di Abdelmajid Daoudagh

  

Io scrivo di loro.

C’è una valigia che l’Italia conosce bene.  

Una valigia di cartone. Con gli angoli consumati e un pezzo di spago al posto della maniglia.  

Dentro non ci sono vestiti.  

Dentro ci sono le domeniche intorno alla tavola, l’odore del sugo, il nome della madre scritto storto su una lettera, una foto ingiallita, e la paura.

Io scrivo di loro. 

Di quelli che con quella valigia sono partiti.  

Sono sbarcati in terre dove li chiamavano “sporchi”.  

Hanno letto sulle porte: Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani.  

Hanno imparato la fame in lingue diverse. Hanno mandato a casa buste piene di sudore.  

Ed è stato quel sudore a costruire case, scuole, e a fare il miracolo economico italiano.  

Meno bocche da sfamare, più soldi nelle casse dello Stato.  

Loro erano “l’opportunità” che nessuno ricorda.

Eppure, oggi, hanno appeso quella valigia al chiodo.  

E sulla porta hanno messo un altro cartello.  

Hanno dimenticato il peso del cartone sulle spalle.  

Hanno dimenticato anche il sapore del rifiuto.  

E hanno imparato a chiamare “invasione” la stessa fame che ieri si chiamava “bisogno”.

È successo piano.  

Prima hanno preso la paura e l’hanno messa in televisione.  

Poi nei discorsi. Poi nelle leggi.  

Hanno detto: lo straniero ruba il pane. Lo straniero sporca le strade. Lo straniero è il problema.  

E così hanno smesso di parlare di chi il pane l’aveva già mangiato tutto da solo.

La memoria è una cosa fragile. Basta non nominarla e muore.  

E quando muore, l’uomo smette di riconoscere il volto dell’altro.  

Il volto che dice piano: non farmi del male.  

Quando smetti di guardarlo, il volto diventa un numero. Il numero diventa statistica. La statistica diventa silenzio.

Io scrivo di loro perché ho visto la stessa storia ripetersi con altri nomi, su altre spiagge, sotto altri cieli.  

Ho visto bambini trasformarsi in ombre su uno schermo, e le ombre diventare abitudine.  

È sempre l’egoismo che si veste da ordine. È sempre l’ignoranza che corre più veloce del pensiero.  

Uno indica il diverso per nascondere il suo vuoto. L’altro smette di chiedersi perché.

C’era un tempo in cui erano loro a partire di notte.  

Con la vergogna in gola e la speranza in tasca.  

Oggi sono loro a guardare il mare e poi a voltare la faccia.  

Sono diventati i guardiani delle porte che un tempo gli erano state sbattute in faccia.

Che cosa resta di un popolo, se non ha più la capacità di riconoscersi nella disgrazia dell’altro?  

Se spegni quella luce, restano solo pietre. Strade. Grattacieli.  

Ma la civiltà non è questo.  

La civiltà è nell’istante in cui un uomo debole, senza forza, senza nome e senza potere, bussa.  

E tu decidi: apro o no?

La valigia di cartone è ancora lì.  

Aspetta che qualcuno se la rimetta sulle spalle.  

Non per partire.  

Ma per ricordare.

Per la memoria comune


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