Interessante articolo che da conto delle contraddizioni dell’automazione e delle soluzioni del governo cinese. Il dibattito in Cina è molto vivace su questo tema, anche perchè è diffusa la coscienza che sta per produrre uno sconvolgimento enorme nella società umana. Le contraddizioni tra sostituire il lavoro umano e non perdere posti di lavoro. Le soluzioni proposte dal governo cinese sono evidentemente limitate e in qualche modo paradossali, per non dover affrontare l’impossibilità della produzione automatizzata di massa in una economia di mercato. L’impossibilità di distribuire in modo razionale la ricchezza prodotta dall’automazione spinta nel sistema a capitalismo di stato attuale (e ancora di più nel capitalismo “liberista”) è segnalato da vari ricercatori e analisti, ma evidentemente non accettabile per la dirigenza cinese, che nel migliore dei casi pensa ai due tempi. (NdR)

Nel tentativo di rafforzare il mercato del lavoro, la Cina ha presentato un nuovo piano che punta a sfruttare l’intelligenza artificiale per creare occupazione, favorire l’imprenditorialità e sviluppare nuovi settori destinati a diventare motori della creazione di posti di lavoro nei prossimi anni.
Come riporta People’s Daily, mercoledì il Consiglio di Stato ha pubblicato un piano per l’attuazione della strategia nazionale che pone l’occupazione al centro delle politiche economiche per il periodo 2026-2030.
Le misure arrivano in una fase delicata per il mercato del lavoro cinese. Come riporta SCMP, i due gruppi più esposti alle difficoltà occupazionali – i laureati e i lavoratori migranti – stanno infatti affrontando pressioni crescenti, mentre il rallentamento degli investimenti e delle vendite al dettaglio registrato il mese scorso alimenta le preoccupazioni sulla tenuta dell’economia. Per Pechino l’occupazione rimane uno degli indicatori più sensibili della salute economica del Paese, dato il suo stretto legame con la stabilità sociale.
«Nel complesso, le misure sono complete», ha osservato Nie Riming, vicedirettore dello Shanghai Institute of Finance and Law. «Ma, in ultima analisi, l’occupazione dipende dalla crescita economica».

Il piano individua nove aree prioritarie d’intervento, tra cui il coordinamento delle politiche macroeconomiche con gli obiettivi occupazionali, il sostegno ai settori ad alta intensità di lavoro, l’espansione della capacità di assorbimento occupazionale del comparto dei servizi e la creazione di nuove opportunità nei comparti emergenti.

Un ruolo centrale è assegnato all’intelligenza artificiale. Il documento prevede lo sviluppo di nuove professioni legate all’IA, l’utilizzo della tecnologia per ampliare le opportunità lavorative nei settori tradizionali e il rafforzamento della formazione professionale per accompagnare i lavoratori nei processi di riconversione.

Il boom dell’AI sta effettivamente trasformando il mercato del lavoro cinese. Come riporta People’s Daily, in Cina il numero di imprese individuali (一人公司, One Person Company, OPC) ha superato i 16 milioni a giugno 2025, pari al 27,4% di tutte le imprese registrate nel paese. Solo nel primo semestre del 2025 ne sono state aperte 2,86 milioni di nuove — un aumento del 47% su base annua.

Il motore di questa crescita è proprio l’intelligenza artificiale. Wang Yao, fondatrice di un’OPC costruita attorno al suo canale Xiaohongshu da 100.000 follower, spiega la logica in modo diretto: “Non ho bisogno di assumere copywriter, designer o video editor. L’AI ha preso questi ruoli. Questo mantiene bassissimi i costi marginali e mi permette di testare nuove direzioni con un rischio molto contenuto.” Consulenze, partnership con brand, contenuti sulla produttività personale: un’azienda con zero debiti e massima flessibilità.
Secondo Nie, le sfide più urgenti riguardano da un lato i giovani altamente istruiti e dall’altro i lavoratori di mezza età con bassi livelli di istruzione. Circa il 70% dei giovani disoccupati possiede infatti una laurea, mentre molti lavoratori cinquantenni che perdono il posto faticano a reinserirsi nel mercato del lavoro e rischiano lunghi periodi di inattività.

A marzo il tasso di disoccupazione tra i lavoratori migranti è salito al 5,7%, il livello più elevato degli ultimi tre anni, mentre la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 16,3% ad aprile.

Per l’economista, il miglioramento della situazione passa soprattutto dal rilancio degli investimenti e del settore privato, che continua a rappresentare la principale fonte di nuova occupazione in Cina. Un ulteriore potenziale potrebbe inoltre essere liberato attraverso una maggiore apertura di comparti dei servizi come l’istruzione privata e l’intrattenimento.
Il nuovo piano individua nell’intelligenza artificiale una delle principali fonti di occupazione futura, nonostante le crescenti preoccupazioni sugli effetti della tecnologia sul lavoro. Il programma governativo “AI Plus”, pubblicato nell’agosto scorso, punta a portare il tasso di adozione dell’IA al 70% nei settori strategici entro il 2027 e al 90% entro il 2030. Parallelamente, tuttavia, negli ultimi mesi sono emerse diverse controversie legate a licenziamenti attribuiti all’automazione basata sull’intelligenza artificiale.
Oltre all’IA, le recenti iniziative governative attribuiscono un ruolo crescente ai nuovi settori strategici. Il piano per la stabilizzazione e l’espansione dell’occupazione pubblicato a maggio identifica infatti le energie rinnovabili, i nuovi materiali, l’economia delle basse quote, l’economia verde e il settore marittimo come aree prioritarie per la creazione di nuovi posti di lavoro.
Ma non tutti guardano con ottimismo alla direzione intrapresa da Pechino. Come riporta Reuters, la politica “occupazione prima di tutto” rischia di rivelarsi un boomerang proprio sul fronte dell’intelligenza artificiale.

Il ragionamento è semplice: il governo spinge le aziende ad adottare l’AI il più rapidamente possibile, ma allo stesso tempo segnala che non tollererà i licenziamenti di massa che quella stessa adozione normalmente comporta. Un doppio vincolo che mette le grandi aziende tech cinesi in una posizione di svantaggio strutturale rispetto ai concorrenti occidentali.

Il caso più emblematico è quello di JD.com. Come riporta Reuters, il fondatore e presidente Richard Liu ha pubblicamente promesso di “fare tutto il possibile” per proteggere i suoi 900.000 dipendenti dall’automazione — ma nello stesso periodo si era vantato in una conferenza che i robot hanno già sostituito il 90% degli addetti nel centro di smistamento di Pechino. Il risultato: il numero totale di dipendenti è più che raddoppiato negli ultimi cinque anni, ma i ricavi per dipendente sono in calo costante dal 2021. La produttività ristagna proprio mentre l’azienda investe in automazione.
Alibaba si trova in una situazione analoga. Come riporta Reuters citando un ingegnere interno all’azienda, il colosso da 266 miliardi di dollari nell’ultimo trimestre ha registrato un crollo dell’EBITDA, indicatore di redditività che misura l’utile di un’azienda, dell’84% a causa degli investimenti in AI.
Questi investimenti (data center, chip, infrastrutture cloud, assunzione di ricercatori) sono costi operativi enormi che entrano nel conto economico. Alibaba sta quindi bruciando redditività presente per costruire posizione futura nell’AI. È una scelta strategica deliberata, la stessa che fa Amazon quando investe in AWS o in logistica. Il problema è che nel breve termine l’azienda “sembra” molto meno redditizia, e questo crea pressione a tagliare costi altrove, incluso il personale.
L’azienda avrebbe già silenziosamente avviato riduzioni del personale attraverso tagli graduali e mancato rinnovo dei contratti. Una strategia che evita i licenziamenti ufficiali ma produce lo stesso effetto, aggirando formalmente il diktat governativo.
Le dimensioni del problema sono significative. Secondo una stima di Citibank citata da Reuters, circa il 9,6% dei posti di lavoro in Cina — pari a circa 70 milioni di posizioni — è fortemente esposto alla sostituzione da parte dell’AI. Una cifra destinata a crescere con l’arrivo dei 12,7 milioni di laureati di questa estate. Mantenere stabile l’occupazione è essenziale per sostenere i consumi interni — anch’essi già in difficoltà, con le vendite al dettaglio in calo per la prima volta in tre anni. Ma il prezzo di questa stabilità, avverte Reuters Breakingviews, potrebbe essere pagato in termini di competitività: se le aziende cinesi non possono ristrutturare con la stessa libertà dei rivali occidentali come Meta o Oracle, rischiano di accumulare un ritardo difficile da colmare.
La contraddizione, in sintesi, è quella che caratterizza da sempre la governance cinese nelle fasi di transizione: obiettivi multipli che si inseguono simultaneamente, con la speranza che la pianificazione centrale riesca a tenerli insieme. Stavolta la posta in gioco è l’intelligenza artificiale — e il verdetto non è ancora scritto.

Pechino accelera lo sviluppo di “Intelligenza Artificiale + Consumo”
Come riporta il Ministero di Commercio cinese (MOFCOM), otto dipartimenti del governo centrale, guidati dal MOFCOM, hanno pubblicato congiuntamente le Linee guida per l’attuazione delle misure volte ad accelerare lo sviluppo del “AI Plus Consumption”. Questo non è un documento sulla regolamentazione dell’IA. È un documento sulla scalabilità dell’IA.
L’anno scorso in Agosto, il Consiglio di Stato cinese ha lanciato l’iniziativa “AI Plus” che riguarda principalmente lo sviluppo di capacità di intelligenza artificiale in tutta l’economia, ovvero promuovere l’integrazione profonda e capillare dell’IA con tutti i settori e i domini dell’economia e della società, ridisegnare i paradigmi della produzione.
Questa volta, “AI Plus Consumption” mira a rendere i prodotti basati sull’intelligenza artificiale accessibili ai consumatori. Il suo pubblico di riferimento non sono gli sviluppatori di modelli, i produttori di chip o gli istituti di ricerca, bensì le famiglie, i rivenditori, i fornitori di servizi e chiunque possa acquistare o utilizzare un prodotto basato sull’intelligenza artificiale.
Come si legge nel documento pubblicato da MOFCOM, il piano si articola su tre assi principali.

Il primo riguarda i beni: smartphone IA, PC intelligenti, televisori, elettrodomestici connessi, occhiali con traduzione in tempo reale, veicoli intelligenti, robot umanoidi e robot per l’assistenza agli anziani.
Il secondo riguarda i servizi: assistenza domestica, cura degli anziani, turismo con guida IA, hotel con robot di servizio, mense scolastiche e ospedaliere intelligenti, istruzione con grandi modelli linguistici dedicati alle aule.
Il terzo riguarda il commercio: grande distribuzione digitalizzata, e-commerce con presentatori virtuali in livestreaming, logistica con veicoli autonomi a bassa velocità e droni in aree delimitate.

A sostenere tutto questo c’è una serie di strumenti di politica industriale già collaudati su veicoli elettrici e rinnovabili: sussidi per la sostituzione dei vecchi dispositivi con prodotti IA, sconti sugli interessi per i prestiti al consumo destinati all’acquisto di prodotti intelligenti, finanziamenti dedicati da parte delle banche, e il Fondo nazionale di investimento per l’industria dell’IA.
La logica sottostante è esplicita: il consumo non è solo l’esito della crescita economica, ma un input nel progresso tecnologico. Ogni acquisto genera dati, ogni utilizzo genera feedback, ogni feedback migliora il prodotto successivo.
Come analizza Geopolitechs, il documento si colloca all’incrocio di due priorità che nel pensiero di Pechino si sono fuse sempre più:
rilanciare la domanda interna e accelerare lo sviluppo dell’IA. Invece di trattarle come sfide separate, la politica le affronta come parti della stessa strategia.
Una frase ne cattura la logica. La Cina deve, recita il documento rilasciato da Ministero di Commercio,

“dare piena espressione ai vantaggi del suo mercato di scala gigantesca, degli ampi scenari di consumo e delle ricche risorse di dati sui consumi.”

È più di una politica dei consumi. È una teoria della competizione.
Guardando all’occidente, il dibattito a Washington si concentra su chip, capacità di calcolo, modelli e controlli all’esportazione. L’ipotesi di fondo è che la leadership nell’IA si deciderà in base a chi controlla la tecnologia più avanzata. I controlli sulle esportazioni di semiconduttori avanzati, attrezzature per la produzione di chip e tecnologie correlate sono costruiti esattamente attorno a questo presupposto.
Pechino sembra puntare su qualcosa di diverso. Se gli Stati Uniti godono di vantaggi dal lato dell’offerta, la Cina ritiene di possedere vantaggi dal lato della domanda. Per la Cina, un mercato di 1,4 miliardi di persone non è semplicemente una risorsa economica. È potenzialmente il più grande ambiente di implementazione dell’IA al mondo.
Ogni smartphone IA venduto, ogni paio di occhiali intelligenti con traduzione in tempo reale, ogni veicolo connesso alimentato da grandi modelli, ogni robot per i servizi o l’assistenza agli anziani messo in funzione genera qualcosa che i controlli alle esportazioni non possono facilmente limitare: utilizzo reale.
Quelle interazioni producono ricavi, feedback degli utenti, dati operativi, ambienti di test nel mondo reale. A differenza dei punteggi nei benchmark o delle valutazioni di laboratorio, rivelano come le persone usano davvero i prodotti IA, quali funzioni apprezzano, quanto sono disposti a pagare e dove i sistemi attuali falliscono. Per chi sviluppa IA, quei segnali sono spesso importanti quanto potenza di calcolo aggiuntiva.

Il documento è insolitamente esplicito su questo punto. Chiede che il consumo “trascini l’aggiornamento iterativo delle tecnologie e dei prodotti IA” e “acceleri lo sviluppo di nuove industrie.”

In altri termini, alla domanda dei consumatori viene assegnato un ruolo nuovo. Non è più semplicemente un esito della crescita economica. Viene trattata come un input nel progresso tecnologico.
La spesa dei consumatori genera ricavi che possono essere reinvestiti in ricerca e sviluppo. L’utilizzo da parte dei consumatori genera dati che possono migliorare i prodotti futuri. La domanda, in questo schema, diventa uno strumento di politica industriale.
Interessante da notare che il documento del ministero non presenta mai il ragionamento in termini geopolitici. In effetti, non ne ha bisogno.
Un mercato domestico garantito per smartphone IA, PC intelligenti, veicoli connessi, dispositivi indossabili e prodotti robotici rafforza inevitabilmente l’ecosistema tecnologico cinese e riduce l’impatto dei vincoli esterni.
La stessa logica emerge nella sezione dedicata agli standard. Il documento prevede standard per i dispositivi IA nativi, l’interoperabilità, i requisiti di sicurezza e i sistemi di classificazione dell’intelligenza, incoraggiando al contempo un allineamento più stretto tra i sistemi di certificazione domestici e internazionali.
La sequenza è familiare. Prima si costruisce il mercato. Poi si costruiscono standard attorno a quel mercato. Poi si cerca di estendere quegli standard oltre i confini nazionali.
L’esperienza cinese in settori che vanno dalle telecomunicazioni ai veicoli elettrici suggerisce che scala e standard si rinforzano spesso a vicenda.
Altrettanto degno di nota è il tono del documento. Le politiche cinesi sull’IA degli ultimi anni avevano dedicato spazio sostanziale a sicurezza, governance e gestione dei rischi. Qui quei temi occupano solo una piccola porzione del testo. L’attenzione è rivolta in modo schiacciante a implementazione, adozione e commercializzazione.
Se questa strategia avrà successo dipenderà meno dal documento in sé che da ciò che seguirà. L’entità effettiva dei sussidi, le dimensioni dei programmi di finanziamento orientati all’IA, il dispiegamento dei fondi di investimento statali e, in ultima analisi, la propensione dei consumatori cinesi a spendere determineranno se la politica produrrà risultati concreti.
Il segnale strategico, però, è già leggibile.

Gli Stati Uniti perseguono una strategia IA centrata sulla leadership tecnologica. L’Europa continua a enfatizzare regolazione e governance. La Cina punta sempre più sulla diffusione.

La scommessa è che il paese che integra l’IA nella vita quotidiana più velocemente possa acquisire vantaggi che non si vedono nelle classifiche dei benchmark, nelle valutazioni dei modelli o nelle metriche di prestazione dei chip.
Nella visione di Pechino, la leadership nell’IA potrebbe dipendere non solo da chi costruisce i sistemi più avanzati, ma anche da chi riesce a far usare questi sistemi al maggior numero di persone.

Da Dazibao


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