di Giuseppe De Ruvo
La sintesi migliore l’ha fatta Donald Trump: in Medio Oriente “tregua” è quando ci si spara addosso un po’ di meno. Tutto il resto è fantasia, specie se la cosiddetta tregua avviene tra Israele e Libano, tenendo fuori dal computo l’attore più rilevante, ovvero Hezbollah. Risultato: dopo l’annuncio del cessate-il-fuoco le sirene hanno ricominciato a suonare e i colpi sono ripartiti immediatamente.
Il Partito di Dio si conferma dunque il miglior alleato dello Stato ebraico, e permette a Gerusalemme di continuare la guerra rischiando di far impantanare i già paludosi negoziati tra Stati Uniti e Iran, peraltro resi complessi dai nuovi attacchi persiani sui paesi del Golfo.
Trump giura che l’accordo è vicino, ma la verità è che il tycoon sta inseguendo il deal come l’Achille di Zenone insegue la tartaruga. Col dettaglio che qualsiasi accordo verrà raggiunto sarà per l’America qualcosa di molto vicino a una capitolazione, dato che gli iraniani rifiutano – anche in virtù dei successi ottenuti sul campo – di rinunciare a Hormuz, al programma nucleare e a quello missilistico. Cose che succedono quando perdi la guerra.
Il dato geopolitico fondamentale è però la distanza strategica tra Usa e Israele.
A Washington, come testimoniato dal voto alla Camera avvenuto nella notte tra 3 e 4 giugno, la volontà di chiudere la guerra è forte. Meglio perdere fingendo di aver pareggiato che straperdere.
A Gerusalemme il calcolo è diverso. Per Netanyahu, arrestare la guerra oggi – a pochi mesi dalle elezioni e senza aver raggiunto nessuno degli obiettivi prefissati – significherebbe suicidio allo stesso tempo politico e geopolitico. Israele si troverebbe infatti con uno Stato sfibrato – la maionese interna è sul punto di esplodere – e tutt’altro che sicuro – data la persistenza delle minacce portate da Hamas, Hezbollah e dal programma nucleare e missilistico della Repubblica Islamica.
L’America, insomma, vorrebbe chiudere la fallimentare avventura persiana, portando a casa quantomeno una riapertura dello Stretto di Hormuz. Ma per farlo dovrebbe riuscire a fermare Israele, così sancendone la drammatica sconfitta. Infatti, posto che l’America non può vincere, l’unico modo che Washington ha per pareggiare è scaricare lo Stato ebraico. Innescandone con ogni probabilità una crisi interna senza precedenti.
Netanyahu non è allora “fottutamente pazzo” (Trump). Semplicemente, proprio come il tycoon, il primo ministro israeliano è caduto nella trappola allestita dagli iraniani. I quali, approfondendo le distanze strategiche tra Israele e Stati Uniti, sono riusciti nella più ardua – e diabolica – delle imprese: mettere il Piccolo e il Grande Satana l’uno contro l’altro.
Altro che colpo decisivo all’impero persiano. La terza guerra del Golfo rischia di virare bruscamente in contesa israelo-americana, a cui gli iraniani potranno assistere coi pop-corn in mano. Meraviglie della pazienza strategica, merce abbondante negli apparati della Repubblica Islamica ma pressoché introvabile nelle segrete stanze di Washington e Gerusalemme.
da limesonline
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