Riprendiamo, da MicroMega, questo articolo di Cinzia Sciuto su quanto le superstizioni religiose continuino ad ammorbare il mondo. Quello che cristiani, ebrei, musulmani, induisti, buddisti, ecc. chiamano “rispetto” delle loro tradizioni è spesso (soprattutto nel caso, bisogna dirlo, di musulmani, induisti e sette cristiane di recente fabbricazione) una inaccettabile richiesta di “rispettare” i loro dogmi anche quando contrastano con il diritto civile, che stabilisce l’uguaglianza di TUTTI gli esseri umani (donne, gay, lesbiche, trans compres*). So già che anche nel mio ambiente (quello della sinistra “radicale”) questo atteggiamento “laicista” non è molto popolare (per la solita paura di “fare il gioco della destra”), ma, se devo essere sincero, me ne importa sempre meno. Né dio, né Stato, né servi, né padroni! [FG]


di Cinzia Sciuto


Supponiamo che un gruppo di suprematisti bianchi voglia visitare, per esempio, la Tour Eiffel e, per non tradire i propri convincimenti politici, chieda all’ente che gestisce il monumento – cortesemente, per rispetto delle posizioni altrui e in nome della libertà di opinione – di allontanare il personale nero durante la loro visita. Immaginiamo (o almeno speriamo, che di questi tempi davvero non si può più essere certi di niente) che la richiesta venga respinta con sdegno, e magari il gruppo denunciato per razzismo e discriminazione.Ora supponiamo che arrivi un gruppo religioso, diciamo indù, che vuole visitare, facciamo il caso, la Tour Eiffel e, per non tradire i propri convincimenti religiosi, chieda all’ente che gestisce il monumento – cortesemente, per rispetto delle credenze altrui e in nome della libertà di religione – di allontanare il personale femminile durante la visita. Immaginiamo (o almeno speriamo, che di questi tempi davvero non si può più essere certi di niente) che la richiesta venga respinta con sdegno, e magari il gruppo denunciato per misoginia e discriminazione… Ops, questo secondo scenario è accaduto davvero, e le cose non sono andate come noi avremmo immaginato. Perché invece a quanto pare l’ente gestore della Tour Eiffel ha acconsentito all’assurda richiesta, e il caso è scoppiato solo grazie alle sacrosante proteste dei sindacati.Questa vicenda ci dice almeno due cose. La prima ha a che fare con il trattamento riservato alle religioni: una medesima richiesta, se fatta in nome della religione, assume immediatamente un’aura di rispettabilità che altrimenti non avrebbe. Se la richiesta di allontanamento del personale femminile fosse stata fatta in nome di una qualche altra ideologia (magari quella del vannacciano “patriarcato mediterraneo” o di qualche incel) non sarebbe stata neanche presa in considerazione. Il trattamento privilegiato delle religioni è un’annosa questione, che va dai temi fiscali (vedi 8 per mille) a quelli lavorativi (in Germania gli enti religiosi godono di normative sul lavoro diverse da tutti gli altri datori di lavoro) fino a questioni che incidono sui diritti umani fondamentali (pensiamo alle trasfusioni di sangue rifiutate dai testimoni di Geova anche sui figli minori).La seconda lezione che questa vicenda ci fornisce è però ancora più preoccupante. Se lo stesso gruppo religioso indù avesse chiesto l’allontanamento di personale, poniamo, musulmano, la richiesta con ogni probabilità sarebbe stata respinta. Ossia, il privilegio che accordiamo alle religioni non si spinge fino a accettare la discriminazione razziale o religiosa. Mentre quella di genere è stata considerata – se non condivisibile – quanto meno tollerabile. E qui sta un punto cruciale: la segregazione delle donne non scandalizza tanto quanto quella fatta sulla base di altre caratteristiche. Il Contrappunto è anche in podcast!Ascolta sul nostro sito Se il caso della Tour Eiffel mostra in maniera eclatante il suo carattere discriminatorio, la segregazione di genere serpeggia in molte (tutte?) le religioni, spesso in maniera più sottile e subdola. Cos’altro è, infatti, se non una forma di segregazione di genere, la richiesta di orari separati per sole donne nelle piscine, di cui tanto si è parlato quest’estate? Sono perfettamente consapevole che per moltissimi versi i casi sono imparagonabili. Nel primo si tratta di una pura imposizione che impedisce alle donne (tutte, anche a quelle non appartenenti al gruppo che fa la richiesta) di svolgere il proprio lavoro. Nel secondo caso è una richiesta per consentire alle donne musulmane di andare in piscina senza contravvenire a un precetto religioso che loro stesse condividono. In entrambi i casi si chiede a un ente la riorganizzazione di un bene o servizio pubblico in base a criteri di segregazione di genere, con la differenza – cruciale – che nel secondo caso non si lede la libertà di terzi. Se quindi nel primo caso l’inaccettabilità è palese, ciò non toglie che anche il secondo pone un tema rispetto all’uso degli spazi pubblici: in entrambi i casi, infatti, la richiesta è fatta in nome di una credenza religiosa che impone la separazione fra uomini e donne. Anzi, per la precisione: quella degli orari separati in piscina è fatta in nome di un precetto che vieta alle donne di mostrare il loro corpo a maschi non della famiglia. Un precetto, dunque, in sé, segregativo, a prescindere dalla convinta adesione delle donne stesse. Sarebbe finalmente ora di liberarsi da quello che potremmo chiamare il “ricatto della libertà di scelta”: che una prescrizione religiosa sia seguita “liberamente” non ci dice nulla sul contenuto di quella prescrizione. Pensiamo, nel mondo cattolico, all’esclusione delle donne dal sacerdozio o dai ruoli di governo della Chiesa: il fatto che milioni di fedeli e di religiose accettino di buon grado di essere escluse dalla gerarchia istituzionale non rende quel divieto meno discriminatorio. In altre parole, se il contenuto di un precetto è misogino e discriminatorio, esso non cambia natura solo perché condiviso “liberamente” anche da chi è discriminato. E soprattutto: il fatto che quel precetto sia condiviso anche da chi lo subisce non è una buona ragione per non denunciarne il carattere discriminatorio. La laicità dello Stato non serve a sindacare le convinzioni intime delle persone, ma a impedire che l’istituzione pubblica si faccia garante, se non addirittura promotrice, della segregazione di genere, a prescindere dal fatto che tale segregazione sia subita o invece liberamente accolta.

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