di Felice Mometti
Titolo e sottotitolo del recente libro di Paolo Corsini, Una bomba fascista. Nuova lettura della strage di Brescia, a prima vista sembrano innocue scelte editoriali dettate dal necessario marketing per vendere un po’ di copie in più. Con la lettura del libro si arriva a una diversa conclusione: sono le due tesi fondanti dell’argomentazione di Corsini. La bomba è stata essenzialmente fascista e la “nuova” lettura consiste in un nuovo paradigma interpretativo centrato sull’autore in quanto testimone, storico, politico, parlamentare della Commissione terrorismo e stragi, amministratore della città. Operazione a dir poco ardua, se non pericolosamente ambiziosa con il rischio di un sovraccarico ideologico che precede e oscura la natura della Strage di Piazza della Loggia e le contraddizioni del conflitto sociale dei giorni successivi. Per fare tutto questo in 150 pagine, Corsini mobilita tre politici democristiani – Bruno Boni l’allora Sindaco, Ciso Gitti Presidente della Provincia, Sergio Mattarella attuale Capo dello Stato – e tre filosofi: Emanuele Severino, Norberto Bobbio e Mario Cassa.
Solo fascismo, niente Stato e nemmeno la Nato
I tre filosofi, nel cinquantennale della Strage, sono stati oggetto di un’iniziativa politico – editoriale dell’Editrice Morcelliana con la pubblicazione di tre piccoli volumi. La stessa casa editrice che pubblica il libro di Corsini. Come dire? Riscriviamo un po’ la storia. Il presupposto, dato per scontato dall’autore di Una bomba fascista, è che la verità storico-politica e le certezze giudiziarie si sovrappongono perfettamente. Il profondo intreccio tra neofascismo, apparati dello Stato e Comando territoriale della Nato alla base della decisione e dell’esecuzione della Strage, che ormai nessuna azione giudiziaria potrà mai perseguire in quanto tale, viene sciolto nella direzione esclusiva del neofascismo. Certo Corsini abbandona la strumentale definizione, usata da molti per decenni come rifugio politico, degli apparati dello Stato “deviati” che hanno agito di concerto con i neofascisti, ma per approdare alla denuncia dell’”infedeltà”degli stessi apparati dello Stato rispetto alla Repubblica e alla Costituzione. Passando dalla “devianza” alla violazione dell’obbligo di fede, Corsini chiama in soccorso Sergio Mattarella e i tre filosofi. Mattarella in occasione del Cinquantennale della Strage ha definito lo Stato come un insieme di istituzioni pubbliche, forze sociali, partiti, uomini e donne. Senza scomodare Adorno e qualche altro “cattivo maestro” che parla del rapporto tra lo Stato e il capitale, lo Stato per Max Weber – pensatore borghese fino nell’animo – è una struttura di poteri che alterna consenso e coercizione, è in possesso mediante i suoi apparati del cosiddetto monopolio della violenza legittima, è gestito da una burocrazia con vari gradi di autonomia. Bobbio con la riproposizione della teoria dell’arcana imperii, dell’antistato colluso e criminale incistato nello Stato, assume di fatto i contorni dell’oscurità politica collocata in un vuoto pneumatico in cui non esistono rapporti forza tra classi e gruppi sociali, scontri di potere e lotte per il consenso. Severino e Cassa sono usati come corollario.Il primo con un’improbabile teoria sul “terrorismo dosato” che fa pressione senza arrivare al collasso, con un retropensiero sul “duumvirato” Stati Uniti-Unione Sovietica. Mario Cassa è citato soprattutto per l’utopia delle vittime che pensavano che le istituzioni diventassero autentici strumenti della volontà popolare. Difficile pensare che questa fosse anche la convinzione di Giulietta Banzi e Luigi Pinto. Quindi per l’autore la strage è essenzialmente fascista. E che dire della Nato? Corsini la liquida di sfuggita in poche righe come se fosse quasi solo un luogo di Verona. Gli ufficiali americani che parteciparono alle riunioni veronesi con neofascisti e agenti dei servizi segreti rimarranno senza nome né volto: impossibile perseguirli. Come si vede viene meno la coincidenza tra verità storico-politica e certezze giudiziarie.
Guardare l’albero e non vedere la foresta
La “nuova” lettura di Corsini si avventura anche nei giorni successivi alla strage con un’interpretazione che suona una musica già sentita più volte. Al moto spontaneo di cittadini che si riversano nelle strade subentra l’iniziativa convergente delle organizzazioni sindacali, dei partiti democratici e degli Enti locali. Questa la tesi di Corsini che si lascia andare anche a qualche riga tra l’ironico e il sarcastico sulle tensioni create dal “movimento” (definizione e virgolette dell’autore) composto da realtà di base, Sinistra extraparlamentare, alcuni settori del sindacato metalmeccanico. Non sfiora lontanamente l’autore che nei giorni successivi prende forma una strategia di contenimento e isolamento della temuta radicalità sociale e di controllo delle azioni politiche. Si pongono le basi di una narrazione che ha al centro la difesa delle istituzioni democratiche e l’unita dei partiti democratici. Le parole di Ettore Fermi, esponente di primo piano del PSI del Comitato Unitario Permanente Antifascista (CUPA) riassumono la riunione, convocata mezzora dopo la strage, dei partiti del Consiglio provinciale: «Arginare ulteriori effetti che andassero nella stessa direzione ma anche la reazione della popolazione e dei comitati che si erano organizzati altrove che potevano recarsi a Brescia e creare situazioni di tensione». E Bruno Boni, del quale Corsini opera una rivalutazione postuma, in una lettera di tre anni dopo la strage al senatore democristiano Fabiano De Zan parla esplicitamente della strategia di contenimento del conflitto politico e sociale perché anche «La liturgia dei funerali è stata eccessiva, strumentalizzata al massimo e indiscutibilmente ha concorso a creare l’atmosfera più adatta per le manifestazioni provocatorie dei vari gruppuscoli come oggi vengono chiamati gli extraparlamentari». Non è da meno Adelio Terraroli, dirigente di primo piano del PCI, che usò la metafora minacciosa di «circoscrivere la pressione dei contestatori». Ma è lo stesso Corsini che, in un’intervista del 2002, si lamenta che: «gli esponenti della Democrazia Cristiana ai funerali furono fischiati, quasi, direi, fisicamente assediati. In quel momento la città manifestò una sorta di “amnesia”, di smemoratezza rispetto ai valori democratici dell’esperienza dei cattolici in politica». Radicalmente diversa è l’impostazione di un esponente del “movimento” che non aveva fiducia nelle istituzioni– così definito da Corsini – e cioè l’allora segretario della Fiom di Brescia Claudio Sabattini e non qualcuno della famigerata sinistra extraparlamentare. In un’iniziativa all’Università di Bologna, una quindicina di giorni dopo la strage, Sabattini individua come questione decisiva il sistema di potere democristiano: «La stabilità della gestione del potere capitalistico realizzato dalla DC e dai suoi cosiddetti alleati poggiava sulla possibilità di mantenere un apparato dello Stato che per forza non poteva che essere corresponsabile di tutte le iniziative eversive di destra, perché le iniziative eversive di destra, in definitiva, erano riequilibratorie rispetto alla situazione complessiva». Analisi respinta da Corsini che pensa di trovare in Ciso Gitti, l’allora Presidente della Provincia, il politico democristiano che si assume delle responsabilità. Nella seduta congiunta dei Consigli provinciale e comunale del giorno dopo la strage, Gitti denuncia l’attacco del terrorismo neofascista alle istituzioni democratiche e la necessità di ricreare su rinnovate basi una grande solidarietà di popolo fra forze democratiche e antifasciste. In realtà Ciso Gitti non fa altro che mettere in pratica il via libera che ha ricevuto da Giancarlo Pajetta – tra i plenipotenziari del PCI di allora – durante la drammatica assemblea popolare tenutari poche ore dopo la strage alla Camera del Lavoro. L’operazione di depotenziare e incanalare istituzionalmente la mobilitazione popolare e la rabbia sociale e di rilegittimare la parte “migliore” della Democrazia Cristiana è stato il “capolavoro” politico dei partiti della sinistra e della quasi totalità delle organizzazioni sindacali.
La memoria del futuro
Le cause della strage sono da ricercare nel funzionamento ‘normale’ di uno Stato, dei suoi apparati, dei suoi alleati internazionali politici e militari, che di fronte al pericolo di un conflitto sociale che li metteva radicalmente in discussione hanno reagito con le bombe per stabilizzare una situazione, giudicata dal loro punto di vista, fuori controllo. Il ciclo di lotte apertosi alla fine degli anni ’60 del secolo scorso andava fermato, bloccato, anche perché poteva assumere forme e dimensioni, come in parte è stato, che andavano oltre la capacità e la possibilità di mediazione dei partiti e dei sindacati della sinistra. Quale memoria quindi? Corsini procede per sommatoria. L’argine che mette Milan Kundera agli «agenti dell’oblio e ai cospiratori del silenzio» è sommato con il contrasto ai protagonisti di un ingannevole «commercio della memoria sempre fiorente» di Tahar Ben Jelloun e all’interpretazione del Salmo della Bibbia che parla delle «sentinelle del mattino». E’ vero, come dice Corsini, che la memoria non è ricordo e nostalgia, ma non è nemmeno la conferma della fedeltà ai valori e ai principi del patto costituzionale tale farlo diventare la macchina mitologica in cui mito e memoria sono indistinguibili.
Con Walter Benjamin la memoria non è la ripetizione di un racconto oppure l’indignazione retroattiva, la memoria si declina al futuro che ne determina le modalità, la selezione degli eventi, la loro interpretazione, le loro ‘lezioni’. La memoria si «attiva» al futuro. Avere memoria del futuro diventa la possibilità di una nuova soggettivazione politica che fa i conti con le recenti trasformazioni delle classi, dei poteri e degli Stati e anche la strage di Brescia sarà liberata da supposte “nuove” letture e da ossessioni commemorative.
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