di Flavio Guidi
Non ho mai considerato la “democrazia rappresentativa” (o “liberale”, “borghese”, ecc.) come l’ultimo grido in tema di democrazia: ho sempre pensato che la democrazia diretta, o consiliare, o “proletaria” (tipo Comune di Parigi, o Soviet russi, ungheresi, tedeschi, austriaci del 1917-19, ecc. ecc.) le fosse di gran lunga superiore. Ma, ovviamente, anche accettando per orizzonte ultimo le “libere” elezioni a suffragio universale di un Parlamento, non tutte le leggi elettorali sono uguali. Alcune permettono di avvicinarsi al concetto di chi vuole che “la maggioranza (dei cittadini? degli elettori?) esprima il governo”. Altre sono semplicemente delle leggi-truffa”. Nel primo caso si tratta delle classiche leggi basate sulla rappresentanza proporzionale (come nei paesi scandinavi, nei Paesi Bassi, in Belgio, in Germania, in Austria, in maniera molto meno chiara in Spagna), altre sul metodo più o meno maggioritario (o sul proporzionale con “premio di maggioranza”). In Italia, fino al 1992, si è votato col primo metodo (dopo il fallimento, nel 1953, della prima “legge-truffa”), e, dal 1994 in poi, con metodi diversi ma accomunati dal progetto apertamente truffaldino.
Anche negli anni della cosiddetta “prima Repubblica” il proporzionale (diversamente da altri paesi) non era “puro”. L’esistenza del cosiddetto “quorum” (cioè la necessità di eleggere almeno un parlamentare direttamente) introduceva una notevole deformazione: per esempio, nel 1972 oltre un milione di elettori di sinistra (PSIUP, Manifesto, MPL e PCI m-l) non furono rappresentati alla Camera dei Deputati (dove avrebbero avuto diritto ad una ventina di deputati, avendo raccolto il 3,2% dei voti). E nel 1976, quando Democrazia Proletaria riuscì ad entrare alla Camera (grazie al “quorum” ottenuto a Milano), ogni deputato le “costò” quasi 100 mila voti (contro i meno di 50 mila della DC). Ma queste deformazioni erano poca cosa rispetto alle truffe post referendum Segni del 1993.
In effetti, durante la “prima” Repubblica, i governi rappresentarono SEMPRE non solo la maggioranza di quelli che si recavano a votare (che di solito oscillava tra il 90 e il 95% degli “aventi diritto”) ma persino dei “cittadini elettori” (compresa la minoranza che non si recava alle urne). Fanno eccezione gli ultimi due governi, quello Amato (1992-93) e quello Ciampi (1993/94) che poterono contare solo sulla maggioranza di chi si era recato a votare (circa 22 milioni di voti su 41,5 milioni). Se però aggiungiamo l’appoggio esterno al governo Ciampi di PDS e Federazione dei Verdi (altri 7,5 milioni di voti) anche l’esimio Ciampi poteva dire di “rappresentare la maggioranza assoluta degli italiani (47,5 milioni di aventi diritto al voto).
Le cose cambiano con l’introduzione della prima legge-truffa, maggioritaria in gran parte (appoggiata da quasi tutti i partiti, esclusi Rifondazione Comunista e i fascisti del MSI). Grazie al “Mattarellum”” (3/4 col maggioritario, 1/4 col proporzionale), la Destra, guidata da Berlusconi, ottiene la maggioranza in Parlamento, con meno di 17 milioni di voti (su 48 milioni di elettori, dei quali poco più di 41 milioni si erano recati alle urne). Quindi non solo minoranza tra i cittadini elettori, ma pure minoranza tra i votanti.
Lo stesso accade due anni dopo. Questa volta ad approfittare della legge-truffa Mattarellum è il centro-sinistra: con 16,3 milioni di voti (su quasi 49 milioni di elettori e oltre 40 milioni di votanti), l’alleanza tra centro-sinistra e Rifondazione ottiene la maggioranza parlamentare, nonostante la destra, divisa e quindi penalizzata dalla legge elettorale, abbia aumentato il numero di voti (19,6 milioni di voti, massimo storico della coalizione reazionaria).
Nel 2001, sempre col Mattarellum, nuovo ribaltone: la destra torna al governo, con 18 milioni di voti (su oltre 49 milioni di elettori e 40 milioni di votanti. Quindi, per la terza volta, grazie al Mattarellum, governa chi non ha né la maggioranza tra i cittadini né tra i votanti.
Nel 2006 si vota con una nuova legge, il “Porcellum” (dal ministro leghista Calderoli), una specie di proporzionale col premio di maggioranza (abbastanza simile a quella proposta oggi dalla destra). Vince il centro-sinistra alleato a Rifondazione, con 19,4 milioni di voti (su quasi 50 milioni di elettori – stavolta c’è pure l’estero – e 40,3 milioni di votanti). Sono le elezioni in cui il vincitore sfiora il 50% dei votanti (per l’esattezza poco più del 48%), pur non riuscendo a superare la soglia della maggioranza assoluta. D’altra parte la destra ottiene quasi lo stesso numero di voti (19,3 milioni) ma viene penalizzata dalla sua stessa legge elettorale.
Nel 2008 lo stesso Porcellum consegna invece la maggioranza parlamentare alla destra, con 17,5 milioni di voti (su 50 milioni di aventi diritto e 39 milioni di votanti).
Nel 2013, dopo il governo “tecnico” di Monti (sostenuto da tutti meno la Lega Nord) si sfiora quasi il ridicolo. Il Porcellum consegna la maggioranza parlamentare al centro-sinistra, che ha ottenuto solo 10,3 milioni di voti (su 50 milioni di elettori e 36 milioni di votanti). Una coalizione che ha ottenuto il voto del 20% degli elettori (e del 29% dei votanti) ottiene la maggioranza assoluta del Parlamento. La destra, analogamente, ottiene il suo minimo storico, con 10,1 milioni di voti. Il paradossale risultato è dovuto soprattutto alla comparsa del “terzo incomodo”, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, con 8,8 milioni di voti.
Nel 2018 si vota con una nuova legge-truffa, il “Rosatellum”, che ristabilisce un sistema misto, maggioritario e proporzionale con sbarramento al 3%. Vince la destra, con 12,4 milioni (su 50,7 milioni di elettori e 35 milioni di votanti). Al secondo posto i “grillini”, con 11 milioni di votanti. Il centro-sinistra finisce al terzo posto, con soli 7,8 milioni di voti. Seguono Liberi e Uguali (1,2 milioni) , la coalizione di Potere al Popolo (0,4 milioni), ecc. Nascerà quindi un governo M5Stelle-Lega, sostituito poi da uno M5S-Centro-sinistra e infine dal governo “tecnico” Draghi, appoggiato da “grillini”, destra e centro-sinistra (uniche opposizioni parlamentari FdI e LeU).
Nel 2022 elezioni anticipate col Rosatellum. Vince la destra a trazione (post?) fascista con 12,6 milioni di voti (su quasi 51 milioni di elettori e 30,8 milioni di votanti). Il centro-sinistra, dopo le scissioni di Renzi e Calenda, si ferma a 7,8 milioni di voti, mentre il M5S crolla a 4,4 milioni di voti, seguito dall’alleanza cosiddetta “centrista” Renzi-Calenda (2,2 milioni di voti) ecc. Nasce il governo “più a destra” della storia repubblicana, che regge tuttora grazie alla maggioranza blindata in Parlamento, nonostante abbia ottenuto il voto di un quarto degli italiani (e il 43% dei votanti).
Come si può agevolmente vedere, tutti i governi post 1992 sono stati minoritari rispetto non solo al totale degli elettori, ma persino a chi si è recato alle urne (nonostante il costante calo della partecipazione elettorale). Ciò nonostante non solo i leccapiedi professionali del potere (TV, giornali, social, ecc.), ma anche gli esponenti dell’opposizione, continuano ad usare, per definire i partiti di governo, il termine “maggioranza”.
Non so come andranno le elezioni del prossimo anno, ma se i sondaggi hanno un minimo di credibilità (cosa di cui però dubito assai), con la nuova legge-truffa meloniana (chiamata ridicolmente “Stabilicum”) ci sarà l’ennesimo governo di minoranza, visto che la destra è data tra il 37 e il 40% (del 60% circa che pare si recherà a votare), il “campo largo” tra il 43 e il 45%, gli ultrafascisti vannacciani intorno al 6/7%, l’orfano Calenda sotto il 3, e così via. La speranza è che nessuna alleanza ottenga il premio di maggioranza previsto, aprendo un periodo di feconda instabilità.
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