Chi ci legge sa che il “campismo” è una delle “bestie nere” per noi di BSA. A scanso di equivoci, dopo, ovviamente, ogni sfumatura del fascismo e della destra in generale. Campisti, nazional-comunisti (e ancor più i rossobruni, ma qui siamo già nel campo delle destre, tra l’altro estreme) non ci piacciono per nulla. E anche tra i campisti, distinguiamo tra quelli che, pur vittime di questa sindrome, cercano di restare ancorati ad un presunto campo “socialista” o socialisteggiante (i sostenitori acritici di Cuba, della Cina neo-imperialista o del Venezuela di Maduro e persino, bontà nostra, del Nicaragua di Ortega-Murillo) da quelli che sostengono chiunque sia ritenuto, a torto o a ragione, “alternativo” all’imperialismo più potente e aggressivo, quello USA. Per cui vanno bene non solo Putin, Lukashenko, Assad o Gheddafi, ma persino Hamas, gli ayatollah impiccatori di comunisti, gay, curdi, donne non sottomesse, ecc. e, a corrente alterna, addirittura Erdogan (quando gioca a fare il sultano neo-ottomano). Fino a un paio d’anni fa, in molte manifestazioni contro la guerra e la NATO si vedeva un certo numero di bandiere russe (il tricolore con l’aquila zarista), siriane, venezuelane, ecc. Da alcuni mesi queste bandiere sono scomparse (anche se a volte, dopo l’attacco USA-Israele di fine febbraio, si vede spuntare una bandiera, per fortuna isolata, della dittatura islamista iraniana), sostituite dalle onnipresenti bandiere palestinesi. Forse i nostri “amici” campisti stanno riflettendo sulle cantonate prese negli ultimi anni. La recente presa di posizione della Rete dei Comunisti, che ammette l’errore di aver capito troppo tardi dove stava andando il Venezuela post-chavista, sembra deporre a favore della nostra impressione. Meglio tardi che mai, ci verrebbe da dire. Magari la riflessione autocritica sarà foriera di una rimessa in discussione del disastroso assioma “il nemico del mio nemico è mio amico”. Lo speriamo ardentemente.

Anche gli “alter-campisti” ci sembrano un po’ in difficoltà, dopo che la cosiddetta “resistenza ucraina” all’invasione dell’ imperialismo neo-zarista russo si è rivelata (purtroppo per loro, ma anche per noi) una pia illusione. Gli anarchici “difensisti”, che sognavano forse di dar vita, sotto l’ombrello dello Stato guidato da Zelensky, ad una resurrezione del “batko” Makhno, sono sempre meno, e più isolati nell’ambito del movimento libertario. I segnali di insofferenza e ribellione al governo di Kiev, moltiplicatisi negli ultimi due anni, non sembrano proprio andare nella direzione di criticare Zelensky per la sua (vera o presunta) scarsa capacità di respingere l’invasione, ma hanno sempre più il sapore di un rifiuto della guerra a prescindere. Petljura e Bandera non sembrano essere più così popolari nella gioventù ucraina, visto che persino nell'(ex?) feudo dei banderisti, Leopoli-Lviv-Lvov, centinaia di giovani hanno assaltato, pochi giorni fa, la vettura dei “patrioti reclutatori”. Stiamo parlando qui degli “alter-campisti” di sinistra, ovviamente, non certo dei sostenitori della NATO al governo (o all’opposizione) ovunque in Europa, da sempre nemici nostri (e degli “alter-campisti” di cui parliamo). Bisogna riconoscere che, diversamente dai campisti doc, gli “alter-campisti” di sinistra non hanno mai sostenuto il governo Zelensky, limitandosi in genere a scambiare i loro desideri (un’autodifesa popolare indipendente, se non contrapposta, al governo e all’estrema destra giallo-blu) per la realtà. Una realtà che, in un “campo” come nell’altro, ci riporta sul terreno, a noi caro, del “proletari di TUTTI i paesi, unitevi”. E facendo delle varie bandiere “nazionali” (a partire da quelle dei “grandi” stati imperialisti) degli stracci utili al massimo per ripulire i polverosi libri a cui siamo tanto affezionati.

Vittorio Sergi


Scopri di più da Brescia Anticapitalista

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.