
e la visione lucida della imminente morte della civiltà. Come nelle narrazioni più consuete, perfino rese banali, anche qui da Nolan è Ulisse che concepisce il Cavallo di legno con cui sconfigge Troia, fingendo la resa, fingendo la fuga e di regalare il trofeo ai vincitori. Ulisse e il cavallo che entra in città, perfino accolto, pur con qualche prudente timore ma quasi venerato, sono oramai invece archetipi troppo sbiaditi dalla consuetudine per potere stupire al cinema di oggi e non sono la difficile convivenza dei soldati nella pancia equina, quasi un’autocitazione per il regista inglese, e nemmeno l’uscita notturna degli stessi a fare il verso ai film ‘cappa e spada’ a ribaltare il senso di ovvietà. Ma nell’avanzata achea nella città violentata c’è tutto l’abisso del vero inganno, quello del dono, della promessa, dei preparativi di una festa che sarà rovesciata dal rogo della brutalità e nel macero delle regole di
convivenza, sacre o laiche che siano. Quante volte rivedremo questa scena nel fetido teatro della Storia dell’umanità? Quanti registi di morte altrui si ispireranno a Omero, agli Aedi, ai furbi e agli astuti? Quanti ‘popoli della terra’ sono spariti dalla faccia della stessa, sopraffatti e annegati con simili trucchi?
Ecco che torna prepotente il tema che abbiamo sospeso prima. Ecco che tornano i predatori, gli ingannatori, i devoti a corrente alternata, quelli che pretendono la xenia, ma ne giustificano l’assenza. Ecco lo sguardo inquieto di Damon, assonante di daimon
come il mare è assonante del male, di fronte all’armatura improbabile di Agamennone, avveniristica come è la morte da cui peraltro proviene, o al cospetto di Circe, maga arruffona come lo sarà Magò, saggiamente sciatta e circospetta di fronte agli uomini e al loro sordido, normalissimo istinto. Una volta ritrovata la memoria di Polifemo, dei Lestrigoni o della corsa ululante e minacciosa dei defunti per mano o per colpa sua e abbandonati senza onore, infatti, è come se Ulisse cercasse la propria morte di nuovo tra le onde, salpando su una zattera inadeguata. Ma il destino è con lui, o forse gli è proprio contro, e lo salva pretendendo che la storia si compia.
Tre ore di un film che affresca la storia conosciuta con un pennello di noia a volte persistente ma propedeutica alle incursioni di un rovesciamento del consueto e di una straniante presenza di Ulisse come se, a mo’ del vecchio Bertold Brecht, si guardasse vivere, si guardasse soffrire, si vedesse recitare attendendo l’abdicazione, a missione appunto compiuta, a favore di un figlio inetto e incapace. Come sarà allora l’Occidente, quello giudaico cristiano come direbbero i cretini di oggi, che non sarà in grado di fare
altro che piangere su sé stesso, di fare scempio di ogni tipo di ospitalità e di distruggere tutto ciò che, seppur autentico, non sarà aureo?
Ulisse, dopo vent’anni, esaudirà finalmente il sogno innamorato e coniugale di Penelope e farà la cosa che gli riesce meglio. Partirà. Verso il sole che annega, verso la notte dei tempi, affascinante e ignota. Finalmente sconfitto, fuggirà da sé stesso e dal
crollo.
[continua]
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