Da: ISPI online
| Washington rivendica un fronte compatto contro Teheran, mentre Corea del Sud ed Europa misurano ogni passo, strette tra le pressioni di Trump e i propri interessi. |
| Due notizie, lontane tra loro, raccontano la stessa fatica: quella di essere, oggi, alleati di Washington. Il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent ha annunciato che l’Unione europea ha “ufficialmente aderito” a Operation economic outcast, la campagna di sanzioni secondarie lanciata a fine agosto per tagliare l’Iran fuori dal sistema finanziario internazionale. Il comunicato della Commissione europea sull’argomento, però, parla di “sostegno” alla pressione economica statunitense, non di “adesione”: una distanza semantica che racchiude una differenza sostanziale che Washington non ha interesse a evidenziare. Nelle stesse ore, i media sudcoreani hanno riportato che Seul starebbe valutando l’invio di mezzi militari nello stretto di Hormuz, dopo settimane in cui Trump ha accusato l’alleato asiatico di “non essere stato d’aiuto”, e aver ridotto, in risposta, le esercitazioni militari congiunte. Una decisione, quella di Washington, che ha riacceso i timori del governo sudcoreano per la tenuta della deterrenza contro Pyongyang. La Casa Blu, sede della presidenza a Seul, dichiara di non aver preso ancora alcuna decisione su eventuali operazioni in Medio Oriente, e che secondo la legge nazionale, tale azione dovrebbe essere comunque approvata dall’Assemblea nazionale, ma conferma di stare vagliando “diverse opzioni”, tra cui l’invio di una nave da guerra nello stretto. Due vicende differenti a due diverse latitudini, ma accomunate da un unico dilemma: quanto costa oggi, per un alleato di Washington, la possibilità di dire no? |
| Ue: adesione o sostegno? Il caso europeo è emblematico. Nel comunicato diffuso in occasione del G20 dei ministri delle Finanze ad Asheville, in Carolina del Nord, la Commissione Europea aveva accolto con favore la pressione economica statunitense su Teheran e ribadito la disponibilità a “misure ulteriori” per tutelare la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz. Ma senza annunciare alcun impegno formale a partecipare all’operazione Economic outcast, che colpisce l’accesso iraniano ad asset digitali, tecnologie avanzate, riserve auree, aviazione commerciale e trasporto marittimo attraverso sanzioni secondarie. La differenza non è di poco conto perché implicherebbe da parte europea nuove tariffe nei confronti di Teheran. Le aziende europee resterebbero inoltre esposte alle sanzioni secondarie americane, mentre oggi lo statuto dell’Ue vieta loro di conformarsi a tali sanzioni senza l’autorizzazione della Commissione. Bessent ha comunque ringraziato pubblicamente Bruxelles e la Banca centrale europea per la “posizione forte e tempestiva”, presentando il sostegno come una tappa decisiva della campagna per isolare finanziariamente Teheran. Per l’Iran, ad ogni modo, la distinzione semantica sembra contare poco: il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha accusato l’Ue di aver piegato “sovranità, leggi e valori” alla coercizione statunitense. |
| Seul nell’angolo?Per la Corea del Sud il caso è diverso. Per mesi Seul ha resistito alle pressioni americane per offrire supporto navale nello stretto, citando la propria dipendenza energetica – circa il 60% del petrolio importato transita da Hormuz – ma anche il timore di distogliere risorse dalla deterrenza contro Pyongyang. Ad agosto Trump ha reso pubblica la propria frustrazione, ordinando il dimezzamento delle esercitazioni congiunte Ulchi Freedom Shield e presentandolo come gesto di distensione verso Kim Jong-un, ma di fatto collegandolo esplicitamente al mancato sostegno sudcoreano su Hormuz. Così a Seul si sono rinnovati i timori sulla tenuta delle garanzie di sicurezza americane. Non è un caso che l’opposizione abbia accusato il governo del presidente Lee Jae-myung di avere provocato un “disastro diplomatico” capace di logorare l’alleanza. Gli analisti citati dalla stampa locale tuttavia sono divisi sulla questione del fondamento giuridico di un intervento: non è chiaro se il trattato di mutua difesa Corea-Usa copra teatri lontani dalla penisola come il Golfo Persico. Un eventuale dispiegamento richiederebbe comunque il via libera del parlamento. Seul starebbe discutendo la portata di un possibile contributo anche con Regno Unito e Francia, e il tema potrebbe emergere nell’incontro tra Lee ed Emmanuel Macron nei prossimi giorni. |
| Un dilemma comune? Il caso Ue e quello sudcoreano, letti insieme, raccontano però una storia più ampia. Il traffico mercantile attraverso Hormuz resta ben al di sotto dei livelli pre-crisi, e Washington è in evidente difficoltà a garantire da sola la riapertura dello stretto nonostante mesi di pressione militare su Teheran. È in questo contesto che le pressioni rivolte agli alleati assumono un peso politico che va oltre all’impegno logistico: servono a Trump per dimostrare in patria, agli occhi di cittadini-elettori alle prese con l’inflazione e in vista delle elezioni di midterm, che l’onere della crisi non ricade solo sugli Stati Uniti. Il dilemma degli alleati sta tutto nel non voler scontentare l’alleato americano ma nemmeno esporsi su più fronti: quello economico, militare, strategico e persino interno, considerata la contrarietà di molta dell’opinione pubblica a partecipare alla confusionaria avventura bellica di Trump. Da qui la scelta, tanto europea quanto sudcoreana, di procedere a piccoli passi ma di fatto restando quasi fermi e misurando ogni parola – sostenere senza aderire, valutare senza decidere. È una linea sottile quella che unisce Seul a Bruxelles, quanto il solco che oggi separa la possibilità di dire no a Washington senza poi trovarsi a pagarne il prezzo. |
| Il commentoDi Guido Alberto Casanova, ISPI Research Fellow |
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