(da Dazibao)
USA hanno deciso di sospendere la vendita di armi a Taiwan, tra pressioni cinesi, guerra in Iran e ritardi dell’apparto industriale americano
Come riporta The Strait Times, questa settimana il segretario ad interim della Marina statunitense ha dichiarato che la vendita di armi a Taiwan è stata “sospesa” per garantire che le forze armate americane dispongano di munizioni sufficienti per le operazioni in Iran.
Interrogato durante un’audizione al Congresso in merito al blocco di un pacchetto di armi da 14 miliardi di dollari, il segretario statunitense ha dichiarato:
“Al momento stiamo effettuando una pausa per assicurarci di avere le munizioni necessarie per Epic Fury”.
“Ne disponiamo in abbondanza”, ha aggiunto, “ma ci stiamo solo assicurando di avere tutto il necessario. Poi le vendite militari all’estero riprenderanno quando l’amministrazione lo riterrà opportuno”.
Dalle parole del segretario della Marina sembra che la sospensione delle vendite sia dovuta alla necessità di garantire la sufficiente quantità di munizioni per la guerra in Iran. Ma dietro la decisione sembrano esserci pressioni cinesi.
Come riporta il Financial Times, Pechino sta bloccando una visita programmata del massimo funzionario politico del Pentagono, facendo pressione su Donald Trump in merito al pacchetto di armi da 14 miliardi di dollari destinato a Taiwan.
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Il ruolo di Elbridge Colby
Il massimo funzionario del Pentagono è Elbridge Colby, Sottosegretario alla Difesa per la Politica Militare, una delle figure più influenti nella definizione della nuova strategia americana verso la Cina. Colby è considerato uno dei teorici della competizione tra grandi potenze e della necessità per gli Stati Uniti di concentrarsi quasi esclusivamente sul contenimento della Cina.
Recentemente, Colby ha discusso con funzionari cinesi per una visita a Pechino prevista per quest’estate. Tuttavia, la Cina ha fatto sapere di non voler autorizzare la visita finché Trump non avrà deciso come procedere con il pacchetto di armamenti.
Per Colby, Pechino rappresenta l’unica potenza capace di mettere realmente in discussione la supremazia americana, soprattutto nell’Indo-Pacifico. Ed è proprio qui che entra in gioco Taiwan.
Nel pensiero di Colby, la difesa di Taiwan deve servire a mantenere l’equilibrio di potere in Asia e impedire che la Cina diventi la potenza dominante della regione. Tuttavia, Colby sostiene anche che Taiwan debba assumersi molte più responsabilità per la propria difesa. Negli ultimi anni ha criticato più volte Taipei per non spendere abbastanza in armamenti, addestramento e preparazione militare.
Questa logica produce posizioni che creano imbarazzo sia a Pechino che a Taipei. Da un lato, Colby ha ripetutamente sostenuto che Taiwan dovrebbe portare la spesa militare fino al 10% del PIL — una cifra che Taipei considera fantasiosa. Dall’altro, ha abbracciato la dottrina del Broken Nest: in caso di crisi nello Stretto di Taiwan, gli stabilimenti della TSMC — il cuore tecnologico dell’economia mondiale — andrebbero distrutti prima che possano cadere nelle mani di Pechino.
11:14 PM · Feb 24, 2024 · 58,3K Visualizzazioni
Una decisione che, ha precisato Colby, non spetta a Taiwan.
Sorry but that’s not just a Taiwanese decision. Far too important for the rest of us.
5:18 PM · May 6, 2023 · 463K Visualizzazioni
È una posizione che ha già provocato una rottura aperta con Taipei: il ministro della Difesa taiwanese ha risposto senza mezzi termini che Taiwan non permetterà mai agli USA di far saltare TSMC. Nel frattempo, i media di stato cinesi hanno usato queste dichiarazioni per alimentare la narrativa che Washington tratti Taiwan come una pedina sacrificabile.
Come commenta Guancha, TSMC non è un asset taiwanese — è un impianto di produzione americano situato su suolo taiwanese. La tecnologia di base viene dagli USA, i software di progettazione vengono dagli USA, i principali azionisti sono capitali americani. Taiwan fornisce manodopera qualificata ed energia, ma i profitti alti restano a Nvidia, Apple, Qualcomm. I rischi produttivi, i costi ambientali e la vulnerabilità geopolitica restano sull’isola.
A conferma di questa lettura, gli analisti cinesi citano il salto degli investimenti di TSMC negli USA: da 40 a 165 miliardi di dollari, con espansione dai processi a 3 nanometri a quelli a 2 nanometri, e da un singolo stabilimento a un cluster completo che include packaging avanzato e centri di ricerca.
La visita del CEO Wei Zhejia alla Casa Bianca per farsi fotografare con Trump viene letta come resa formale: di fronte alla pressione americana, la sovranità aziendale di TSMC deve cedere.
C’è poi la vulnerabilità energetica, spesso sottovalutata nel dibattito occidentale. Taiwan dipende dalle importazioni per oltre il 96% del suo fabbisogno energetico. TSMC da sola consuma oltre il 9% dell’elettricità dell’intera isola. In uno scenario di blocco navale o di crisi nello Stretto, TSMC si ferma prima ancora che arrivi un soldato. Allo stesso modo, crisi come quelle ad Hormuz colpiscono duramente il settore dell’alta tecnologia taiwanese.
In questo contesto, la dottrina Broken Nest di Colby — distruggere TSMC piuttosto che lasciarla alla Cina — viene letta non come deterrenza ma come conferma: Taiwan non è necessariamente un alleato da proteggere, ma un asset da sfruttare e, all’occorrenza, neutralizzare.
Colby non è un tecnico della difesa capitato per caso sull’Indo-Pacifico. È un uomo la cui famiglia ha attraversato l’Asia per generazioni, e la sua storia famigliare mostra l’evoluzione degli interessi statunitensi in Asia Orientale.
Il primo Elbridge Colby (bisnonno dell’attuale Sottosegretario alla Difesa per la Politica Militare) era un ufficiale dell’esercito americano di stanza nella città cinese di Tianjin durante il periodo coloniale.
Il nonno William Colby era direttore della CIA durante la guerra del Vietnam. Il padre Jonathan Colby è un dirigente di The Carlyle Group (multinazionale americana che opera nel settore del private equity, della gestione di asset alternativi e dei servizi finanziari) e ha trascorso gran parte della sua carriera in Giappone.
L’attuale rampollo della famiglia Colby, architetto dell’attuale strategia statunitense in Estremo Oriente, ha effettivamente frequentato scuole internazionali in Asia, ma non parla una lingua asiatica. A un certo punto, il giovane Colby ha twittato di “non essere un esperto di società e politica taiwanese”, un’ammissione singolare da parte di qualcuno la cui missione sarebbe impedire la riunificazione della Cina con Taiwan.
Tutto ciò illustra chiaramente la confusa presenza americana in Asia.
I ritardi nelle consegne
La sospensione del pacchetto da 14 miliardi annunciata questa settimana non è che l’ultimo capitolo di un problema strutturale molto più grande. Secondo il Taiwan Security Monitor, che traccia sistematicamente tutte le vendite militari USA a Taiwan, a dicembre 2025 il valore totale del backlog — armi approvate e pagate ma non ancora consegnate — ha raggiunto circa 32 miliardi di dollari, dopo che Trump ha approvato a dicembre il più grande pacchetto di vendite militari della storia: oltre 11 miliardi.
L’arretrato di 32 miliardi di dollari rappresenta una cifra non indifferente, se consideriamo che dal febbraio 2022 a febbraio 2025, gli Stati Uniti hanno trasferito all’Ucraina armamenti per un valore di 64,1 miliardi di dollari, e dal 7 ottobre 2023 all’ottobre 2025 gli Stati Uniti avrebbero fornito a Israele 21,7 miliardi di dollari in armi.
Nonostante i ritardi nella consegna di armi a Taiwan, dopo l’approvazione del pacchetto da 11 miliardi di dollari, nel mese successivo il Congresso americano ha approvato un ulteriore pacchetto da 14 miliardi, ma la vendita non può procedere finché Trump non la sottopone formalmente al Congresso.
In un’intervista ai media in occasione del suo viaggio a Pechino, Trump ha definito le vendite di armi a Taiwan “un ottimo elemento negoziale” nei rapporti con la Cina, una affermazione che ha fatto presagire un cambio di posizione degli Stati Uniti, che tradizionalmente non hanno mai discusso con Pechino in merito alla vendita di armi a Taiwan.
L’annuncio degli ultimi giorni del blocco al pacchetto da 14 miliardi sembra confermare un dialogo con Pechino.
Ma nonostante il blocco, l’arretrato di 32 miliardi rappresenta consegne già contrattualizzate, già pagate da Taiwan, teoricamente già in produzione o in attesa di consegna. Quel flusso dipende da logistica, capacità produttiva, e priorità di allocazione del Pentagono — non dalla decisione politica di Trump sui nuovi pacchetti.
Teoricamente quindi gli Stati Uniti potrebbero inviare armi a Taiwan indipendentemente dall’approvazione di nuovi pacchetti, ma la considerevole dimensione degli arretrati, accumulati per lo più dal 2015 ad oggi, indica una strategia sistematica di estrazione finanziaria da parte degli Stati Uniti
Taiwan si affida quasi esclusivamente agli USA per le vendite di armi a causa dei suoi vincoli diplomatici, il che la rende particolarmente vulnerabile ai ritardi cronici e ai problemi sistemici nelle consegne americane. Ma nonostante l’apparato militare-industriale statunitense sia in ritardo nella consegna di armi già pagate dall’isola, l’amministrazione americana fa pressioni affinché l’isola spenda in armi il 10% del proprio PIL.
La mancanza di consegne mina la fiducia dei contribuenti taiwanesi in questo tipo di spesa, rendendo sempre più difficile per i legislatori giustificarla davanti ai loro elettori. Recentemente la camera legislativa di Taiwan (controllata dall’opposizione: il Kuomintang e il Taiwan People’s Party) ha approvato un budget straordinario per la difesa da 25 miliardi di dollari, una cifra che è significativamente inferiore ai 40 miliardi richiesti dal presidente Lai Ching-te.
Taiwan sembra voler minimizzare l’impatto della sospensione della vendita di armi decisa dall’amministrazione americana. Come riporta Reuters, il governo di Taiwan ha dichiarato venerdì di non aver ricevuto alcuna informazione sui ritardi nelle vendite di armi statunitensi.
Il ministro della Difesa di Taiwan, Wellington Koo, ha dichiarato martedì di essere “cautamente ottimista” riguardo alle vendite di armi dagli Stati Uniti. Parlando con i giornalisti in parlamento, Koo ha affermato che gli Stati Uniti hanno ripetutamente dichiarato che la loro politica nei confronti di Taiwan non è cambiata.
“Per lungo tempo, gli Stati Uniti hanno mantenuto la pace e la stabilità nella regione dello Stretto di Taiwan attraverso canali di vendita di armi. Ciò è stato stabilito in base al Taiwan Relations Act”, ha aggiunto, riferendosi alla legge del 1979 che disciplina le vendite di armi.
“Pertanto, in queste circostanze, riteniamo che il mantenimento di questo canale di vendita di armi sia in linea con gli interessi degli Stati Uniti”, ha affermato Koo.
Durante un’intervista a NTD News, il rappresentante di Taiwan negli Stati Uniti, Alexander Yui, parlando della recente visita di Trump in Cina e dell’incertezza sulla vendita di armi per un valore di 14 miliardi di dollari, ha dichiarato che:
“I taiwanesi credono nella pace attraverso la forza. L’approvazione di questo pacchetto di armi a Taiwan ha perfettamente senso: così possiamo difenderci da soli e le truppe statunitensi non avranno bisogno di percorrere 9.500 miglia per venire in nostro soccorso”.
Al di là delle dichiarazioni ufficiali, la crisi delle vendite di armi a Taiwan mostra un problema profondo: gli Stati Uniti stanno entrando in una fase in cui le risorse militari, industriali e politiche non sembrano più sufficienti per sostenere contemporaneamente più fronti globali senza tensioni interne.
Per Taipei il problema non riguarda soltanto la Cina, ma anche la crescente incertezza sull’affidabilità americana. Per anni Taiwan ha acquistato armi dagli Stati Uniti nella convinzione che il sostegno militare americano fosse una garanzia stabile e automatica. Oggi, tra arretrati miliardari, ritardi cronici e pacchetti congelati per motivi geopolitici, quella certezza appare molto meno solida di quanto sembrasse in passato.
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