di Graziano Giusti (da Il Pungolo Rosso)

Continuiamo la pubblicazione di vari interventi per ricordare il 90° anniversario della guerra civile spagnola.

Questo è il secondo della serie di articoli sulla “Spagna del 1936”, a cura di Graziano Giusti, dedicati alla rivoluzione e alla guerra civile del 1936-1939. Qui sotto il link al precedente e alla presentazione di questo studio. (Red.)

https://pungolorosso.com/2026/06/17/spagna-1936-una-storia-da-non-dimenticare-a-cura-di-graziano-giusti/embed/#?secret=LcuA1Z8A89#?secret=W3XpHOwJul


Uno degli storici più accreditati della Spagna, Gerald Brenan, nel volume che è da molti considerato il
testo base della guerra civile (1), scrive nella Prefazione come lo stesso K. Marx nel 1853 ritenesse
“inadeguata” la conoscenza della storia del paese iberico.
A Marx non sfuggiva di certo il “paradosso” storico in base al quale il grandioso impero spagnolo del
XVI° e XVII° secolo, sede del primo assolutismo moderno continentale, invece di sviluppare capitalismo
avesse portato la Spagna ad un livello di arretratezza paragonabile a quella russa.
Pressato dall’incalzare degli eventi e alla ricerca di stabilizzare formazioni politiche che facessero
riferimento all’Opposizione da lui fondata, Lev Trotsky riprende da par suo la questione spagnola nel 1931. (2)

Egli parte dalla constatazione che la Spagna sia l’anello debole del capitalismo, come lo era stata la Russia nel 1917. Il questo paese il movimento rivoluzionario si sviluppa con forza, in un contesto di arretratezza che colloca la Spagna tra gli ultimi posti in Europa. Arretratezza che ha però “un suo carattere particolare”.

Per comprendere questo carattere, Trotsky torna indietro di almeno tre secoli, quando la Spagna conosce periodi di grande floridezza. Lo sviluppo poderoso del commercio interno e internazionale in quel periodo ha sempre più il sopravvento sul frazionamento feudale e provinciale, oltre che sul particolarismo delle regioni nazionali del paese. In tal contesto il ruolo della monarchia è strettamente legato alla funzione centralizzatrice del capitale commerciale e alla graduale formazione della “nazione spagnola”.

Però: “La scoperta dell’America, che sulle prime rafforzò e arricchì la Spagna, successivamente si ritorse contro di essa. Le grandi vie del commercio si allontanarono dalla penisola iberica…”

Olanda e Inghilterra emergono infatti come pericolosi concorrenti, al punto che “già a partire dalla seconda metà del XVI° secolo la Spagna si avviò al declino. Si ebbe l’avvento di quel regime di feudalismo borghese che Marx definì “putrefazione lenta senza gloria. ” (3)

Si assiste così al fenomeno per cui il primo impero commerciale transoceanico della storia viene risucchiato dalla “colonizzazione dei territori” conquistati e dallo “spreco all’estero del potere militare castigliano”.

I centoquarant’anni (1519-1659) di espansione in Italia, Germania, Olanda, Inghilterra, nel Mediterraneo più la colonizzazione dell’America Latina gravano in gran parte sul fisco del regno di Castiglia perché il resto della Spagna sfugge alla centralizzazione fiscale.

Ne deriva una riconquista del campo da parte dei particolarismi dei piccoli regni iberici; “e per lunghi secoli la Spagna si arena nella macerazione di una lunga decadenza.”

L’assolutismo trionfante degli Asburgo in Spagna degrada sia l’aristocrazia che la borghesia.

Il che produrrà una decadenza economica tale da impedire l’ulteriore centralizzazione giuridica e politica (4)

In Spagna si realizza quella intuizione teorica binaria insita nelle contraddizioni tra le classi che Marx ed Engels avevano descritto magistralmente ne “Il Manifesto”:

“Oppressi e oppressori furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con la trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta.” (5)

In questo caso la “comune rovina” riguarda da un lato una classe nobiliare travolta dalla sua bulimia e dal suo particolarismo; e dall’altro una borghesia che non riesce a compiere una sua chiara affermazione economica e politica, trovandosi quindi nelle condizioni di doversi affidare quasi in toto a una rediviva monarchia, alla chiesa e all’esercito.

Il ritardo dello sviluppo economico indebolisce le tendenze centralizzatrici insite nel capitalismo. Questa è
per Trotsky “la causa principale che non ha sinora permesso alla Spagna borghese di vincere le tendenze
centrifughe delle sue province storiche.” (6)
Tali “province storiche” fanno capo principalmente, pur non essendo di certo le sole, alla Catalogna e ai
Paesi Baschi. Tutte realtà che hanno storicamente sofferto il predominio politico e amministrativo di
Madrid.
Viene così a galla, oltre all’arretratezza del paese (che durerà fino al XX° secolo) e alla decadenza delle
classi possidenti, un’altra delle questioni nodali della storia spagnola: la “patria chica” per dirla con G.
Brenan.
E cioè ogni città, ogni villaggio è considerato come il centro di una intensa vita sociale e politica. L’intero
paese non sarebbe altro che una “collezione di piccole repubbliche legate in una libera confederazione. Il
maggiore problema politico è sempre stato quello di trovare un equilibrio tra un governo centrale
efficiente e le esigenze dell’autonomia locale.” (7)
La Castiglia, cuore della Reconquista e della “limpieza de sangre” spagnolo, nonché della diffusione
dell’universalismo cattolico, è povera economicamente, mentre le province bagnate dal mare no. Queste
ultime si trovano oppresse politicamente e sfruttate economicamente da Madrid. Cosa che, nota
opportunamente Brenan, influenzerà anche la lotta di classe.
Di tutte le classi, occorre sottolineare; dal momento che una classe non è un compartimento stagno che
elabora per conto suo un percorso storico proprio, indipendentemente dalle reciproche contaminazioni
derivate a loro volta dalle vicissitudini di un intero paese.
Tra queste vicissitudini, per non andare troppo lontano nel tempo, occorre annoverare la quasi completa
dissoluzione del sistema coloniale spagnolo (fine del XVIII° secolo).
Nei cento anni che seguiranno, la Spagna perde definitivamente la sua importanza mondiale con la guerra
ispano-americana del 1898, quando Cuba, Porto Rico e Filippine passano all’emergente imperialismo
USA. Tutto ciò produrrà una profonda crisi identitaria nelle classi dominanti; portando l’esercito a nutrire
forte rancore verso un potere politico inetto, che non si era dimostrato all’altezza della situazione.
E’ pur vero che tra il 1808 e il 1814 la società spagnola era stata reattiva all’invasione delle armate
napoleoniche. Ma proprio il tipo di guerra anti-francese messo sul terreno dagli insorti (la guerrilla) avrà
l’effetto di scatenare ancora di più le tendenze provincialiste piuttosto che quelle centraliste. Fomentando
un approccio di “lotta nazionale” che poi tale non è, dal momento che lo scontro più radicale vede come
protagoniste rivolte contadine affette dal localismo e dalla mancanza di prospettiva politica.
Trotsky nel 1931 darà di questo fenomeno un giudizio lapidario: “Come le rivoluzioni spagnole furono
piccole rivoluzioni, così le insurrezioni contadine assunsero la forma di piccole guerre. La Spagna è il
paese classico della guerriglia.”
Va precisato però che le sollevazioni contemporanee di contadini avvenute qualche anno dopo,
sollevazioni saldate con le lotte operaie, avrebbero però fatto della Spagna un laboratorio rivoluzionario
tale da lasciare il segno.
P. Broué-Emile Témime (8) evidenziano come la rivoluzione industriale e quella liberale sfiorino appena
la Spagna, rafforzando gli aspetti centrifughi e il separatismo delle provincie.
All’inizio del XX° secolo il paese è essenzialmente agricolo, occupando il 70% della popolazione attiva
nel settore primario. L’Italia non era molto distante da una percentuale del genere, per non parlare della
Russia.
Ma il problema è la produttività del lavoro agricolo e le sue ricadute sociali. Il vomere di legno è più usato
dell’aratro di ferro. Il rendimento per ettaro è tra i più bassi d’Europa. Oltre il 30% delle terre coltivabili
rimane incolto. Predomina il latifondo, in particolare nel meridione, dove la miseria contadina dilaga.
L’industria è appena uscita dal periodo manifatturiero. Solo nei Paesi Baschi, nella metallurgia, si può
individuare l’insediamento della grande impresa capitalista. C’è anche la Catalogna, sul versante del
tessile, a dire il vero, ma le unità produttive sono qui ancora sparpagliate e tutto sommato ancora poco
concentrate.

E.J. Horsbawm (9) parla del riordinamento dell’economia tradizionale tra il 1750 e il 1850 conseguito in
via estensiva e non intensiva; nonché di un rapido aumento della popolazione non in forza di una
rivoluzione industriale o agricola, ma a causa di un grande aumento della coltivazione estensiva dei
cereali. Essa però, col tempo, esaurì le risorse del suolo e mutò la Spagna interna in una regione
semideserta, sempre più povera. Di qui le frequenti rivoluzioni contadine; aventi però mai le dimensioni e
le caratteristiche di una rivoluzione contadina nazionale. L’industria rimane comunque marginale, e
debole il mercato interno.
Ciò non significa però, conviene proclamarlo con forza sin da ora, che la Spagna di inizio ‘900 possa
essere considerata un paese feudale o semi-feudale! Argomento, questo, a cui si aggrapperanno stalinisti e
socialisti per cassare e poi stroncare ogni opzione di rivoluzione proletaria sul terreno spagnolo.
Si può parlare di arretratezza, di ritardo, di squilibrio politico, di decadenza, di osmosi tra le vecchie classi
nobiliari e le nuove classi borghesi, di freni localistici ed altro ancora (tutti attriti, o meglio contraddizioni
che infiammeranno la lotta sociale e politica) ma non c’è dubbio che la società spagnola dell’epoca sia già
inserita appieno nel capitalismo. Se non altro per l’afflusso di capitali esteri che avviene a partire proprio
dal primo decennio del XX° secolo e per l’intreccio tra capitale finanziario e rendita. La congiunzione tra
queste ultime con la nascente borghesia industriale porta alla nascita e infine all’affermazione della
cosiddetta “oligarchia”: una idra reazionaria dalle sette teste.
Munis registra infatti uno sviluppo capitalistico derivato proprio dagli investimenti esteri (in primo luogo
britannici) nelle miniere, nei settori dell’energia elettrica, delle ferrovie, delle tranvie. Capitale estero che
sollecita a sua volta gli investimenti del capitale nazionale.
C’è casomai da notare, altro elemento che ci servirà da guida nell’affrontare la Spagna 1936, come lo
sviluppo capitalistico di inizio ‘900, invece di acquietare le tensioni centro-periferia, porti queste tensioni
ad un alto livello di conflittualità.
Non per niente, scrivono Broué-Témime (10), “imprenditori baschi e catalani tollerano malamente il
giogo dell’oligarchia castigliana…senza peraltro avere la capacità di scuoterlo…”
Quelle stesse classi industriali, in particolare la catalana, occorre notarlo “che si sono schierate contro
l’indipendenza di Cuba, perché era lì che andava il 60% del loro export.” (11)
Una borghesia catalana e basca, tutt’altro che progressiste, le quali sono per altro insufficienti a sostenere

da sole – la via dello sviluppo capitalistico. Risultato? Il ritiro nell’autonomismo. La rappresentazione di un liberalismo debole. Le aperture di convenienza ai “pronunciamientos” militari. Per non dire alle “rivoluzioni sociali primitive”, stando alla tesi di Raymond Carr. (12)

Dall’ ‘800 ai primi decenni del ‘900 la vita politica spagnola si avvolge in una serie convulsa di combinazioni tra esercito, corona e partiti ufficiali (monarchici, liberali, radicali, repubblicani, autonomisti) in cui “ogni volta che la corona veniva meno, doveva esserci una dittatura militare ad hoc.” (13)

A conclusione di questo breve quadro storico conviene ridare la parola a Trotsky; il quale, pur coi difetti
che vedremo, è forse l’unico dirigente marxista di caratura internazionale che si sforza di entrare nel vivo
delle dinamiche politiche e sociali della Spagna allo scopo di impiantarvi un intervento comunista
rivoluzionario.

Una volta inquadrata la situazione di arretratezza capitalistica del paese, la sua decadenza, il disfacimento
delle classi dominanti (e di converso, però, l’ascesa irrefrenabile di un giovane proletariato di concerto con
l’aggravarsi della miseria contadina), Trotsky si sofferma sui bastioni reazionari di “un sistema statale
avente “maggiori affinità con il dispotismo asiatico che con l’assolutismo europeo.” (14)
La monarchia, pur ritenuta “indispensabile”, si è trovata più di una volta in balìa dell’esercito. Tale
istituzione, impotente ad unificare il paese di fronte alle sfide della modernità, non gode di un appoggio
duraturo in nessuna delle classi dominanti.

La storia dell’‘800 spagnolo, dopo la guerra anti-napoleonica e la progressiva perdita delle colonie, è tutto
un susseguirsi di colpi di mano in cui la monarchia è al centro di queste convulsioni politiche, a sfondo
anche regionalistico, senza che essa riesca ad assumere le redini di un potere centrale unificante. Un
esempio su tutti: le guerre carliste. (15) Non solo: ci sarà modo di far emergere anche un pur brevissimo periodo repubblicano (febbraio 1873-dicembre 1874), a seguito della guerra a Cuba, della terza guerra carlista (16) e di varie insurrezioni repubblicane.

In sostanza: “Nessuno dei regimi che si rovesciavano a vicenda, arava il terreno abbastanza in profondità.
Ciascuno di essi si logorava spesso nella lotta contro le difficoltà determinate dalla povertà del reddito
nazionale, insufficienti a soddisfare le esigenze e gli appetiti eccessivi delle classi dirigenti.” (17) Dopo la guerra contro Napoleone avanza nell’esercito la figura degli ufficiali che fanno politica.
Diventato forza centralizzatrice, esso è sostegno della monarchia ma anche guida del malcontento di tutte
le frazioni della classe dominante… a partire dal proprio malcontento:
”Come la burocrazia, il corpo degli ufficiali viene reclutato tra gli elementi, in Spagna eccessivamente
numerosi, che esigono dallo Stato, innanzi tutto, i mezzi di sussistenza.” (18) Cosa che spesso confligge con le dimensioni della torta messa a disposizione. Ne scaturisce allora, di tanto in tanto, l’emergere all’interno dell’esercito di gruppi rivoluzionari “risoluti e coraggiosi”. I quali entrano direttamente nei pronunciamientos autonomisti e repubblicani.

Naturalmente tali raggruppamenti non coinvolgono gli ufficiali superiori (enormemente in eccesso),
strettamente legati alla corona, ai proprietari terrieri e all’oligarchia finanziaria. Essendo l’esercito la via preferita per “sistemarsi” da parte dei rampolli di buona famiglia, il tratto che emerge è la pletora degli effettivi arruolati dalle FFAA spagnole. Nel secondo decennio del XX° secolo su una popolazione di circa 20 milioni, i militari sono oltre 200 mila.

La terza forza centralizzata è la chiesa cattolica. Costosa per l’erario, titolare di beni immensi, anche
finanziari. Essa immette nel corpo sociale ben 70mila religiosi, che corrispondono a due volte e mezzo il
numero degli studenti su una popolazione al 45% ancora analfabeta (in gran parte concentrata nelle
campagne). Dai tempi dell’Inquisizione la chiesa spagnola è sottomessa alla corona e allo Stato. Alla testa della resistenza anti-francese, si fa catalizzatrice di idee anti-liberali. Ciò non impedisce che nel 1837 essa
debba subire, con indennizzi, l’esproprio di una certa quantità di terre. Cosa che, spingendola a recuperare
con gli affari in edilizia i beni perduti, la distacca forse irrimediabilmente dal ruolo tradizionale di carità e
assistenza popolare. (19) Il tutto senza intaccare naturalmente il suo ruolo secolare di detentrice della
titolarità sull’istruzione pubblica e privata.

Arretratezza del paese. Decadenza delle classi dominanti incapaci di riforme. Parassitismo. Fragilità
politica. Declassamento internazionale. Esplosiva questione contadina. Crescita di un giovane e
combattivo proletariato (la “settimana tragica” di Barcellona, precorritrice di una violentissima guerra di
classe, è del 1909). Tale è la Spagna che si affaccia sul XX° secolo. Era di guerre imperialiste e di rivoluzioni.

Note
1. Gerald Brenan, Storia della Spagna. 1874-1936, Einaudi, 1970.
2. L.D. Trotsky, La rivoluzione spagnola e i compiti dei comunisti, in Scritti 1929-1936, Mondadori,
1968.
3. L.D. Trotsky, op. cit.
4. Premessa a Grandizo Munis, Lezioni di una sconfitta, promessa di vittoria, Ed. Lotta Comunista,
2007.
5. K. Marx – F. Engels, Manifesto del Partito Comunista.
6. L. D. Trotsky, op. cit.
7. G. Brenan, op. cit.
8. Pierre Broué – Emile Témime, La rivoluzione e la guerra di Spagna, Mondadori, 1980.
9. E.J. Hobsbawm, I rivoluzionari, Einaudi,1975.
10. E. Broué – E. Temime, op. cit.

11. E.J. Hobsbawm, op. cit.
12. Raymond Carr, Spain 1808-1939 (free download).
13. R. Carr, op. cit.
14. L.D. Trotsky, op. cit.
15. L. D. Trotsky, op. cit.
16. Le guerre carliste furono conflitti civili nella Spagna del XIX° secolo, originati dalla disputa
dinastica tra i sostenitori di Isabella II, figlia del defunto Ferdinando VII di Borbone che l’aveva nominata
regina, e Don Carlos, fratello di Ferdinando. Quest’ultimo, sentendosi usurpato, organizzò una serie di
rivolte in Navarra e nei Paesi Baschi, che portarono a ben tre guerre, intervallate, tra il 1833 e il 1876. I
carlisti, legati a una linea conservatrice e tradizionalista, uscirono alla fine sconfitti dai seguaci di
Elisabetta, esponenti di una politica liberale di pur timide trasformazioni sociali. Ma il movimento carlista
sopravvisse e si radicò nelle suddette regioni, arrivando a svolgere un ruolo durante la guerra civile del
1936-’39 e oltre.
17. L.D. Trotsky, op. cit.
18. L.D. Trotsky, op. cit.
19. Hugh Thomas, Storia della guerra civile spagnola, Einaudi, 1963.


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