di Flavio Guidi

Le recenti polemiche sull’ex “comunista” (in realtà stalinista) Rizzo che aderisce al partito del fascista Vannacci non sono restate solamente interne al “ghetto” della sinistra più o meno radicale ma, grazie all’esposizione mediatica del “personaggetto” in questione (sempre benvoluto, fin dai tempi del Rizzo trinariciuto, nei salotti TV della borghesia), ma sono apparse persino nei media borghesi. Hanno riportato in auge, a sinistra, un vecchio slogan di 28 anni fa: Rizzo pelato, servo della NATO! Ma non mi sembra ci siano stati molti tentativi per spiegare, dal punto di vista “ideologico”, il presunto salto del fosso dello squallido stalinista ammiratore di Mercader e, purtroppo, di altri “ex compagni”. La discussione non è stata, in generale, di grande livello. Nel migliore dei casi si è cercato di trovare un legame di “coerente” involuzione tra lo stalinismo originario, quindi quella specie di nazional-comunismo, quindi “campismo”, diventato “rossobrunismo” fino all’epilogo neofascista. Nel peggiore ci si è limitati a sottolineare gli aspetti psicologici (narcisismo, opportunismo, ecc.). In generale, nella “compagneria”, c’è una sottovalutazione enorme dei rischi che una posizione politica sbagliata (campismo, stalinismo, nazional-comunismo, ecc.) possa portare al passaggio da un “campo” all’altro. Nonostante si viva nel paese che ha dato i natali al più famoso dei transfughi (o voltagabbana) dal socialismo al suo opposto, Benito Mussolini, molti compagni continuano a non vedere questo fenomeno, preferendo pensare che i vari “fascismi” (o comunque le estreme destre) si nutrano esclusivamente (o quasi) da “fonti” classicamente borghesi (nazionalisti, conservatori, liberali, cattolici, ecc.). Ovviamente le varie correnti ideologiche borghesi hanno fornito (e continuano a farlo) linfa vitale all’estrema destra. Purtroppo, però, i casi alla Mussolini (o, per passare dalla tragedia alla farsa, alla Rizzo) non sono pochi, in Italia come in tutto il mondo. E si intensificano durante i periodi di crisi sociale, come negli anni Venti e Trenta del XX secolo. E, forse, anche negli anni Venti del secolo attuale. Centinaia di ex socialisti, ex sindacalisti rivoluzionari, ex comunisti, ex anarchici, spesso con ruoli importanti nel movimento operaio dell’epoca, scelsero di passare nel campo opposto, anche qui molto spesso mantenendo ruoli dirigenti. Ovviamente ci furono spesso casi di puro e semplice opportunismo (anche legato a fenomeni di corruzione). Ma questo non può spiegare seriamente un fenomeno che ebbe allora dimensioni significative, quasi “di massa”. E che rischia di ripetersi, mutatis mutandis, anche oggi. Capire quali sono stati i punti di caduta comuni alla maggior parte di questi “voltagabbana” è un lavoro di ricerca storiografico che non può essere affrontato in un breve articolo. Ma mi sembra incontrovertibile che se c’è un punto in comune a queste biografie, questo punto ha un nome: nazionalismo. Sia per chi, fino ad un certo punto della sua storia politica e personale si è definito “internazionalista”, sia per chi (come è il caso dei due esempi tedeschi) ha sempre cercato di conciliare l’inconciliabile, cioè il socialismo (marxista o anarchico poco importa) per sua natura internazionalista, e una variante o l’altra di nazionalismo (cercando sempre di far passare questo nazionalismo per “patriottismo” di una nazione “proletaria”, “oppressa”, “aggredita”, “sfruttata”, ecc. ecc.) Per questo, ammaestrati dall’esperienza di oltre un secolo, a mio avviso è necessario rifiutare ogni forma di nazionalismo, comunque declinato. Soprattutto, ovviamente, nel caso di nazioni-Stato (in particolare se imperialiste o comunque espansioniste), ma anche, seppur con politiche più duttili, nel caso delle “nazioni” semi-statali (come per esempio Gaza e Cisgiordania) o senza stato. Per dirla tutta, e in modo poco elegante, i “Patria o muerte!”, ammesso che avessero un senso 70 o 80 anni fa, oggi hanno rotto abbondantemente i coglioni!

Di questi “fulgidi esempi” di voltagabbana (o di “socialisti nazionali” porto alcuni casi concreti, a partire dal più famoso, o meglio famigerato, sua eccellenza

Benito Mussolini (1883-1945). Entra nel PSI nel 1900. Nel 1902 fugge in Svizzera per evitare il servizio militare. Si oppone al socialismo riformista e “positivista” di Turati & co., avvicinandosi alla sinistra massimalista, in particolare alla componente del futuro sindacalista rivoluzionario Arturo Labriola, influenzata dalle idee di Sorel. Dopo il ritorno in Italia, nel 1905, diventa sempre più attivo nella battaglia contro l’ala riformista del PSI, diventando nel 1910 segretario della federazione socialista di Forlì. Nel 1911 si oppone alla guerra di Libia, e viene arrestato e condannato ad un anno di reclusione. Rilasciato nel 1912, propone l’espulsione dell’estrema destra socialista di Bissolati, Bonomi, ecc. che aveva appoggiato la guerra in Libia. Dopo il congresso del PSI di Reggio Emilia del novembre 1912 (dove vince l’ala massimalista), diventa uno degli esponenti più in vista del partito e, soprattutto, diventa direttore del quotidiano del partito, Avanti! che contribuisce a far crescere in termini di diffusione. Nel giugno del 1914 appoggia con veemenza la Settimana Rossa di Ancona. Allo scoppio della Prima Guerra mondiale mantiene una posizione neutralista, pur mantenendo contatti discreti con alcuni settori interventisti. Ma il 18 ottobre pubblica un (inaspettato?) articolo sull’Avanti! (“Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante“) in cui apre all’interventismo a fianco dell’Intesa. Teoricamente, la sua è una svolta “tattica”, per favorire, tramite la guerra, una rivoluzione sociale. Ma viene isolato e costretto a dimettersi dalla direzione dell’Avanti! Il 15 novembre, grazie al denaro di vari gruppi industriali (e del governo francese, che gli fornì 10 milioni di franchi), tramite la mediazione del direttore del Resto del Carlino, F. Naldi, nasce “Il Popolo d’Italia”, nuovo giornale di Mussolini, che si definisce “quotidiano socialista”, violentemente interventista. Il 29 novembre viene espulso dal PSI. In dicembre partecipa alla fondazione dei Fasci d’Azione Rivoluzionaria, con Corridoni ed altri interventisti “di sinistra”. Nel maggio 1915, all’entrata in guerra dell’Italia, Mussolini si presenta volontario per essere arruolato, ma viene respinto. Verrà arruolato come coscritto il 31 agosto. Partecipa quindi alla guerra, diventando caporal-maggiore, e scrivendo un diario di guerra sul suo quotidiano, nel quale esalta lo spirito “eroico”, la disciplina, la gerarchia. Ferito durante un’esercitazione nel febbraio 1917, non tornerà più in trincea fino alla fine della guerra. Il 1° agosto 1918 il Popolo d’Italia rimuove “Quotidiano socialista” dal sottotitolo e lo sostituisce con “Quotidiano dei combattenti e dei produttori”. Anche grazie al fiume di denaro che continua a ricevere da Ansaldo, Banca Commerciale Italiana, Banca Italiana di Sconto, ecc. (e dai servizi segreti britannici) il quotidiano mussoliniano gode di una notevole diffusione. Nel marzo 1919, finita la guerra, Mussolini fonda a Milano i “Fasci di Combattimento”, con un programma confuso e contraddittorio, in cui si mescolano proposte che provengono dal suo passato socialista (le 8 ore, la Repubblica, il voto alle donne) e le “nuove” proposte reazionarie, militariste e nazionaliste. Dopo l’assalto alla sede milanese dell’Avanti (15 aprile 1919), prima impresa delle “squadre” in camicia nera (che cominciano ad essere chiamate “fasciste”, dal nome dei Fasci di Combattimento) il volto del nuovo movimento, violentemente anti-socialista, anti-parlamentare e nazionalista, si rivela chiaramente, Dapprima molto piccolo (una cinquantina i partecipanti al primo convegno milanese) vede l’entrata, tra marzo e giugno, del grosso del movimento “futurista”, guidato da Marinetti, e di altri settori pseudo-sovversivi. Durante l’estate le squadre fasciste si dedicano a violenze, soprattutto in alcune zone della Pianura Padana, contro le lotte dei braccianti e dei contadini, cominciando a ricevere cospicui finanziamenti dagli agrari, spaventati dall’ondata “rossa” che, stimolata dalla rivoluzione russa, minaccia di travolgerli. Nonostante una certa crescita, comunque il movimento dei Fasci di Combattimento resta molto minoritario, come testimoniano i risultati delle “elezioni rosse” del novembre 1919, le prime col sistema proporzionale, che vedono la vittoria dei socialisti (e in misura minore del “Partito Popolare”, cattolico), con nessun “fascista” eletto in Parlamento (nonostante le candidature di Mussolini, Marinetti, Toscanini). Di fronte alla sconfitta, Mussolini reagisce con una radicale svolta a destra del movimento, abbandonando le proposte “socialiste” del marzo 1919, accentuando gli aspetti nazionalisti ed imperialisti (vedi questione di Fiume e in genere “del confine orientale”) e l’attività armata contro le organizzazioni operaie e socialiste. Un rapido processo che culminerà con il III congresso “fascista”, tenutosi a Roma nel novembre 1921, simboleggiato dal cambio di nome (Partito Nazionale Fascista), dai massicci finanziamenti degli industriali (iniziati già nell’estate del ’20), dall’alleanza, anche elettorale, con la destra conservatrice tradizionale (i “Blocchi nazionali” delle elezioni del maggio 1921, che permisero l’entrata in Parlamento di 35 deputati “fascisti”). Il resto, dalla pagliacciata della “Marcia su Roma” dell’ottobre 1922 fino alla fucilazione a Giulino di Mezzegra dell’aprile 1945, è storia troppo conosciuta per essere rimarcata qui.

Nicola Bombacci (1879-1945). Uno dei principali esponenti della corrente massimalista del PSI, a cui si iscrive nel 1901. Nel 1917 diventa vicesegretario del partito, e nel 1919 segretario. Nel 1921, a Livorno, è il principale esponente della corrente massimalista del PSI ad aderire al neonato Partito Comunista d’Italia, entrando nel Comitato Centrale del nuovo partito. Fortemente polemico verso la maggioranza bordighista, nel 1923 viene espulso dal PCdI, salvo esserne riammesso l’anno dopo, su pressioni del Komintern, e iniziando a lavorare per l’ambasciata sovietica a Roma. Nel 1927 viene nuovamente espulso dal PCdI e tre anni dopo cessa la sua collaborazione con l’ambasciata dell’URSS. In seguito alla sua difficile situazione economica, chiede aiuto all’ex amico (ed ex compagno di classe, oltre che di partito) Mussolini, che gli concede una sovvenzione e gli permette di aprire una rivista (La Verità) sovvenzionata dal regime (1936) e animata da molti ex socialisti ed ex sindacalisti rivoluzionari. Diventato ormai fascista, segue le vicende del regime, in particolare quelle della cosiddetta Repubblica Sociale, nella quale riveste ruoli importanti (tanto da essere considerato una specie di “consigliere” di Mussolini) e cercando di dare una coloritura “socialista” alla repubblichina di Salò. Ispirati da lui pare siano stati gli aspetti “sociali” della famosa Carta di Verona del 1944. Seguì Mussolini fino alla fine e fu fucilato insieme a lui dai partigiani.

Arturo Labriola (1873-1959). Già militante del gruppo socialista repubblicano di Napoli dal 1889, aderisce al PSI nel 1895, distinguendosi fin da subito per l’ostilità verso il socialismo riformista di Turati. Costretto all’esilio dopo i moti del 1898, fugge in Svizzera e poi Francia, dove conosce Sorel. Ispirandosi alle sue idee, diviene il principale esponente del sindacalismo rivoluzionario in Italia, dove rientra nel 1900, continuando la sua battaglia contro Turati e la corrente riformista. Nel 1911 si schiera, analogamente ai riformisti ultramoderati Bissolati, Bonomi, ecc., a favore della guerra di Libia. Nel 1913 rompe col sindacalismo rivoluzionario e diventa deputato socialista indipendente. Interventista nel 1915, due anni dopo si reca in Russia durante la rivoluzione per incitare a proseguire la guerra a fianco dell’Intesa. Nel 1918 diventa pro-sindaco di Napoli, e nel 1920-21 diventa ministro del lavoro nell’ultimo governo Giolitti. Partecipa all’Aventino e quindi viene fatto decadere da deputato nel 1926. Si rifugia in Francia, ma torna in Italia nel 1935, per appoggiare la guerra d’Etiopia. Da quel momento si schiera col regime, partecipando con Bombacci e altri all’attività del gruppo fascista cosiddetto “di sinistra” (quelli del “socialismo nazionale”) fino al 1943, ma, diversamente da Bombacci, non aderisce alla RSI. Nel 1946 sarà eletto deputato alla Costituente nella lista dei liberal-conservatori (ADL). Nel 1956 nuovo voltafaccia: si presenta alle elezioni per il sindaco di Napoli nella lista del PCI, ma viene battuto da Achille Lauro. Probabilmente è l’uomo record del trasformismo: da sindacalista rivoluzionario a socialista moderato, poi semi-liberale, poi fascista, poi di nuovo liberal-conservatore, fino ad approdare, tre anni prima della morte, al PCI. Se cambiare idea è segno di intelligenza, Arturo Labriola era un genio!

Edmondo Rossoni (1884-1965). Socialista fin dal 1902, partecipa agli scioperi agrari del 1903-04. Nel 1907, aderendo al sindacalismo rivoluzionario, esce dal PSI per dedicarsi alla “pura” attività sindacale. Costretto all’esilio in varie parti del mondo per sfuggire all’arresto per la sua attività sindacalista rivoluzionaria, rientra nel PSI a New York, nel 1910. Contrario alla guerra di Libia (come Mussolini), sceglie nel 1914 l’interventismo e il nazionalismo. Nel 1918 è uno dei fondatori della UIL (non quella odierna, ma quella “nazional-sindacalista”) di cui diventa segretario, ma lascia nel 1919 per diventare segretario della Camera del Lavoro di Roma (UIL). Nel 1921 diventa segretario del sindacato fascista di Ferrara, aderendo quindi al PNF, di cui incarnerà fino al 1943, con Bottai ed altri, la presunta corrente “sociale” o di “sinistra”. Il 25 luglio 1943 vota contro Mussolini nella famosa riunione del Gran Consiglio del Fascismo, di cui è membro dal 1930. Per questo è condannato a morte in contumacia nel famoso processo di Verona del 1944. Entrato in clandestinità, fu protetto dalle gerarchie cattoliche sia dai fascisti repubblichini sia dalle autorità della nuova Repubblica Italiana (era stato condannato all’ergastolo nel 1946) che lo fecero fuggire in Irlanda. Rientrato in Italia dopo l’amnistia, si ritirò a vita privata.

Pierre Laval (1883-1945). Militante socialista dal 1905, nel 1914 fu eletto deputato. Come quasi tutti i socialisti francesi, fu “difensista” (cioè favorevole alla guerra contro la Germania). Nel 1923 rompe con il partito socialista, considerandolo troppo a sinistra e filo-bolscevico. Nel 1925 diventa ministro dei Trasporti nel governo radical-socialista Painlevé e partecipa, come indipendente “di sinistra” a quasi tutti i governi francesi, fino a diventare capo del governo nel 1931-32 e nel 1935-36, distinguendosi per le posizioni nazionaliste ed anti-tedesche, cercando accordi con Mussolini e Stalin in funzione anti-nazista. Lasciata la politica attiva agli inizi del 1936, dopo la vittoria del Fronte Popolare guidato da Leòn Blum, si dedica alla creazione di un “impero” mediatico (giornali, radio) con i quali attacca continuamente i “social-comunisti”. Dopo la sconfitta della Francia, nel giugno del 1940, Laval, ormai ben lontano dalle sue tradizionali posizioni anti-tedesche, si schiera col maresciallo Petain e a favore della collaborazione con i nazisti. Divenuto vice-presidente del governo di Vichy, incontra Hitler e gli propone un’alleanza franco-tedesca. Diventa capo del governo-fantoccio di Vichy nel 1942, dando un’ulteriore svolta filo-nazista al regime, in nome della “crociata contro il bolscevismo” e con politiche apertamente antisemite. Nel 1944, di fronte all’avanzata degli Alleati dopo lo sbarco di Normandia, si rifugia in Germania e, dopo la resa di quest’ultima, nella Spagna franchista, che però lo consegna alle nuove autorità francesi, che lo processano e lo fucilano.

Jacques Doriot (1898-1945). Iscritto alla Gioventù Comunista fin dall’inizio degli anni Venti, diventa deputato per il PCF nel 1924 e poi sindaco di Saint Denis dal 1930. Espulso dal PCF nel 1934 per la sua contrarietà alla teoria del “socialfascismo” (era favorevole alla politica dei Fronti Popolari, accettata dal Komintern meno di un anno dopo la sua espulsione), si allontana rapidamente dal comunismo, fondando nel 1936 il Partito Popolare Francese, caratterizzato da un forte nazionalismo, che evolverà rapidamente verso un aperto fascismo, razzista e antisemita, basato sull’ideologia (ci risiamo) del “socialismo nazionale”, non nascondendo la sua ammirazione per la Germania di Hitler e l’URSS di Stalin. Dopo la sconfitta della Francia del giugno 1940 Doriot tenta d’inserirsi nel regime di Vichy, con scarsi risultati. Dopo l’aggressione tedesca all’URSS (giugno 1941) partecipò alla creazione della Legione dei Volontari Francesi contro il bolscevismo e si arruolò egli stesso per combattere sul fronte orientale. Dopo lo sbarco di Normandia fuggì in Germania dove, con altri collaborazionisti, formò un “Comitato di Liberazione Francese”. Morì nel febbraio 1945 a Mengen (Germania), vittima di un attacco aereo ancor oggi non chiarito (Alleati? Tedeschi?).

Óscar Pérez Solís (1882-1951). Militante dell’ala riformista del PSOE (1912-21), favorevole all’Intesa durante la Grande Guerra. Nel 1917-1920 attacca frontalmente il bolscevismo, salvo svoltare improvvisamente nel 1921 ed entrare nel PCOE, poi PCE, divenendo l’animatore del giornale La Bandera Roja. Delegato del PCE al V congresso del Komintern, a Mosca. Arrestato nel 1925 a Barcellona, durante la dittatura di Primo de Rivera, Esce nel 1927 dal carcere, convertito al cattolicesimo. Nel 1928 diventa il principale manager della CAMPSA (Compagnia petrolifera). Nel 1933 entra nel partito fascista di J. A. Primo de Rivera, la Falange Española. Partecipa alla guerra civile dal lato dei franchisti. Dopo la vittoria di Franco diventa governatore civile di Valladolid fino alla sua morte.

Heinrich Laufenberg (1872-1932) e Fritz Wolffheim (1888-1942). In questo caso, più che di voltagabbana, si può parlare di un’evoluzione (o meglio un’involuzione) più o meno coerente. Sono due esponenti della KPD (il partito comunista tedesco) di Amburgo, che hanno guidato il gruppo locale “nazional-bolscevico”, che pretendeva di fondere bolscevismo e nazionalismo tedesco. Nella loro visione la Germania, dopo la sconfitta nella Grande Guerra, era diventata una “nazione proletaria” e si pronunciarono, nel novembre 1919, contro la lotta di classe all’interno della Germania (che a loro avviso avrebbe favorito la controrivoluzione) e a favore di una “guerra popolare rivoluzionaria” contro le potenze dell’Intesa e in alleanza con la Russia dei Soviet. Facevano appello a un fronte comune di “comunisti, nazionalisti e borghesia tedesca”. Quest’ultima avrebbe dovuto accettare “la direzione del proletariato per salvare la nazione tedesca”. A partire dalla fine del 1920 attaccarono, anche con argomenti antisemiti, la direzione della KPD (“Comunismo contro Spartachismo”), in particolare il segretario Paul Levi, accusato di aver “pugnalato alle spalle” la Germania con la propaganda disfattista. Dopo la condanna del “nazional-bolscevismo” da parte sia della KPD, sia della KAPD, sia del Comintern (1920), la corrente fondata dai due perse influenza. Mentre Laufenberg si ritirò dalla politica attiva, Wolffheim si avvicinò alle correnti della destra nazionalista, dando vita nel 1930 al Gruppo dei Nazionalisti Social-Rivoluzionari. Le sue origini ebraiche lo portarono, nonostante le sue affinità col nazismo, a finire nel campo di concentramento di Ravensbruck, dove morì.


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