Da “Pungolo Rosso”

Cominciamo oggi la pubblicazione di una serie di articoli sulla rivoluzione e sulla guerra civile spagnola del 1936-1939. Tale avvenimento va inscritto nella storia del proletariato internazionale.
In Spagna, una volta sconfitta la rivoluzione, si gettarono le basi di quella nuova spartizione del mondo ad opera delle potenze imperialiste rappresentata dalla seconda guerra mondiale.
Una nuova spartizione messa in atto proprio stritolando il proletariato spagnolo, nel suo eroico quanto improbo tentativo di ribaltare il rapporto di forze internazionale seguito alla sconfitta della rivoluzione europea negli anni ’20.
Per tutta una serie di motivi che cercheremo di illustrare, la Spagna monarchica e reazionaria dei primi decenni del secolo XX° venne a trovarsi al centro di uno scontro di classe che non ebbe paragoni nel continente per intensità, continuità e diffusione.
Operai e contadini, pur non riuscendo spesso a collegare le loro lotte (e questo fu uno dei motivi principali della sconfitta finale), diedero il via a movimenti fortissimi anche di carattere insurrezionale, che ebbero il pregio di non limitarsi agli obiettivi “economici” ma di estenderli a quelli politici e sociali, mettendo più volte in discussione le basi del sistema di sfruttamento.
La reazione delle classi dominanti fu furiosa, spietata, sterminista: diretta non solo contro militanti e attivisti, ma contro l’intera classe proletaria. Numerosi furono i massacri della forze della repressione statale negli scioperi e nelle agitazioni. Sia sotto il regime monarchico, sia sotto i vari governi repubblicani, di “sinistra” o di destra, che dal 1931 si susseguirono.
L’esplosione avvenne nel luglio del 1936, quando il proletariato delle principali città del paese, seguito dalle campagne, insorse in armi di fronte al golpe dei generali reazionari, ricacciando la canaglia.
Non solo insorse, ma cominciò pure a instaurare un potere “dal basso”, fondato sui Comitati proletari e sulle Milizie popolari. Cominciò a socializzare e collettivizzare la vita economica.
Il limite consistette nel non puntare a distruggere – da subito – il potere centrale borghese.
Fu così che in poco tempo, la borghesia repubblicana si riebbe e, appoggiata dall’imperialismo anglo-francese e ancor di più dal capitalismo di Stato russo, soppresse ogni istanza rivoluzionaria; trasformando la rivoluzione sociale in guerra tra Stati, in guerra tra “democrazia” e “fascismo”.
In funzione di quella che – di lì a poco – diventerà (settembre 1939) la guerra per la nuova spartizione del mondo tra le potenze.
Oltre al ruolo di becchino della rivoluzione svolto dallo stalinismo, riconsidereremo le correnti rivoluzionarie che si cimentarono dentro questa pagina indimenticabile del movimento proletario: dal possente quanto politicamente immaturo anarco-sindacalismo, al centrismo semi-marxista del POUM, alle troppo esigue ma non meno combattive schiere dei comunisti internazionalisti.
Comunque la si voglia giudicare, una pagina di protagonismo di classe da non dimenticare, mettendone in luce grandezza e limiti.

Introduzione alla guerra civile e alla rivoluzione spagnola (1936-’39)
Una premessa è doverosa. Nel titolo ho distinto “guerra civile” da “rivoluzione” perché se è vero che la seconda nasce dalla prima (una guerra civile a vari gradi di intensità, diffusione e capillarità attraversa la Spagna per tutti gli anni ’30), non di meno vero è che la rivoluzione sociale che qui si verifica (praticamente dal luglio 1936 al settembre-ottobre 1937) è il fenomeno che più ci interessa, e che, in quanto comunisti internazionalisti, ci tocca da vicino.
Al punto che alcuni compagni testimoni attivi della rivoluzione (vedi Felix Morrow e Grandizo Munis ad esempio) arrivano a sostenere come la guerra civile tra franchisti e repubblicani venne a scoppiare (luglio 1936) proprio a causa della rivoluzione in corso. Per impedire che la rivoluzione prendesse il sopravvento. (1)
Tutta la storiografia, per non dire i militanti delle varie correnti che si sono scontrate sul campo, si è divisa sulla valutazione del “peso” che la rivoluzione ha avuto nella guerra civile: vuoi per “affogarla” nel calderone della guerra al franchismo e della lotta mondiale antifascista, di cui la Spagna sarebbe stata l’antesignana (2); vuoi (e qui si parla delle componenti rivoluzionarie comuniste e anarchiche) per mettere invece in primo piano le molteplici potenzialità eversive (molte delle quali represse o inespresse) di questo grandioso e genuino movimento proletario.
Non amo aggettivare alla leggera alcun aspetto della vita. Ma relativamente alla rivoluzione spagnola (3) siamo di fronte, per diffusione e per radicalismo sociale, alla seconda rivoluzione proletaria del XX° secolo dopo il 1917 russo.
Quest’ultimo ebbe a suo vantaggio – oltre alla situazione internazionale più favorevole, su cui ci soffermeremo naturalmente in seguito – alcuni tratti precipui che appartengono alla scuola del marxismo, e dunque al nostro patrimonio.
Ne cito alcuni: un partito rivoluzionario radicato nella classe e ben organizzato, dotato di una visione strategica e di un gruppo dirigente collaudato (da ben due rivoluzioni:1905, febbraio 1917); l’obbiettivo primario di spezzare la macchina dello Stato borghese insieme a quella dell’assolutismo zarista, e di sostituirla con una nuova; una direzione rivoluzionaria centralizzata, in cui è il partito che influenza e dirige i Soviet; l’inquadramento della maggioranza delle forze armate nei Soviet stessi, teso alla formazione di un esercito rosso.
Tutto ciò ci permette di sostenere su molti aspetti la superiorità del metodo marxista e leninista rispetto a quello anarchico, che si trovò alla testa della rivoluzione spagnola.
Ma ciò non deve porci in una posizione di supponenza nei confronti di tale rivoluzione.
Se non altro per il fatto, giustamente rivendicato dall’anarchico italiano Camillo Berneri (3a), che vede il proletariato spagnolo esprimere una spontaneità, una determinazione nella lotta, una voglia di gettare il cuore oltre gli ostacoli tali da intaccare seriamente, o comunque mettere seriamente in pericolo, i rapporti sociali capitalistici (con la pratica delle collettivizzazioni industriali e soprattutto agricole) e con il predominio iniziale dei “Comitati” auto-organizzati. Composti questi ultimi da proletari in armi che di fatto esautorano per tre mesi (luglio-settembre 1936) il potere statale borghese a tutti i livelli. Senza però abbatterlo.
Si parla di comparti della produzione sociale interessati alla collettivizzazione che in Catalogna e in Aragona, ad esempio, toccano punte del 70% e oltre, coinvolgendo direttamente milioni di operai e contadini. Non si tratta della spartizione della terra o della nazionalizzazione delle fabbriche, ma della loro collettivizzazione. Con tentativi di instaurazione dei famosi “buoni comunisti” al posto del denaro. Non fatti episodici e neppure di poca durata; stroncati dalla brutale repressione demo-staliniana, non dal loro “fallimento economico”…
Certo non dobbiamo prendere tutto come oro colato, dal momento che si facevano anche espropri con indennizzi, non si toccavano aziende straniere, il controllo operaio era parziale e spesso aziendalista ecc.
Per non dire dei Comitati: genuini e agguerriti al sommo grado, ma sottoposti alla “spartizione politico-sindacale” di tutti gli organismi frontisti. Con alla testa dunque, oltre agli anarchici e ai semi-marxisti del POUM forze controrivoluzionarie come repubblicani, socialisti, stalinisti, regionalisti, nonostante gli anarchici fossero largamente maggioritari e sempre in prima fila nelle lotte.
Dal punto di vista della sperimentazione sociale e dell’azione diretta delle masse ci troviamo di fronte a cose a cui la rivoluzione bolscevica non era potuta approdare: causa i rapporti sociali interni, la guerra civile contro la giovane repubblica socialista portata dall’esterno e per altri motivi che qui non possiamo trattare. Senza tacere le virtù ma anche i difetti di una certa impostazione “dirigista” propria dei vertici bolscevichi; caratterizzante – a dire il vero – non solo il bolscevismo ma direi, con varie gradazioni e impostazioni, tutto il socialismo internazionale dell’epoca.
Lungi da me costruire feticci su questo diffuso (e partecipato a livello di massa) “comunitarismo libertario”, che nei fatti non poteva di per sé ribaltare i rapporti di produzione borghesi (per fare ciò occorre divellere la macchina statale borghese e sfondare a livello internazionale).
Però ogni tentativo di andare in quella direzione (e noi come rivoluzionari del XXI° secolo stiamo pur sempre parlando di tentativi), va secondo me valutato con serenità e possibilmente con onestà e lungimiranza. Senza chiudersi in sterili dispute scolastiche da cortile.
Per dire: va certo salvaguardato, assimilato, sviluppato e applicato il metodo della direzione centralizzata della rivoluzione (partendo dalle organizzazioni politiche che dovrebbero prepararla).
La rivoluzione spagnola ci dimostra – ahimè – come il localismo, lo spontaneismo senza direzione, e l’azione scoordinata delle energie portino alla sconfitta anche le forze eversive più genuine.
Allo stesso temo però occorre non perdere di vista la partecipazione reale delle masse sfruttate alla loro emancipazione. Essa infatti non arriva per semplice “Decreto”, ma tenendo sempre vive nella pratica tutte le attività e le iniziative tese ad “espandere” il rivolgimento sociale insieme a quello politico. Superando così – coi fatti – la pluri-secolare diatriba che vede gli anarchici sostenere la rivoluzione sociale contro la rivoluzione politica dei marxisti (sinonimo per loro di Stato, di Autorità, di Potere, ergo di sfruttamento e oppressione); e i marxisti vincolare troppo rigidamente il successo della rivoluzione proletaria al primato assoluto del Partito e dello Stato. In questa maniera si creano le condizioni, lo si voglia o no, di un iper-politicismo autoritario staccato dalle masse. Cosa che oggi, diciamocelo con franchezza, avrebbe molto meno di ieri le basi per poter garantire una minima coerenza rivoluzionaria, e quel sostegno di massa indispensabile per uscire dal minoritarismo.
Facile a dirsi, meno a mettere in pratica queste cose. Ma appunto per questo è opportuno ritornare con apertura mentale a riconsiderare le tappe luminose che accompagnano il tortuoso cammino della nostra classe. La rivoluzione spagnola è una di queste. Costò più di un milione di morti, e vide lo sterminio di un’intera classe che si protrasse ben oltre la fine della guerra (aprile 1939).
Durante la guerra civile, nelle zone conquistate dai franchisti, bastava essere stati iscritti a un qualunque sindacato (non solo all’anarchica CNT ma anche alla riformista UGT) per essere passati subitamente per le armi. Spesso bastava anche solo indossare una tuta da operaio.
In Spagna le incarcerazioni, e le esecuzioni di militanti politici e sindacali anti-franchisti col barbaro metodo della garrota (4), continuarono fino agli anni ’60 del secolo scorso! Si calcola che solo dal 1939 al 1944 (i cinque anni successivi alla fine della guerra in Spagna) siano state uccise dal franchismo ben 43.000 detenuti o ricercati!
In primo luogo gli USA ai tempi della “guerra fredda”. ma anche la “civile” Europa in via di formazione non solo tollerava ma stabiliva normali rapporti economici e diplomatici con la Spagna del boia Franco (nonché dell’altro boia portoghese Salazar)… come se nulla fosse!
La chiesa del Concilio Vaticano II di inizio anni ’60, quella dell’apertura a tutti gli uomini di “buona volontà”, nei confronti della Spagna franchista era ancora ferma alla primavera del 1939, quando il neo eletto papa Pio XII° aveva pubblicamente elogiato la definitiva vittoria “cristiana” di Franco contro la bestia atea anarco-comunista. Un anatema così esplicito che raramente troviamo nelle prese di posizione del Vaticano.
Certo, nessuna rivoluzione aveva fino allora attuato uno sterminio di massa di preti e di suore, nonché di profanazioni e di incendi di chiese, come quello dei miliziani anarchici in terra di Spagna. Come del resto, in nessun paese europeo la chiesa si era schierata così apertamente come in Spagna dalla parte dei padroni (essendo essa stessa grande proprietaria terriera), benedicendo tutte le efferate repressioni anti-operaie e anti-contadine dell’esercito (una su tutte: quella delle Asturie dell’ottobre 1934).
Torniamo al 19 luglio 1936, quando una possente insurrezione di proletari in armi blocca sul nascere, in quasi tutte le principali città del paese, “l’Alzamiento” dei generali spagnoli contro il governo del Fronte Popolare eletto nel febbraio. (5)
Anche le timide riforme di questo governo diventano un pericolo per larghi settori dell’imprenditoria, della proprietà terriera, del clero, dell’esercito. Si teme che esso, messo sotto pressione dalle masse in un crescendo di agitazioni, possa tracimare in aperta anarchia.
A Madrid, ma soprattutto a Barcellona e in tutta la Catalogna, vero cuore pulsante produttivo della Spagna, vi è la concreta possibilità di instaurare una “Comune” rivoluzionaria. Fatto che avrebbe avuto una enorme portata in quella situazione.
La CNT-FAI nella capitale catalana esce vittoriosa dagli scontri di strada coi golpisti e avrebbe l’occasione per attuare la rivoluzione anarchica. Ma ciò non avviene. Nel senso che il potere “della strada” e delle officine è in mano operaia (e vi rimarrà come detto per circa tre mesi), ma quello formale continua – seppur sotto veste “ribellistica” – a mantenere il suo posto. (6)
Morrow, sulla falsariga della rivoluzione russa, parla di “dualismo di potere”. Munis non è d’accordo, in quanto ritiene che in questi tre mesi il potere fosse concretamente in mano proletaria. Entrambi si scagliano giustamente contro l’indeterminatezza politica degli anarchici e il temporeggiamento dei centristi del POUM. Cosa che faranno anche le correnti più radicali dell’anarchismo (gli “Amici di Durruti” e la “Columna de Hierro” tanto per citarne due).
Gli anarchici sono così antipolitici che finiscono per consegnarsi alla politica borghese di repubblicani, socialisti, stalinisti e autonomisti. Il POUM dà credito alla democrazia borghese in nome dell’”unità antifascista”. Quella stessa democrazia borghese che sarebbe stata pronta a giungere ad un accordo coi golpisti qualora l’insurrezione operaia non avesse rovesciato il tavolo (7)
Si apre qui il tema gigantesco, oggetto di aspri dibattiti, se sarebbe stato meglio privilegiare la rivoluzione piuttosto che la guerra al fronte, o mettere entrambe sullo stesso piano. Come fare una cosa, come fare l’altra…Questioni che impatteranno col ruolo dei Comitati, con la militarizzazione delle milizie proletarie, e quindi in sostanza col futuro della rivoluzione che è in atto. Ci torneremo senz’altro.
Fatto è però che gli avvenimenti spagnoli assumono da subito una dimensione internazionale. L’Italia fascista e la Germania nazista, per motivi di assonanza politica ma non di meno per contrastare l’egemonia britannica nel Mediterraneo, decidono di inviare a Franco aiuti militari in mezzi e uomini. Tenendo però le antenne diritte. Amici di Franco sì, ma non certo desiderosi in quel frangente di scatenare un conflitto mondiale.
La Marina spagnola si è ammutinata e schierata col governo del “Fronte”, per cui le truppe che dal Marocco spagnolo avrebbero dovuto giungere a dare mano forte ai golpisti in patria segnano il passo. Saranno l’Italia e la Germania che provvederanno con un ponte aereo. In attesa di vedere le reazioni di Francia, Gran Bretagna e URSS.
La prima, retta da un altro governo “frontista”, quello del socialista Léon Blum , ha appena “regolato” con un accordo sindacale il poderoso movimento dell’occupazione delle fabbriche, pregno di ben altre aspettative politiche (giugno ’36). Così facendo, con qualche franco in più e un po’ di lavoro in meno, si sono neutralizzati gli operai francesi.
Per cui Parigi, pur temendo un blocco di ben tre Stati fascisti ai suoi confini (Italia, Germania e Spagna) appoggia “moralmente” ma molto poco materialmente il proletariato spagnolo, essendo in fondo più preoccupata di non guastarsi il rapporto con la Gran Bretagna ed a non irritare la Germania.
Londra, da parte sua, non vuole la guerra; ha corposi interessi in Catalogna, nei Paesi Baschi e nelle Asturie. E non intende di certo – come tutti gli imperialismi in questione – far sì che la rivoluzione prenda piede e diventi il punto di attrazione per il proletariato internazionale.
L’URSS staliniana ha appena firmato un patto di alleanza con la Francia, vuole tenersi buona ad occidente la Germania, sviluppare scambi commerciali con la Gran Bretagna. L’Internazionale staliniana è da poco passata dal bollare i socialisti “ala sinistra del fascismo” (“socialfascisti”) alla politica dei “Fronti Popolari” (1934) con tutte le forze “antifasciste”.
La Spagna dà a essa l’occasione per insediarsi in un punto nevralgico (al confine con la Francia, lo sbocco sul Mediterraneo) su posizioni di forza. Ma al contempo l’URSS non ha nessuna voglia di turbare i sonni delle borghesie imperialiste, verso le quali intende perseguire un lungo periodo di “buoni rapporti”. Per cui: niente rivoluzione! Neppure a parole.
In Spagna, sostiene Stalin, deve ancora attuarsi la rivoluzione democratico-borghese. Tocca allora alla borghesia democratica, con l’appoggio del popolo spagnolo, attuarla. Contro l’aggressione fascista certo, ma non per la rivoluzione socialista. A quella provvederemo dopo. Dopo…E’ il cliché della devastante tattica adottata nella rivoluzione cinese del decennio precedente.
Risultato: aiuti militari di Mosca al governo frontista sì, ma solo nel tardo autunno del ’36 (quando la rivoluzione nelle retrovie si sarà “normalizzata”), con armi di non eccelsa qualità e in cambio di vagonate d’oro (oro buono) da prelevare dalla Banca di Spagna. In più: immissione nel paese di quadri politici, ufficiali, poliziotti e spie in grado di risollevare l’asfittico PCE di stroncare con ogni mezzo i rivoluzionari.
“Proprio come sta avvenendo in URSS”, scriverà la “Pravda” nel dicembre del ’36.
Non dimentichiamo che proprio nel ’36 in URSS iniziano le “grandi purghe” contro le opposizioni rivoluzionarie. Del presente, ma anche del passato.
La bilancia tra le potenze fa sì che gli imperialismi democratici appoggino almeno fino al 1938, senza assolutamente sprecarsi, il governo frontista di Madrid, contrastando Franco esclusivamente in funzione anti-tedesca e anti- italiana. Sperando persino, per un certo periodo, di potersi appoggiare a un governo democratico sfrondato dalle “teste calde”. Ciò che non deve assolutamente prevalere è il proletariato in armi. Come si vede da tutti questi calcoli, l’antifascismo c’entra un fico secco.
In poche parole: il quadro internazionale è nettamente sfavorevole all’affermazione e all’espansione della rivoluzione proletaria sorta in Spagna.
E lo è anche perché il proletariato europeo è in ginocchio. In Italia e Germania col terrore fascista. In Francia e Gran Bretagna con la corruzione opportunista. In Austria con la dura repressione del 1934. Il ciclo rivoluzionario aperto circa un ventennio addietro, dopo aver raggiunto la sua punta massima nel quadriennio 1917-’21, sta ora arrivando al suo punto di caduta; scatenando – ironia della storia (amara ironia) – un movimento rivoluzionario secondo solo all’Ottobre russo per intensità e partecipazione di massa. Quando il vitale collegamento con le rivoluzioni anti-coloniali era stato bruscamente spezzato, proprio dallo stalinismo, nei confronti della rivoluzione cinese (1926-’27).
Ciò non toglie che schiere di compagni, di militanti, di lavoratori e giovani di varia estrazione e sensibilità politica si rechino in Spagna come volontari per combattere il fascismo. E’ la storia delle minoranze rivoluzionarie che formano le prime colonne di miliziani dirette al fronte dopo le gloriose giornate del luglio ’36. Sarà la storia (autunno ’36) delle Brigate Internazionali, poste però sotto l’opprimente egida dello stalinismo e dei suoi alleati democratici. A quel punto, nonostante i numerosi episodi di guerra contro la canaglia franchista che vedono immolarsi migliaia di compagni, il cammino della rivoluzione spagnola era parzialmente già tracciato.
Tutto inutile allora? Non c’era nulla da fare? Non credo, e lo vedremo meglio prossimamente.
Sigle:
CNT = Confederazione Nazionale dei Lavoratori. Sindacato anarchico, maggioritario.
FAI = Federazione Anarchica Iberica. Organizzazione dei militanti anarchici di Spagna e Portogallo.
PCE = Partito Comunista Spagnolo. Nettamente minoritario fino all’autunno 1936.
POUM = Partito Operaio di Unificazione Marxista. Partito antistalinista di estrema sinistra.
Presenza consistente praticamente nella sola Catalogna.
UGT = Unione Generale dei Lavoratori. Sindacato social-comunista, secondo solo alla CNT.
Note
1) Occorre fare chiarezza su un punto. Nella storiografia corrente si parla di un paese, la Spagna del ’36, divisa tra repubblicani (il governo del Fronte Popolare eletto nel febbraio di quell’anno) e “ribelli”, o “golpisti”, raggruppati nelle destre clerico-monarchico-fasciste, facenti riferimento ai loro partiti e ai vertici militari (Francisco Franco, Emilio Mola, ecc.). Si tiene poco di conto, quando proprio non si mette ai margini, del poderoso movimento proletario raggruppato attorno alle formazioni dell’anarco-sindacalismo, della sinistra socialista e del Poum (quest’ultimo relativamente alla sola Catalogna). Per questo occorre considerare a pieno titolo la componente proletaria ed eversiva che entra nello scontro tra governo repubblicano e franchismo; e parlare appropriatamente di rivoluzione. O, se si vuole, di movimento rivoluzionario dentro la guerra civile.
2) Stando sempre alla vulgata della storiografia “ufficiale” – che parla solo di “guerra di Spagna” come se il resto non fosse mai esistito o rappresentasse una pura turbativa – l’evento rappresenterebbe la svolta mondiale della lotta antifascista. Il primo segnale di risveglio di un popolo in lotta contro la tirannide fascista. La prova generale di quell’unità antifascista emersa successivamente nella lotta di Resistenza in Francia e in Italia (in gran parte tale versione, ahimè, corrisponde a quanto è accaduto). Inutile sottolineare come la grancassa di simili interpretazioni sia in primo luogo di matrice stalinista.
3) In merito alla definizione della natura del movimento proletario sorto in Spagna e sugli eventi ad esso collegati la sinistra rivoluzionaria internazionale si è da subito divisa, anche seccamente. Ne parleremo più diffusamente in altra occasione.
3a) Camillo Berneri (Lodi 1897 – Barcellona 1937), militante e scrittore politico anarchico italiano. Costretto all’esilio dal fascismo, nel 1926, nel 1936 si reca in Spagna, collabora con la CNT e fonda la rivista “Guerra di classe”. Assassinato dalla polizia stalinista insieme al militante anarchico Francesco Barbieri durante l’insurrezione operaia a Barcellona nel maggio 1937. Sostenitore del “fare la rivoluzione per vincere la guerra” e della necessità di appellarsi al popolo del Marocco per la sua liberazione nazionale dal dominio spagnolo, rappresenta una delle menti più lucide dell’anarchismo. Figura adamantina di quella rivoluzione, è trucidato per questo dai sicari di Stalin.
4) Oltre alle più sbrigative esecuzioni tramite fucilazione o colpo alla nuca, la garrota era usata fin dall’antichità in Spagna per procurare al condannato una morte dolorosa e terrificante. Il franchismo ne fece largo uso soprattutto dopo la fine della guerra. Consisteva in uno strumento metallico a forma di semicerchio, dotato di una vite, che veniva stretto attorno al collo del condannato allo scopo di provocarne lentamente la morte per strangolamento o frattura del collo.
5) Sollevamento militare. Golpe. Riferito all’insorgenza dell’esercito spagnolo a Melilla, in Marocco e in altre zone della colonia, il 17 luglio 1936. Evento che dà il via ufficiale alla guerra civile.
6) Dopo la vittoriosa lotta di strada delle milizie operaie contro i golpisti a Madrid, Barcellona e nei principali centri della Spagna (dal 19 luglio ’36 ai giorni successivi), viene a delinearsi una situazione in cui i neonati Comitati di proletari e contadini in armi iniziano a organizzare le Milizie che vanno a fronteggiare i golpisti nei punti in cui essi attaccano, nel mentre si cominciano ad approntare misure di collettivizzazione. Il tutto senza però decapitare i governi frontisti e/o regionalisti (vedi Catalogna) popolati da controrivoluzionari; i quali attendono solo il momento propizio per ribaltare il rapporto di forze e di classe ad essi sfavorevole. Cosa che avverrà da lì a qualche mese.
7) Detto che è improprio riferirsi agli anarchici spagnoli mettendo tutti in uno stesso calderone, in quanto il fenomeno dell’anarco-sindacalismo ad esempio non è assimilabile alla prassi dei “faaisti puri” (gli anarchici doc che non accettano mediazioni), l’atteggiamento tenuto dalla sinistra frontista di quel periodo sarà anch’esso argomento di altre relazioni.
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