di Enrico Semprini. (da “La Bottega del Barbieri”)

Questo elaborato è il sesto di una serie che continuerà nelle prossime settimane.

l’argomento di oggi è:

In seguito:

  • il ruolo dell’irrazionalità e delle religioni.

L’immagine che segue ha accompagnato lo sviluppo di questa seconda parte fino ad oggi e verrà sostituita la settimana prossima. L’intenzione è quella di facilitare la fruizione per temi.

https://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2026/06/2026-06-27-fascismo-comunicazione.jpg

Eppure le destre una idea la hanno…

Un tempo per dire che si attribuivano tutti i guai sempre al governo in carica si utilizzava la frase “piove, governo ladro”. Significava, anche, attribuire al governo cose che non potevano essere conseguenza del governo in carica.

La destra ha una idea del genere: “piove, immigrato ladro” che è una frase altrettanto priva di significato, ma che ha la caratteristica di trovare un elemento presente nella società che si vorrebbe eliminare.

Cosa vorrebbe eliminare, invece, l’opposizione?

C’è una categoria o una classe sociale che si ritiene responsabile di qualche cosa?

Gli operai della “Auto del popolo”, questa è la traduzione di VolksWagen, dovrebbero raccontarci qualcosa: si ribellano contro il più grande produttore tedesco di automobili che è alla ricerca di risparmio, da attuarsi delocalizzando in modo ancora più marcato la produzione, nonché il licenziamento, che significa “riduzione in povertà”, di oltre 100.000 persone.

Quando il titolare o il manager di una grande azienda, spiega le sue ragioni, lo fa chiarendo bene un concetto: deve rispondere agli interessi dei suoi azionisti. Ha in mente un interesse preciso e difende e dichiara esplicitamente e a chiare lettere che gli interessano prioritariamente gli interessi delle famiglie Posche e Piech, poi certamente anche di una holding del Qatar e di alcuni investitori istituzionali, anche pubblici. Difende, in altri termini, ben precisi interessi di classe.

Perché mai allora noi diciamo che “gli operai fanno bene a difendere il loro posto di lavoro”?

Ciò che viene dimenticato di questa frase è che “gli operai rivendicano un destino sociale diverso e, per certi versi, opposto a quello dei loro padroni”.

In altri termini: chi lavora ha diritto di difendere l’idea di esistere, di poter avere un poco di denaro per portare avanti casa, affetti, amori.

Che società è, dunque, quella che mette al primo posto casa, affetti, amori?

Certamente non questa e ti potrebbero obiettare: ma con casa, affetti e amori non si fanno affari.

Se così fosse, come mai i politici si occupano dei nostri amori, dei nostri affetti e delle nostre case?

Esistono dei diritti che nono sono alienabili, cioè che non possiamo vendere?

In realtà no e ne facciamo esperienza quotidiana: tutti i diritti individuali sono soggetti a compra-vendita e gli operai della VolksWagen ne sono la prova. Quando parliamo di “società capitalista” intendiamo questo, una società in cui tutto è in vendita, una società che muta continuamente le condizioni di vita dei suoi membri e il livello dei diritti si situa sul livello di forza mostrato dalla lotta incessanti tra le diverse classi sociali che si ritrovano all’interno della società.

Tutto dipende dal problema se accettiamo o no che questo sia l’unico modo di organizzare la società, oppure se pensiamo che possano esistere società in cui amore, affetti e casa possano essere il motore della nostra esistenza.

Se ci poniamo un problema semplice: ciò che dobbiamo produrre con la forza collettiva che siamo in grado di mettere insieme anche grazie alla tecnologia, deve essere funzionale al benessere di tutta la società di cui faccio parte. Questa semplice constatazione apre le porte ad una domanda estremamente moderna: l’avanzamento della tecnologia digitale, della intelligenza artificiale e la conseguente sostituzione di macchine al posto del lavoro umano, può essere una cosa che va anche a mio vantaggio? Possiamo considerare l’avanzamento tecnologico un “bene comune”?

Se sì, allora ne conseguono un’altra caterva di conseguenze:

  • che sviluppo si deve dare a queste nuove tecnologie a disposizione della umanità?
  • Come possiamo controllare e determinare l’evoluzione di queste tecnologie in un bacino come quello euro-mediterraneo?
  • Possiamo ridurre l’orario di lavoro e redistribuire ricchezza con beneficio collettivo?

Se poniamo il benessere sociale, fisico, sessuale e dunque spirituale al centro dei problemi, improvvisamente scopriamo che “il lavoro di cura” non è un “corollario”, un effetto collaterale di una società, ma la necessità fondamentale dalla quale partire per ricostruire un processo di trasformazione.

Scopriamo quello che sosteneva Wilhelm Reich1 di cui abbiamo parlato già le volete precedenti, cioè che:

  1. l’incapacità di libertà delle masse non è innata. (Uomini e donne) non sono stati incapaci di libertà da sempre; quindi, in linea di principio, possono diventare capaci di libertà.
  2. Il meccanismo che rende (le persone) incapaci di libertà è, come ha dimostrato ampiamente la sessuo-economia sociale con il concorso di quella clinica, la repressione sociale della vita amorosa genitale dei bambini piccoli, degli adolescenti e degli adulti. Anche questa repressione sociale non è un dato naturale. Essa si è sviluppata insieme al patriarcato e quindi è eliminabile in linea di massima. Ma se la repressione sociale della vita amorosa naturale delle masse umane è eliminabile, e se essa costituisce il meccanismo centrale della struttura caratteriale che è incapace di libertà, allora, questa era la conclusione, la situazione non è disperata. Allora si, alla società si offre la possibilità di superare tutte le circostanze sociali che noi chiamiamo <<peste psichica>>.

Se dunque smettiamo di guardare ai “lavori di cura”, educazione, sanità, previdenza, come “effetti collaterali di una società economicamente sviluppata”, ma li guardiamo come l’ottica dalla quale consideriamo l’intera società, compreso il lavoro industriale considerato come una necessità sociale e non come un effetto dell’interesse privato, allora l’intera prospettiva del nostro approccio alla lotta sociale cambia completamente e il patriarcato diventa un’inutile orpello di una società in declino.

Per fare un esempio sull’orizzonte degli eventi tecnologico di cui abbiamo accennato, analizziamo il caso dell’Intelligenza Artificiale Claude e di colei che la plasma, cioè Amanda Askell2:

Dietro le scelte etiche di Anthropic non si trova un comitato anonimo né un algoritmo che valuta altri algoritmi. Si trova una filosofa scozzese di 37 anni, formazione a Oxford, mente analitica e capelli punk platino, che passa le giornate a discutere di coscienza, identità e moralità con un chatbot chiamato Claude. Il suo nome è Amanda Askell ed è la figura che più di ogni altra sta plasmando l’impronta morale di uno dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati al mondo.

Il suo compito oggi è tanto ambizioso quanto controverso: insegnare a Claude a essere “buono”. Non nel senso banale del termine, ma nel senso di costruire un insieme coerente di principi, reazioni e limiti che guidino il modello nelle milioni di interazioni settimanali con gli utenti. Askell ha scritto un documento di circa 30 mila parole che funge da manuale morale del sistema. Parla apertamente di “soul building”, costruzione dell’anima, anche se con consapevolezza metaforica.

La sua analogia preferita è quella genitoriale. Claude, secondo lei, va cresciuto come un bambino digitale, aiutato a distinguere il giusto dallo sbagliato, incoraggiato a sviluppare una forma di identità coerente, protetto da utenti che tentano di manipolarlo o spingerlo a comportamenti pericolosi. La Askell sostiene che i modelli sviluppano qualcosa che somiglia a un senso di sé e che ignorare questa dimensione sarebbe un errore progettuale oltre che etico.

Il caso Anthropic rende queste questioni ancora più urgenti. Mentre l’azienda si è scontrata con il Pentagono su limiti e utilizzi militari dei propri modelli, il lavoro di Askell è diventato implicitamente politico. Stabilire che un sistema non debba essere usato per sorveglianza di massa o per armi senza supervisione umana non è solo una scelta tecnica. È una presa di posizione sul rapporto tra tecnologia, Stato e democrazia.”

Ciò che è sorprendente è come anche a sinistra ci sia grande ignoranza su figure come lei, mentre ci si accanisca a conoscere tutto e di più sulla biografia e le idiozie del leader dell’ultradestra che sta su tutti i notiziari ed i programmi di approfondimento ogni giorno.

La mia dietista, alcuni giorni fa, mi ha detto:

hai sentito cosa ha detto il leader della estrema destra? Che visto che a Papua e Nuova Guinea, che è il paese meno inquinato del mondo, l’aspettativa media di vita è sui sessant’anni (che poi non è vero) e che qui supera gli ottanta, allora vuol dire che l’inquinamento fa bene! E’ vergognoso solamente dover spiegare a qualcuno l’idiozia di questa affermazione”.

E questo certifica l’intelligenza della posizione della dottoressa: il fatto che una frase possa essere detta, anche se il suo contenuto è irrazionale, non significa che sia necessario argomentare sulla frase stessa.

Per capirci io potrei dire:

  1. i pesci nuotano
  2. dunque gli uomini che sanno nuotare
  3. sono pesci

e per assonanza

  1. gli uomini che sanno nuotare sono pesci
  2. dunque le donne che sanno nuotare
  3. sono pesche.

Se qualche persona si sognasse mai di tentare di argomentare sul fatto che “le donne non sono pesche” credo che potrebbe facilmente rendersi conto che è si arrivati al livello del linguaggio della follia.

Se il capo della estrema destra avesse fatto quella affermazione nel bar di Vaciglio, una frazione di Modena, sarebbe stato trattato come lo “scemo del villaggio”, e la miglior risposta che avrebbe potuto ottenere sarebbe stata “ te propria un caioùn”.

Tuttavia perché è interessante parlare del tema: il personaggio in questione ha ribadito tutto la sua arroganza nei confronti dei suoi seguaci, facendo capire che in televisione ha il potere di dire una completa scemenza senza temere che tentenni il culto che gli attribuiscono i suoi seguaci. E’ dunque evidente che non è l’intelligenza delle affermazioni ma, come lui stesso sostiene, il gusto di comportarsi da feccia.

Come analizzava Reich:

<<Ma ancora più essenziale è l’identificazione degli individui che fanno parte della massa con il “Fuhrer”. Più l’individuo compreso nella massa, in seguito alla sua educazione, è diventato impotente, e più accentuata sarà l’identificazione con il capo, più il bisogno infantile di appoggiarsi a qualcuno assumerà la forma di sentirsi-tutt’uno-con-il-capo. Questa tendenza all’identificazione è la base psicologica del narcisismo-nazionale, cioè la coscienza di sé presa a prestito dalla “grandezza della nazione”. Il piccolo borghese reazionario scopre se stesso nel capo, nello stato autoritario, si sente, in base a questa identificazione, un difensore del “popolo”, della “nazione”, cosa che non gli impedisce, sempre in base a questa identificazione, di disprezzare contemporaneamente “la massa” assumendo nei suoi confronti un atteggiamento individualistico.>>

E ancora:

<<Quando il movimento operaio organizzato ebbe raggiunto alcune conquiste politico-sociali, come per esempio un orario di lavoro limitato, il diritto di voto, l’assicurazione sociale, tutto questo significò da una parte un rafforzamento della classe, ma contemporaneamente… “gli occhi cominciarono a guardare verso l’alto”.>>

Ed è qui che sta la differenza nel “modo” con il quale si guarda verso l’alto:

<<La sua situazione di miseria materiale e sessuale viene talmente soffocata nell’idea, che tanto lo eleva, che egli ha del “padrone” e della sua geniale direzione, che in certi momenti dimentica quanto sia profondamente decaduto a una obbedienza priva di significato, acritica.

Il suo opposto è il lavoratore professionalmente cosciente, cioè colui che ha eliminato in sé la struttura di sottomissione, che si identifica con il suo lavoro anziché col capo, con la massa lavoratrice internazionale anziché con la patria nazionale. Egli stesso si sente un capo, ma in base alla sua consapevolezza di svolgere un lavoro sociale vitale.>>

Per tornare alla domanda iniziale: cosa dovrebbe fare l’opposizione?

Sono convinto che le battaglie fondamentali di questa fase politica siano quelle che permettono a tutte e tutti coloro che si trovano a svolgere lavori di cura, di potersi identificare con il proprio lavoro, ritrovando la dignità del proprio ruolo e smettendo di identificarsi con il capo, ma facendo leva sulla propria consapevolezza di svolgere lavoro sociale vitale. Lottare affinché queste figure professionali possano essere messe in condizioni di ricevere salari e stipendi adeguati, di poter vivere una vita degna di essere vissuta, sia l’unica garanzia di poter svolgere quella tipologia di lavoro con la forza morale necessaria per farlo al meglio e per mettere la società intera “in sicurezza”.

Ecco perché le rivendicazioni del personale ospedaliero, delle insegnanti, delle persone che sono attive nelle organizzazioni di volontariato, di chi svolge lavoro di ricerca, così come nei movimenti femministi e dei movimenti LGBTQIA+ nella loro intersezionalità, che possiamo anche definire circolazione delle lotte internazionali, ambientali, salariali, per l’educazione sessuo-affettiva, diventano centrali e sono uno dei bersagli preferiti dei razzisti di ogni ordine e grado. E’ qui che si gioca il lavoro ed il destino dell’antifascismo ed il progresso o regresso della società di cui siamo parte.

Così come le lotte di coloro che, pur non identificandosi in uno specifico gruppo organizzato, portano avanti con dignità l’idea di non piegare la testa di fronte a soprusi, arroganza, sopraffazione e sfruttamento.

Tutto dipende da noi che possiamo davvero rappresentare gli interessi di una collettività che non è destinata “magicamente” allo sfacelo: coloro che sono dotati o vogliono dotarsi di pensiero critico e sono consapevoli della propria dignità, si collocano già all’interno di questo campo. Fondamentale è non pensare che abbiamo necessità di una guida, ma che dobbiamo saper promuovere, solidarizzare ed appoggiare ogni attività che comporti un passo avanti per il benessere collettivo dai più diversi punti di vista.

Senza tema di smentita posso tranquillamente affermare che non partiamo da zero.

Dal libro: “Psicologia di massa del fascismo”.

https://www.rivista.ai/2026/03/08/chi-e-amanda-askell-la-filosofa-che-vuole-dare-unanima-allai-di-anthropic/


Scopri di più da Brescia Anticapitalista

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.