da “Il Pungolo Rosso”

Questa è il terzo della serie di articoli a cura di Graziano Giusti con i quali la nostra redazione intende ricordare i grandi avvenimenti di Spagna degli anni 1936-’39 (guerra civile e sollevazione rivoluzionaria). Lo precede un breve raccordo con le puntate precedenti. (Red.)

La Spagna giunge al trapasso dall’ 800 al ‘900 in una situazione di arretratezza economica e crisi politica, determinate, nel lungo periodo, dal secolare declino del suo impero.

Tali caratteristiche si miscelano però con una realtà sociale in forte ebollizione, dove il crescente immiserito proletariato industriale e il numeroso quanto storicamente vessato proletariato agricolo non ci stanno a farsi sottomettere dalla protervia delle classi dominanti vecchie e nuove,  entrambe in combutta coi poteri secolari di chiesa ed esercito.

La borghesia industriale, in ascesa ma debole politicamente, incapace di una “sua” coerente rivoluzione, si affida ai compromessi e al radicalismo di partiti piccolo borghesi, i quali si distinguono innanzitutto per il terrore che hanno verso le lotte operaie.

Si va delineando, in Spagna, nel quadro comunque di una società capitalistica e non feudale, uno Stato oligarchico-parassitario, ammanicato con l’alta finanza, legato a mille fili con un capitale estero che vede nei lavoratori autoctoni carne da macello da sfruttare a più non posso, affidando agli organi repressivi la “soluzione” delle questioni sociali.

Prende corpo insomma, già all’inizio del ‘900, una realtà sociale dove non c’è spazio per le mediazioni.   

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E’ ormai accettato da tutta la storiografia che la Spagna giunga alle porte delle guerra civile e della rivoluzione dentro un quadro di sostanziale arretratezza economica e di crisi politica, miscelati però ad una realtà sociale in ebollizione. La cosa potrà stupire i pedanti, ma non chi vede lo sviluppo del sistema capitalistico come uno sviluppo ineguale, in cui non è raro trovare la combinazione tra elementi di arretratezza con quelli di modernità. E dover pertanto assistere ad esplosioni di lotta di classe apparentemente inspiegabili.

Tant’è che molti osservatori e studiosi, cercando di farsi una ragione di sconvolgimenti a prima vista assurdi, cercano le motivazioni di fondo nelle soggettività politiche dei protagonisti, nelle storie dei partiti e delle correnti politiche; quando sarebbe assai più fruttuoso cominciare a indagare nelle dinamiche sociali di lungo corso; le quali rappresentano, in ultima analisi, le cause motrici dei rivolgimenti politici.

Non che le soggettività non influiscano o influiscano poco in questi ultimi, beninteso. E lo vedremo a più riprese trattando le vicende spagnole.

Il problema di fondo, però, consiste nel fatto, ad esempio, che non è l’anarchismo spagnolo a determinare le condizioni da cui poi sorge e si sviluppa la rivoluzione in quel paese, bensì la struttura sociale attraverso la quale esso ha potuto non solo attecchire ma pure affermarsi (ben oltre lo scoppio dell’insurrezione del luglio ’36) come espressione di punta del proletariato all’epoca più combattivo di tutto il continente europeo.

Tant’è che la Spagna degli anni ’30 rimane per il movimento anarchico forse l’unico caso al mondo in cui esso ha potuto “dirigere” (termine ostico per gli anarchici) un movimento di massa proletario. Principalmente sotto la forma, che cercheremo di affrontare con serietà e senza pregiudizio alcuno, dell’anarco-sindacalismo.

Paul Preston (1) ritiene che negli anni ’30 del secolo scorso la Spagna giunga al culmine di una serie intermittente di lotte tra riformisti e reazionari sorte a partire dal 1808. Ed elenca i tentativi di riforme radicali (1850, 1870, 1917-’23, 1931), specie in campo agrario, “tutti soffocati dai militari”. Tentativi che denoterebbero uno “sfasamento tra realtà sociale e potere politico”, in cui l’esercito diventa il fattore risolutore, il braccio armato che supplisce a uno Stato debole, minato dalla perdita delle colonie, decadente, incapace di affrontare gli impulsi della modernità.

Viene così riproposta anche da Preston la realtà sociale di una vecchia oligarchia terriera che sovrasta una debole borghesia progressiva, in un quadro di “sviluppo tortuosamente lento e ineguale del capitalismo industriale”. In sostanza, quelle lotte riformiste sopra accennate provengono quasi totalmente dal radicalismo urbano piccolo-borghese, non da una borghesia industriale liberale, conscia della propria forza. Ragion per cui saldandosi, pur con problemi interni, quell’asse monarchia-aristocrazia-chiesa cui si accennava nella puntata precedente, e costituendo l’esercito il bastone del potere, la Spagna non conosce rivoluzione borghese. 

Ciò non vuol dire affatto che ci si trovi di fronte a una società semi-feudale o addirittura feudale. Cosa che sosterranno non solo i borghesi spagnoli democratici allo scopo di cancellare sul nascere ogni opzione di rivoluzione proletaria, ma anche (e più decisamente) gli stalinisti: ansiosi di circuire il proletariato spagnolo dietro le mire del capitalismo di Stato russo. Il quale, per sua natura e pure per interessi contingenti, non può assolutamente permettere che prevalga in Spagna un genuino potere operaio e contadino.(2)

Secondo Stalin, in quanto paese pre-capitalistico, la Spagna avrebbe dovuto prima attraversare la fase della rivoluzione borghese e solo successivamente, molto successivamente, approdare al socialismo.

Toccava dunque al proletariato, sempre secondo Stalin, condurre una simile lotta; senza pertanto spaventare la borghesia democratica con lo spettro della rivoluzione comunista. Al contrario: gli operai avrebbero dovuto allearsi con essa contro la reazione. Era il replay in terra spagnola della devastante linea (per il proletariato internazionale) adottata dal governo dell’URSS in occasione della rivoluzione cinese di un decennio addietro.

Bartolomé Bennassar sottolinea come la Spagna alla fine del XVIII° secolo si trovi ad avere un modesto ritardo economico rispetto all’Inghilterra e la Francia, ma l’aggravarsi del latifondismo, mantenendo un carattere ristretto al mercato interno, diventi un freno importante allo sviluppo economico del paese. Le grandi proprietà del centro-sud sono gestite male, il latifondista preferisce investire nella finanza e darsi all’ozio; mentre nelle zone mediterranee (produzione di uva, agrumi, ortaggi), in cui è diffusa la piccola proprietà, ci si proietta verso l’export. (3)

In simili condizioni sociali la crisi agricola è endemica, generando nel mezzogiorno periodiche e violentissime rivolte contadine. Subitamente represse con lo stragismo da parte del potere politico, arroccato nei grandi latifondi della Nuova Castiglia, dell’Estremadura, dell’Andalusia e in parte della Vecchia Castiglia.

Che non ci si trovi di fronte a un latifondo feudale è attestato altresì dall’immissione nel mercato, già dall’ ‘800, di enormi appezzamenti  di terreno appartenenti alla chiesa, attratta anch’essa dalla speculazione finanziaria e urbanistica. Tale immissione “attenua l’impulso all’industrializzazione e al sud – ampliando le grandi tenute – suscita profondi odi sociali.” (4)

Le piccole e medie imprese delle zone costiere attirano capitali esteri attraverso l’export; ed è esattamente qui che a fine ‘800 prende piede il capitalismo industriale (Catalogna, Levante, Asturie, Paesi Baschi, Galizia).

Volendo stabilire un periodo in cui l’industria si insedia con decisione sul territorio spagnolo potremmo riferirci al ventennio 1898-1918, periodo in cui manca vistosamente un forte “Stato industrialista” che faccia da volano.

Tutto ciò avrà conseguenze di non poco conto sulla formazione dei partiti borghesi sostenitori dei principi del liberalismo democratico (radicali, repubblicani).

Non solo: il tradizionale Stato oligarchico-parassitario modulerà a sua immagine il rapporto tra borghesia e nobiltà, immergendo la prima nei “vizi” della seconda ed esercitando su di essa un forte controllo. (5)

Ne uscirà fuori un soggetto di molto squilibrato rispetto alle esigenze di una moderna società borghese;  già preposto a subire l’invasione e i ditkat del capitale estero.    

Durante la prima guerra mondiale (1914-’18), la Spagna rimane neutrale, incrementando fortemente il commercio estero. L’industria tessile, che rifornisce gli eserciti europei, decolla insieme all’industria di trasformazione. Così anche quella estrattiva, la quale in questo periodo raddoppia il volume della produzione. Cresce l’importazione dei mezzi di produzione dagli USA. Il capitale totale passa da 236 M di pesetas del 1914 a 2 MM del 1920. (6)

Sempre in tale periodo raddoppiano le società; anche se il capitale investito in agricoltura è dieci volte quello industriale. Altro aspetto, questo, che nega decisamente il carattere pre-capitalistico della Spagna. (7)  

Stando a quest’ultima fondamentale e controversa questione, cioè quella agraria, utilizzata da democratici e stalinisti per sostenere che in Spagna esistesse ancora il feudalesimo o il semi-feudalesimo, Felix Morrow fa opportunamente notare come il ricavato per ettaro sia qui il più basso d’Europa; a fronte però di guadagni assai elevati dei latifondisti durante la guerra. Guadagni capitalizzati comunque in denaro contante attraverso ipoteche.

Notevole è l’apporto del capitale straniero al decollo industriale spagnolo.

Primeggia la Gran Bretagna con investimenti di 5 MM di sterline (seconda metà anni ’20) nella metallurgia dei Paesi Baschi, nelle miniere di rame delle Asturie, nei cantieri navali, nelle fabbriche di armi. A seguire la Francia (3MM di franchi) nelle miniere, nel tessile e nella chimica. Poi il Belgio (½ MM di franchi) nelle ferrovie e nelle tranvie. A seguire gli USA nella rete telefonica, il Canada nelle centrali idroelettriche della Catalogna e del Levante e per ultima, ma non ultima per importanza, la Germania (siamo agli inizi degli anni ’30) nelle compagnie elettriche del Levante e nella siderurgia. (8)  

Un capitale estero che, in sostanza, oltre a investire nell’industria di base, contribuisce di molto alla costruzione delle infrastrutture del capitalismo spagnolo.

Vi sarebbero le basi per un ulteriore balzo in avanti, senonché… subentra la Grande Crisi del 1929. La quale, colpendo la Spagna con le barriere doganali franco-inglesi e col conseguente crollo del mercato interno, riduce il paese a una condizione semi-coloniale (semi-coloniale, non feudale!), scatenando all’interno di esso, con virulenza, tutta la pressione sociale accumulata nel trentennio precedente.

Una situazione sociale esplosiva che possiamo descrivere raccogliendo alcuni dati significativi.

Il già citato G. Brenan (9) afferma che nel 1930  il rapporto tra “agricoltori” (termine generico) e operai sia di 4 M e mezzo a 2 M. La sua ricerca, importante ma per alcuni aspetti datata, è stata successivamente aggiornata da altri storici, alcuni di questi di ispirazione marxista.

P. Broué, ad esempio, ricordando che la popolazione complessiva della Spagna è, sempre nel 1930, di 22 M e mezzo, calcola che su 11 M di popolazione attiva vi siano dai 2 ai 3 M di operai industriali e minatori; ancora dai 2 ai 3 M di braccianti; 2 M di mezzadri o piccoli proprietari rurali; 1 M di piccoli artigiani; 2 M di piccola-media borghesia raggruppata nei centri più evoluti.

A seguire, 2 M di parassiti (rentier, burocrati, amministratori o semplicemente perdigiorno).

L’aspetto importante rilevato da Broué è “l’estremo squilibrio tra le classi sociali”.

Di certo nell’industria, in cui i salari sono per la maggioranza dei lavoratori al limite della sopravvivenza, ma soprattutto nelle campagne.

Nel 1931, 2 M di lavoratori agricoli non possiedono la terra, mentre 50mila tra grandi e medi proprietari (gran parte dei quali risiede a Madrid) possiedono la metà del territorio spagnolo.

Se si considera il “mercato capitalistico multiforme” che qui caratterizza la questione agraria (appalto, mezzadria, usura, riscatto, affitto, salario), con le sue divaricazioni regionali, si può comprendere come la realtà del bracciantato (i “braceros”) fosse estremamente dura.

E’ precisamente nelle campagne che vengono non a caso forgiate quelle energie proletarie le quali, una volta inurbate, diffonderanno sovversivismo a piene mani all’interno del giovane proletariato industriale.

Questo elemento è centrale per comprendere i tratti sociali e politici della classe lavoratrice spagnola. Tra l’altro, l’indifferenza padronale verso il miglioramento delle condizioni minime dei dipendenti porta gradualmente alla scomparsa delle secolari “garanzie” per gli strati più poveri della popolazione.

Lo sviluppo dei grandi centri industriali provoca la conversione di vaste distese povere e aride in colture di frumento che dopo la crisi del 1930 hanno l’effetto di far diminuire sensibilmente la superficie coltivata utile al mantenimento del bracciante e della sua famiglia.

In Andalusia, dove i ¾ della popolazione è composta da braccianti disoccupati per sei mesi l’anno, la situazione è particolarmente drammatica. (9)

Insieme al processo di proletarizzazione si verifica una forte emigrazione di forza lavoro, in particolare verso il Sud America.

In base alle statistiche ufficiali la Spagna, pur mantenendo nel 1930 la quota del 45% della popolazione attiva nelle campagne, in dieci anni essa è scesa di ben diciotto punti. I residenti nei centri urbani con più di 10mila abitanti sono 10 M., il 43% della popolazione.

Barcellona, la metropoli catalana, fiorente centro industriale (tessile, meccanico, elettromeccanico), aumenta di 300mila abitanti nel giro di due anni (1931-’33), superando la soglia del milione di unità. Madrid le sta a ruota, divenendo non solo la capitale dei ministeri e del pubblico impiego, ma anche una città operaia dove si affermano fabbriche di tabacco, di abbigliamento, di alimentari e soprattutto aziende edili. Siviglia a sua volta s’impone come terzo centro urbano della Spagna. (10)

Si stanno insomma accumulando, parafrasando Lenin, “le sostanze infiammabili della rivoluzione”: anche perché, lo vedremo prossimamente, non solo le storiche rivolte contadine ma anche le recenti durissime lotte operaie – ecco l’elemento soggettivo che irrompe– hanno prodotto uno scontro di classe, ispirato in particolare all’anarco-sindacalismo, che non ha uguali in tutta Europa dopo il 1917-’23.  

Note

1) P. Preston, La guerra civile spagnola. 1936-’39, Mondadori, 1999.

2) G. Rovida, La rivoluzione e la guerra di Spagna in “Storia del marxismo”, vol. 3**, Einaudi, 1981. Scrive l’A. come l’Internazionale Comunista egemonizzata da Stalin ritenesse la Spagna un paese a medio sviluppo capitalistico, ma che da ciò ne derivasse la concezione di una rivoluzione “a tappe” del paese iberico, schiacciato da “enormi sopravvivenze pre-capitalistiche feudali” (I.C., gennaio 1932). Da notare come, nel giro di qualche anno, tale posizione virerà, a seguito degli accordi intercorsi tra URSS, Francia e Gran Bretagna e del varo dei “Fronti Popolari”, nell’obbiettivo sic et simpliciter della rivoluzione democratica.

3) B. Bannassar, La guerra di Spagna, Einaudi, 2006.

4) P. Preston, op. cit. : “L’effetto fu duplice: mentre da un lato si consolidava il latifondo, dall’altro i nuovi arrivati si aspettavano di veder fruttare in poco tempo i loro investimenti. Non disposti a imbarcarsi in costosi progetti di irrigazione, cercavano profitti immediati sfruttando il grande esercito dei senzaterra, i braccianti e i giornalieri. L’uscita di scena dei più indulgenti proprietari dell’era precedente – la nobiltà e il clero – e la recinzione dei terreni demaniali (fenomeno analizzato a fondo da Marx ne Il Capitale riguardo l’accumulazione originaria capitalista – ndr.) spazzeranno via gran parte degli ammortizzatori sociali che avevano impedito fino allora al meridione in miseria di sollevarsi. Al paternalismo subentrò la repressione…”    

5) G. Munis, Lezioni di una sconfitta promessa di vittoria, Ediz. Lotta Comunista, 2007:

“La concorrenza tra borghesia e nobiltà per l’occupazione dei posti direttivi in tutti gli organismi statali ì, dal ministero al municipio, frutto dell’intreccio tra economia e Stato, ha fornito alla Spagna un motivo in più perché fosse questo terzo elemento ad assumere su di sé i compiti di direzione delle classi proprietarie e di oppressione delle classi proletarie.”

6) G. Munis, op. cit.

7)  G. Munis, op. cit.

8)  P. Broué – E. Témime, La rivoluzione e la guerra di Spagna, Mondadori,1980.

9)  G. Brenan, Storia della Spagna 1874-1936, Einaudi, 1970.

10) C. Venza, Anarchia e potere nella guerra civile spagnola 1936-1939, Elèuthera, 2009.


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