La storia del divario economico tra le due grandi potenze asiatiche

da Dazibao

India e Cina sono due paesi che in passato si sono trovati in condizioni simili: due giganti agrari paragonabili per dimensione geografica e popolazione, hanno assunto l’attuale forma statale negli anni ‘40 del ‘900, quando erano tra i luoghi più poveri del pianeta, con aspettative di vita attorno ai 35-40 anni e analfabetismo di massa.

Per la Cina, quella fase storica ha rappresentato un trauma profondo. Il Paese usciva da decenni di devastazione, segnati prima dal colonialismo europeo, poi da una lunga guerra civile e dall’invasione giapponese, conflitti che provocarono la morte di decine di milioni di persone. Solo nel 1949 la guerra civile si concluse con l’affermazione del Partito Comunista Cinese.

L’esperienza dell’India fu invece molto diversa. Dopo essere stata per lungo tempo una colonia dell’Impero britannico, ha ottenuto l’indipendenza senza una guerra di liberazione su larga scala. Alcune delle strutture amministrative create durante il dominio coloniale sono state mantenute e incorporate nel nuovo Stato.

Certo anche l’India ha vissuto momenti di profonda tensione: la Partizione dell’India del 1947, che ha dato origine a un’India a maggioranza indù e a un Pakistan a maggioranza musulmana, è stata accompagnata da violenze diffuse e da enormi spostamenti di popolazione. Tuttavia, per intensità, durata e distruzione complessiva, quell’esperienza è stata profondamente diversa da quella vissuta dalla Cina nel medesimo periodo storico.

Se alla fine della Seconda guerra mondiale qualcuno avesse dovuto puntare sul Paese con le migliori prospettive di sviluppo tra India e Cina, con ogni probabilità avrebbe scelto la democratica India, e non la Cina maoista.

E i primi decenni sembravano dargli ragione: mentre l’India attraversava una fase di relativa stabilità istituzionale, la Cina fu sconvolta da alcuni degli episodi più traumatici della sua storia, come il Grande balzo in avanti e la Rivoluzione culturale.

Ancora nel 1985, economisti di spicco scrivevano articoli sul New York Times sostenendo che “l’economia indiana è progredita senza le drammatiche oscillazioni (come la Rivoluzione Culturale) che hanno afflitto l’economia cinese. Molto più della Cina, oggi l’India è un miracolo economico in attesa di compiersi”. Effettivamente alla metà degli anni ‘80 la Cina era ancora sensibilmente più povera dell’India: il reddito mediano, corretto per il potere d’acquisto, era pari a 1,88 dollari al giorno, rispetto ai 2,94 dollari registrati in India.

Eppure dalla metà degli anni ‘80 ad oggi, il reddito mediano cinese è aumentato del 611%, mentre quello indiano è aumentato solo dell’88%. Oggi la Cina è un’economia di 19,6 migliaia di miliardi di dollari, mentre quella indiana è di 4,4 migliaia di miliardi di dollari. Ciò significa che l’economia cinese è circa 5 volte più grande di quella indiana.

Oggi in India 129 milioni di persone (circa il 10% della popolazione) vive in condizioni di povertà assoluta, cioè la condizione economica in cui a un individuo mancano le risorse di base. Una condizione che in Cina non è più presente da anni.

Perché questo divario? Ne ha parlato recentemente David Oks, riprendendo le tesi di Jean Drèze e Amartya Sen pubblicate nel libro Hunger and Public Action.

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La prima parte della storia: Deng Xiaoping e il “capitale estero”

Comunemente la risposta a questa domanda viene ricercata nelle riforme di Deng Xiaoping, il leader cinese che ha preso il potere alla morte di Mao Zedong (avvenuta nel 1976), e ai massicci investimenti occidentali. La realtà è decisamente più complessa di così!

Per trent’anni, dal 1947 in poi, l’Occidente ha investito in India enormemente più che in Cina.

Nel 1948, secondo il primo censimento della Reserve Bank of India, lo stock di investimenti diretti esteri in India ammontava a 2 miliardi e mezzo di rupie, in larghissima parte capitale britannico ereditato dal periodo coloniale. Una cifra che rappresentava il 3% dell’intera economia indiana dell’epoca: una presenza economica tutt’altro che marginale per un Paese appena uscito dal dominio coloniale.

Nel marzo del 1950, la strategia di industrializzazione indiana si concentrò sullo sviluppo delle capacità locali nelle industrie pesanti. Questa strategia, unita alla crisi valutaria del 1957-58, portarono a un’ulteriore liberalizzazione dell’atteggiamento del governo nei confronti degli investimenti diretti esteri (IDE): lo stock di IDE in India passa dai 2,56 miliardi di rupie nel 1948 a 5,66 miliardi di rupie nel 1964, per poi aumentare ulteriormente a 9,16 miliardi di rupie nel marzo del 1974.

L’industria siderurgica pubblica indiana, il cuore del modello Nehru-Mahalanobis, è stata costruita interamente da potenze straniere in gara tra loro. Rourkela dalla Germania Ovest (consorzio Krupp-Demag), Durgapur dal Regno Unito, Bhilai e poi Bokaro dall’Unione Sovietica.

L’India degli anni ‘50-’60 non solo aveva accesso al capitale occidentale: giocava su entrambi i tavoli della Guerra Fredda, facendosi costruire acciaierie da Bonn, Londra e Mosca simultaneamente, un lusso geopolitico che la Cina, dopo la rottura sino-sovietica del 1960 e sotto embargo occidentale, non poteva nemmeno sognare.

Oltre al capitale privato va sommato un ulteriore canale: gli aiuti internazionali. Il primo prestito della Banca Mondiale a un paese in via di sviluppo andò all’India nel 1949 (34 milioni di dollari per le ferrovie); nel 1958 nacque l’Aid India Consortium guidato dalla Banca Mondiale con USA, Regno Unito, Germania Ovest, Giappone e altri. Il primo consorzio di donatori della storia, creato apposta per l’India.

Il programma alimentare americano USAID e PL–480 (spedizioni di grano destinate ad aiuti umanitari) fu così massiccio che, secondo le stime citate dal Cato Institute, coprì il 35% dell’intero deficit pubblico indiano tra il 1962 e il 1971.

Anche la Rivoluzione Verde, che negli anni ‘60 ha trasformato l’agricoltura indiana consentendo al paese di uscire dalla crisi alimentare, resa possibile dalla combinazione tra la ricerca internazionale sulle nuove varietà di cereali, è stata fortemente influenzata dai centri internazionali, sostenuti da Rockefeller, Ford, USAID e altri organismi internazionali.

Il risultato: l’India è stata il più grande beneficiario di aiuti allo sviluppo al mondo, mentre contemporaneamente la Cina era un paese isolato, non riconosciuto dalle Nazioni Unite, e che, durante le politiche del Grande Balzo in Avanti, ha attraversato una delle peggiori carestie della storia contemporanea.

Ma all’inizio degli anni ‘70 il clima in India cambia. Si diffonde l’idea che il capitale straniero non sviluppa davvero i Paesi poveri, ma li mantiene subordinati: le multinazionali rimpatriano troppi profitti, controllano tecnologie strategiche, influenzano la politica nazionale e impediscono la crescita di grandi imprese indiane.

Il 1973 è l’anno del FERA (Foreign Exchange Regulation Act), che impone un tetto del 40% al capitale estero nelle Joint Venture indiane, limitando la presenza delle multinazionali per ottenere, in proiezione, tecnologia e maggiore controllo nazionale.

Una strategia che per certi versi ricorda le condizioni che Deng Xiaoping imporrà anni dopo al capitale straniero in ingresso in Cina. Ma gli investitori abbandonano l’India: nel 1977-78, 54 multinazionali chiedono di uscire, tra queste IBM e Coca-Cola (a cui il governo Janata pretendeva di far rivelare rispettivamente i codici e la formula segreta), più Kodak e Mobil.

Contemporaneamente iniziano a crescere gli investimenti verso la Cina. Ma il capitale che fa decollare la Cina non è occidentaleI dati sono schiaccianti: Hong Kong, Macao e Taiwan da soli forniscono il 66% degli Investimenti Diretti Esteri che arrivano in Cina tra il 1979 e il 1992, e il 55% tra il 1993 e il 2001. Considerando tutte le economie di nuova industrializzazione asiatiche si arriva al 73,9% del cumulato 1984-93, con Hong Kong da sola al 62%.

La Minneapolis Fed calcola che tra il 1990 e il 1994 Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone insieme hanno fornito appena il 18% degli afflussi, e la quota è persino calata nei decenni successivi.

Il capitale che ha industrializzato il Guangdong e il Fujian era capitale cinese d’oltremare: gli imprenditori di Hong Kong e Taiwan che, con i costi in ascesa a casa loro, hanno spostato le fabbriche nelle Zone Economiche Speciali aperte da Deng Xiaoping (i laboratori per l’apertura della Cina agli investimenti esteri), portando con sé capitale, tecnica manifatturiera e ordini dai committenti occidentali. È quello che l’economista americano Barry Naughton chiama “the China circle”.

Ma perché a investire nella Cina continentale è stata soprattutto la “Cina d’oltremare”?

Per una combinazione di vantaggi economici, legami culturali e circostanze storiche. Se ci si mette nei panni di un imprenditore di Hong Kong o Taiwan nel 1980, investire nella Cina continentale era una scelta quasi naturale. Parlavano la stessa lingua, avevano parenti e reti sociali nella Cina continentale e Deng Xiaoping puntò deliberatamente su di loro.

Le prime Zone Economiche Speciali non furono messe a caso. Basta guardare la geografia: Shenzhen è di fronte a Hong Kong, Zhuhai è di fronte a Macao e Xiamen è di fronte a Taiwan. Deng voleva attirare proprio quei capitali.

E poi dalla Cina d’oltremare proveniva anche capitale cinese riciclato: negli anni ‘90 la Cina offriva agli investitori “esteri” un pacchetto di privilegi enormi, fatto di concessioni fiscali, terreni e immobili in leasing agevolato, regimi speciali sui cambi.

Il risultato è stato che il riciclaggio di investimenti diretti esteri, cioè il capitale cinese che usciva, ad esempio, verso Hong Kong, e rientrava travestito da investimento estero, ha rappresentato secondo le stime della Banca Mondiale tra il 30 e il 50 per cento di tutti gli afflussi di Investimenti Diretti Esteri in Cina tra il 1994 e il 2008.

In altre parole: fino alla metà dei primi anni Duemila, una quota tra un terzo e la metà del “capitale straniero” che costruiva la Cina era capitale cinese con passaporto di comodo.

Quindi la Cina, a differenza dell’India, ha beneficiato di investimenti più vincolati geograficamente e politicamente, quindi più stabili.

Ma questa è soltanto metà della storia, e da sola non spiega perché la Cina abbia compiuto il salto economico che all’India non è riuscito. Perché poi, nel 1991, l’India è tornata ad aprirsi agli investimenti esteri, ma tra il 2000 e il 2022, molto tempo dopo l’apertura sia della Cina e sia dell’India, la Cina ha continuato ad essere considerevolmente più ricca, con un divario che non ha fatto altro che aumentare.

La seconda parte della storia: Mao Zedong e il “capitale umano”

Ciò che è accaduto nella Cina aperta e riformata da Deng Xiaoping non è avvenuto nel vuoto, ma si è basato su precondizioni costruite nei decenni precedenti, i decenni del maoismo.

Se è vero che durante il governo di Mao Zedong (1949 – 1976) la Cina era sensibilmente più povera rispetto all’India, come dimostra un confronto dei dati del PIL e del reddito medio, però è altrettanto vero che altri indicatori mostravano una Cina che era già in rapida crescita rispetto all’India.

Si tratta degli indicatori dello sviluppo umano. Durante il maoismo i livelli di istruzione e sanità superavano di gran lunga quelli che ci si sarebbe aspettati da un paese con il livello di reddito che la Cina aveva raggiunto.

Le vaste campagne di alfabetizzazione e l’espansione dell’istruzione pubblica hanno portato a un rapido aumento del livello di istruzione della popolazione. Il tasso di alfabetizzazione è passato da circa il 20% nel 1949 a quasi il 70% nel 1982, con progressi particolarmente significativi tra le donne.

Parallelamente, anche gli indicatori sanitari sono migliorati in modo impressionante: tra l’inizio degli anni ‘50 e la fine degli anni ‘60 la mortalità infantile si è ridotta di circa l’80%. Nonostante le tragedie che hanno segnato l’era maoista, prima fra tutte la Grande carestia provocata dal Grande Balzo in Avanti, la Cina ha registrato uno dei più rapidi incrementi dell’aspettativa di vita mai osservati in un Paese in tempo di pace, passando da circa 35 anni nel 1949 a circa 61 nel 1976.

Anche la posizione delle donne nella società è cambiata profondamente: alla fine degli anni ‘60 la loro partecipazione al mercato del lavoro era tra le più elevate al mondo, superando quella di numerosi Paesi industrializzati.

La Cina era ormai un Paese socialmente molto più moderno di quanto il suo livello di reddito lasciasse immaginare. Nel 1980, pur avendo un PIL pro capite inferiore di circa l’80% rispetto a quello del Messico, aveva già raggiunto un’aspettativa di vita pressoché identica a quella messicana.

Mao aveva tre obiettivi fondamentali: dare alla Cina istituzioni in grado di controllare il territorio nella sua interezza, cosa che nessun potere in Cina era più stato in grado di fare dal 1850 in poi, con l’inizio del colonialismo; rifondare la società secondo i principi del comunismo; trasformare la Cina da un Paese povero e agricolo in una grande economia industriale.

Il terzo obiettivo, rendere la Cina prospera e industrializzata, non verrà raggiunto. Per tutta la durata del suo governo il Paese è rimasto povero, e alcune delle politiche economiche di Mao si sono concluse con risultati disastrosi.

Ma per i primi due obiettivi, controllo del territorio e trasformazione della società cinese, il suo successo è stato straordinario. Tra il 1949 e il 1976 il Partito Comunista ha ridisegnato dalle fondamenta la vita politica, sociale ed economica della Cina.

Quando gli analisti della Banca Mondiale hanno visitato la Cina all’inizio degli anni ‘80, hanno notato questo paradosso: pur essendo ancora un Paese poverissimo, la Cina aveva già garantito ai suoi gruppi a basso reddito condizioni migliori, in termini di bisogni essenziali, rispetto alla maggior parte degli altri Paesi poveri. Se quell’enorme riserva di capitale umano, istruzione di base e salute, fosse stato combinato con una apertura della Cina al resto del mondo, concludevano, la Cina avrebbe potuto migliorare drasticamente il tenore di vita nel giro di una generazione.

Perché l’industrializzazione rapida richiede qualcosa che le società agrarie tradizionali non producono: una forza lavoro sufficientemente istruita da poter apprendere nuove competenze, abbastanza in salute da lavorare con continuità, organizzata e affidabile nei ritmi produttivi e abbastanza emancipata dai vincoli dell’economia tradizionale da potersi spostare e lavorare dove le opportunità sono maggiori.

Gli Stati europei hanno impiegato secoli a fabbricare questo “uomo nuovo”. La Cina maoista l’ha fabbricato in trent’anni, senza lesinare nei metodi.

Tra il 1949 e il 1976 lo Stato cinese ha annientato sistematicamente ogni potere intermedio, considerato un ganglio di potere tradizionale da sradicare: vecchi proprietari terrieri sono stati espropriati della loro terra e, in alcuni casi, uccisi dai contadini nelle sessioni di lotta; le società segrete e le sette, che in Cina contavano circa 13 milioni di aderenti nel 1949, sono state distrutte; i santuari religiosi sono stati demoliti, recidendo i loro legami con le élite locali.

Ogni rappresentante del potere tradizionale nella vita cinese è stato annientato, assieme al confucianesimo e altri pilastri del vecchio ordine, in ogni ambito.

Nel 1950 il governo della Repubblica Popolare approva la nuova Legge sul Matrimonio, una delle riforme sociali più radicali dell’epoca. La legge aboliva i matrimoni combinati, il concubinato e i fidanzamenti infantili, riconoscendo alle donne il diritto di possedere beni, di chiedere il divorzio e di mantenere il proprio cognome dopo il matrimonio.

È stata una rottura senza precedenti con il tradizionale ordine patriarcale che per secoli aveva regolato la famiglia cinese. La riforma non mancò di suscitare forti resistenze, soprattutto nelle campagne, ma il Partito Comunista le ha represse con decisione, colpendo gli oppositori come esponenti delle vecchie classi dominanti e incoraggiando le donne a denunciare gli abusi subiti all’interno della famiglia.

Parallelamente, la massiccia mobilitazione femminile nel mondo del lavoro, riassunta dallo slogan maoista “le donne sostengono metà del cielo”, ha trasformato profondamente la società: decine di milioni di donne entrarono per la prima volta nella vita economica, conquistando un grado di autonomia sconosciuto nelle generazioni precedenti.

Così, la tradizionale famiglia patriarcale cinese, che non era soltanto un nucleo domestico, ma una vera e propria istituzione dotata di un forte potere sui suoi membri, viene progressivamente smantellata.

In altre parole, il maoismo ha distrutto il potere giurisdizionale delle istituzioni tradizionali (il clan non decide più chi sposi, il proprietario non controlla più la terra) lasciandone il capitale sociale, riattivato poi in chiave commerciale

Un’altra trasformazione profonda è stata la quasi totale eliminazione del consumo di oppio e della tossicodipendenza. Quando il Partito Comunista ha preso il potere nel 1949, la Cina usciva da oltre un secolo in cui l’oppio, le cui importazioni erano state imposte dal colonialismo inglese, aveva devastato ampie fasce della popolazione cinese.

Ma oltre all’oppio importato, in Cina nel corso dei decenni erano sorte piantagioni di oppio interne. Il nuovo Stato lancia una campagna nazionale di straordinaria durezza: la coltivazione del papavero viene proibita, i trafficanti arrestati e, nei casi più gravi, condannati a morte, mentre milioni di consumatori vengono sottoposti a programmi obbligatori di disintossicazione e rieducazione.

Nel giro di pochi anni il mercato dell’oppio viene sostanzialmente smantellato e il fenomeno della dipendenza, che per decenni aveva rappresentato una grave piaga sociale, scompare quasi completamente dalla Cina continentale. Il risultato è stato ottenuto attraverso una combinazione di repressione penale, mobilitazione di massa e rigido controllo statale, tipica delle campagne politiche del periodo maoista.

In India non è accaduto niente di tutto questo. Non perché mancassero le intenzioni: il Primo Ministro indiano Nehru detestava le “superstizioni e le usanze soffocanti” della vita tradizionale almeno quanto Mao, ma non aveva il potere di agire.

Il Congresso Nazionale Indiano, il partito politico indiano diventato riferimento del movimento d’indipendenza indiano, non era un movimento ideologico: era un’arca che teneva insieme laici e tradizionalisti indù, socialisti e sciovinisti di casta, e soprattutto dipendeva elettoralmente dai grandi proprietari terrieri.

Ogni riforma in India ha seguito lo stesso copione: legge ambiziosa, applicazione scarsa.

Anche l’India cercò di modernizzare la famiglia tradizionale, ma seguendo una strada molto diversa da quella cinese. Tra il 1955 e il 1958 il governo di Nehru ha fatto approvare i cosiddetti Hindu Code Bills, una delle riforme sociali più ambiziose dell’India indipendente.

Le nuove leggi hanno abolito molti aspetti del diritto di famiglia tradizionale, introducendo il divorzio civile, limitando la poligamia tra gli indù, ampliando i diritti ereditari delle donne e riconoscendo loro una maggiore autonomia giuridica.

L’approvazione, però, è stata estremamente travagliata. Il progetto originario, elaborato sotto la guida del giurista B. R. Ambedkar, attivista critico verso il sistema delle caste, ha incontrato una fortissima opposizione da parte dei settori più conservatori del Parlamento, delle organizzazioni religiose e di una parte dello stesso Partito del Congresso. Nel 1951 Ambedkar si dimette dal governo di Nehru dopo che il disegno di legge sul codice indù viene respinto in parlamento.

Dopo anni di scontri politici, il testo iniziale è stato spezzato in quattro leggi distinte e approvato in una versione più moderata rispetto a quella originariamente proposta. Ad esempio: l’uguaglianza patrimoniale non fu piena; le figlie continuarono ad avere diritti inferiori in diversi casi; molte discriminazioni nella successione rimasero in vigore.

Il divieto delle doti matrimoniali (1961), che costringevano le famiglie delle spose a sostenere spese enormi, è rimasto lettera morta: tra il 1999 e il 2016 gli omicidi legati alla dote costituivano ancora il 40-50% di tutti gli omicidi di donne registrati.

Nonostante le riforme legislative, il divorzio e i matrimoni tra persone di caste diverse continuarono a essere eventi eccezionali. Nelle campagne, le norme sociali imposte dalla famiglia e dalla comunità conservavano spesso un peso maggiore della legge. Allo stesso modo, molte pratiche tradizionali che limitavano i diritti patrimoniali delle donne continuarono a sopravvivere.

Solo con l’Hindu Succession (Amendment) Act del 2005 le donne hanno ottenuto gli stessi diritti dei figli maschi nella eredità.

Tutto ciò fece sì che lo Stato indiano non riuscì a trasformare la società con la stessa profondità raggiunta dalla Cina. Le reti di parentela, le gerarchie tradizionali e le autorità consuetudinarie hanno continuato a esercitare un’influenza determinante sulla vita sociale, soprattutto nelle aree rurali.

Nel giro di una sola generazione, la Cina trasformò radicalmente i propri indicatori sanitari, mentre l’India migliorò a un ritmo molto più lento. Se nel 1950 l’aspettativa di vita indiana era inferiore a quella cinese di appena tre anni, nel 1980 il divario aveva raggiunto circa undici anni.

Lo stesso fenomeno emerge osservando la mortalità sotto i cinque anni: nel 1950 era del 27% in India e del 32% in Cina; trent’anni dopo era scesa al 6,3% in Cina, e solo al 17% in India.

Lo stesso vale per l’istruzione: in India gli Indian Institutes of Technology, eccellenze mondiali che formano il 2,6% degli universitari e assorbono la maggior parte dei fondi pubblici per l’istruzione superiore, si stagliano sopra un oceano di scuole primarie disastrose.

Nel 1990, solo il 55% dei bambini indiani aveva completato la scuola primaria, rispetto all’87% dei bambini cinesi. E la qualità dell’istruzione è differente: quando nel 2009 l’India ha partecipato per la prima e unica volta ai test PISA (l’indagine triennale dell’OCSE che valuta le competenze dei quindicenni in lettura, matematica e scienze) si è classificata penultima su 70 partecipanti, davanti al solo Kirghizistan. Il governo ha reagito ritirandosi da tutti i cicli successivi. La Cina invece vanta la prima posizione nella classifica mondiale dei test PISA.

La mancanza di progresso è stata particolarmente incisiva per le donne: per quanto riguarda la partecipazione femminile alla forza lavoro, a fine anni 2010 in India era circa il 27%. Come commenta David Oks, l’India registra un dato più vicino all’Afghanistan (18%) che alla Cina (61%), facendo sì che la forza lavoro in India sia significativamente inferiore a quella cinese, nonostante l’India sia il paese con la maggior popolazione al mondo.

Il miglioramento degli indicatori di sviluppo umano in Cina registrati durante il periodo maoista non dipende da una crescita economica, ma da un investimento sul capitale umano messo in atto dalla politica.

Una politica che certo non è stata infallibile: come commentano Jean Drèze e Amartya Sen in Hunger and Public Action, se la carestia cinese del 1958-61 è stata una delle peggiori della storia contemporanea, l’India invece non ha più avuto carestie dal 1947. Ma confrontando il tasso di mortalità indiano (12 per mille) con quello cinese (7 per mille), negli anni ‘90 l’India registrava un eccesso di mortalità rispetto alla Cina di 3,9 milioni di persone l’anno, nonostante l’età media in Cina fosse leggermente superiore. Come scrivono i due autori:

L’India sembra riuscire a riempire il proprio armadio di più scheletri ogni otto anni di quanti la Cina ve ne abbia messi nei suoi anni di vergogna.

Cioè ogni otto anni l’India ha registrato un Grande Balzo in Avanti silenzioso, per decenni.

Ma la violenza del maoismo era necessaria?

A questo punto emerge inevitabilmente una domanda. La violenza era davvero necessaria? La trasformazione sociale realizzata dal maoismo, le campagne politiche, le repressioni, la distruzione delle vecchie gerarchie, era il prezzo inevitabile dell’industrializzazione, oppure la Cina avrebbe potuto raggiungere gli stessi risultati seguendo una strada più pacifica?

Si potrebbe sostenere che la Cina sotto questo aspetto sia stata una eccezione nel panorama dell’Asia Orientale, con paesi come Taiwan, il Giappone o la Corea del Sud che hanno consolidato un processo di industrializzazione in maniera radicalmente differente rispetto a quello seguito dalla Cina.

In realtà praticamente nessuno dei grandi casi di industrializzazione della regione è avvenuto all’interno di una democrazia liberale stabile.

Il Giappone è il modello originario di tutto lo sviluppo est-asiatico successivo, e la sua traiettoria smentisce nel modo più diretto l’idea che l’industrializzazione asiatica non comunista sia stata un fenomeno mite. Se la rivoluzione di Mao Zedong in Cina è stata una rivoluzione dal basso, il Giappone è l’archetipo di una seconda via: la rivoluzione dall’alto che sfocia nel fascismo.

In Giappone l’industrializzazione comincia molto prima che nel resto dell’Asia. Il punto di partenza è la Restaurazione Meiji, quando un intero ordine sociale, quello dei samurai, viene abolito per decreto nel giro di un decennio: ai samurai vennero concessi stipendi ereditari commutati d’ufficio in obbligazioni che l’inflazione polverizzò presto. Le ribellioni vennero represse nel sangue, culminando nella rivolta di Satsuma del 1877, l‘ultima e più sanguinosa rivolta dei samurai contro il governo imperiale Meiji, che terminò con una repressione di decine di migliaia di morti.

La coscrizione universale del 1873, percepita dai contadini come una “tassa del sangue”, scatenò rivolte contadine represse militarmente. E soprattutto la riforma fiscale fondiaria del 1873, l’imposta in denaro sul valore della terra, esigibile in qualsiasi annata, trasferì sui contadini l’intero costo dell’industrializzazione.

Quando il ministro Matsukata impose la sua deflazione (1881-85) per stabilizzare la moneta, il risultato fu un’espropriazione di massa per via di mercato: centinaia di migliaia di famiglie contadine perdettero la terra per debiti, e la rivolta di Chichibu del 1884 (a cui parteciparono decine di migliaia di contadini indebitati in armi) fu schiacciata dall’esercito.

Le figlie di quei contadini indebitati finirono nelle filande. L’industrializzazione giapponese fu portata, in proporzione schiacciante, da giovanissime operaie tessili reclutate nei villaggi con contratti di anticipo salariale pagati ai padri, chiuse in dormitori sorvegliati, con turni di dodici ore e la tubercolosi come malattia professionale che i rientri in villaggio disseminavano per le campagne.

A inizio Novecento le donne erano la grande maggioranza della forza lavoro industriale, un modello che anche la Corea del Sud replicherà.

Ma il tratto più rilevante è un altro: nel caso giapponese, lo sviluppo e la predazione esterna non furono due fenomeni paralleli, ma furono lo stesso fenomeno, finanziariamente e strutturalmente. La prova contabile è l’indennità che l’impero nipponico pretese dalla Cina dopo averla aggredita in occasione della guerra sino-giapponese: nel 1895, con il trattato di Shimonoseki, la Cina sconfitta fu costretta a pagare circa 230 milioni di tael d’argento, oltre il triplo dell’intero bilancio annuale dello Stato giapponese.

Con quel denaro il Giappone adottò il gold standard (1897), agganciandosi alla finanza mondiale, e finanziò le acciaierie statali di Yawata (1901), la culla dell’industria pesante nazionale. L’acciaio giapponese nasce, alla lettera, come indennità di guerra cinese. Seguirono, nella stessa logica, la Corea e Taiwan come colonie di approvvigionamento, la Manciuria come laboratorio dell’industrializzazione pianificata (lo Stato-industria del Manchukuo, dove si formarono i tecnocrati — Kishi Nobusuke in testa — che avrebbero poi guidato il miracolo postbellico), e infine l’aggressione totale alla Cina dal 1937, con il suo corredo di violenza.

Il “miracolo” postbellico giapponese ereditò da quel percorso lo Stato sviluppista, i conglomerati e i tecnocrati — ripuliti dalla sconfitta e riciclati dall’occupazione americana.

Taiwan è il caso preferito di chi cerca un modello di industrializzazione asiatico contrapposto a quello cinese. Ma guardiamolo nel dettaglio il modello di industrializzazione seguito dall’isola di Taiwan.

Prima fase: cinquant’anni di colonialismo giapponese (1895-1945). Fu un colonialismo peculiare, sviluppista e non solo estrattivo, ma la sua natura coercitiva è fuori discussione: la conquista stessa costò decine di migliaia di morti nella resistenza e la nuova identità della società taiwanese venne imposta dai giapponesi con campagne di assimilazione forzata. Le popolazioni aborigene dell’isola furono sottomesse con campagne militari che nel caso della rivolta di Musha (1930) impiegarono l’aviazione e i gas, il primo utilizzo di guerra chimica in Asia.

Sommando la repressione coloniale, le campagne contro gli aborigeni e il coinvolgimento dell’isola nello sforzo bellico giapponese durante la Seconda guerra mondiale, gli storici stimano che le vittime taiwanesi siano state dell’ordine di circa centomila persone.

Dentro questa gabbia, però, il colonialismo giapponese costruì ciò che il colonialismo britannico in India non costruì mai: uno Stato capillare, un catasto completo, infrastrutture, industrie e soprattutto scuole: a metà anni Quaranta circa il 70% dei bambini taiwanesi frequentava le elementari, una quota senza paragoni nel mondo coloniale.

È stato quindi un colonialismo brutale ma penetrante, che sostituì le élite locali invece di governare attraverso di esse.

Seconda fase: il Kuomintang (KMT). Il Partito Nazionalista Cinese si presentò con il Massacro del 28 febbraio 1947, cioè la repressione di una rivolta contro il malgoverno del governatore Chen Yi, tra i 18.000 e i 28.000 morti secondo la commissione ufficiale istituita a Taipei negli anni Novanta, con l’eliminazione mirata dell’élite intellettuale taiwanese formatasi sotto i giapponesi.

Seguirono trentotto anni di legge marziale, una delle più lunghe della storia contemporanea, e il Terrore Bianco: circa 140.000 persone processate dai tribunali militari, migliaia di esecuzioni, un’isola trasformata in Stato di polizia.

In questa cornice si inserisce la riforma agraria del 1949-53, compiuta senza sessioni di lotta e con indennizzo ai proprietari in obbligazioni fondiarie e azioni delle industrie pubbliche. Fu sostanzialmente incruenta nell’esecuzione. Ma fu possibile solo grazie a due violenze precedenti: quella giapponese, che aveva catalogato ogni parcella e spezzato ogni potere locale autonomo, e quella del 28 febbraio, che aveva decapitato politicamente la società taiwanese.

E grazie a una circostanza strutturale che è la chiave di tutto: il KMT era un regime di esuli, privo di qualsiasi legame con i proprietari terrieri dell’isola. Poteva espropriarli perché non doveva loro nulla, riuscendo a mettere a segno una riforma che il KMT, quando governava sulla Cina continentale, dove i proprietari erano la sua base sociale, non aveva mai nemmeno tentato.

Le prime elezioni democratiche sull’isola di Taiwan ci saranno solo negli anni ‘90, quando il processo di industrializzazione era già in una fase sviluppata.

La Corea replica la sequenza taiwanese in versione più cupa. Anche qui, prima fase coloniale giapponese (1910-45): catasti che legalizzarono espropriazioni di massa; un’economia del riso organizzata per l’esportazione verso il Giappone al punto che la produzione cresceva mentre il consumo pro capite dei coreani diminuiva; e mobilitazione forzata di lavoro.

Insieme, di nuovo, la costruzione di uno Stato moderno capillare e repressivo, con la polizia coloniale e i suoi ausiliari coreani che sarebbero passati quasi intatti al servizio della Repubblica del Sud.

Dopo la guerra, la riforma agraria non fu il prodotto di un consenso, ma di una tenaglia. Al Nord, il regime di Kim Il-sung aveva ridistribuito la terra nel 1946 senza indennizzo, creando una pressione competitiva insostenibile; al Sud, l’occupazione americana e poi la Guerra di Corea, che polverizzò fisicamente il vecchio ordine e durante la quale l’occupazione nordista del Sud nel 1950 ridistribuì essa stessa.

Tutto questo rese i proprietari terrieri un attore politicamente morto. La riforma del 1950 non incontrò resistenza perché non c’era più nessuno in grado di resistere.

Dal 1961 sale al potere il dittatore sud-coreano Park Chung-hee, un ufficiale formatosi nell’esercito del Manchukuo, cioè nella scuola dello Stato sviluppista giapponese.

Il suo modello è stato una macchina di accumulazione fondata sulla repressione sindacale più sistematica del mondo capitalista, gestita dalla KCIA, un servizio segreto con decine di migliaia di effettivi, la tortura come routine e giurisdizione su ogni fabbrica.

Park si rese presidente a vita con poteri assoluti, ma l’incidente della YH Trading del 1979, quando l’irruzione della polizia contro operaie tessili in sciopero della fame innescò la crisi finale del regime.

L’assassinio di Park per mano del suo stesso capo della KCIA porta al colpo di Stato di Chun Doo-hwan, sigillato nel maggio 1980 dal massacro di Gwangju, con l’esercito che spara contro i civili della città insorta, provocando migliaia di vittime.

La democrazia coreana arriverà solo nel 1987, dopo il decollo industriale, non prima.

La trasformazione sociale che ha accompagnato il processo di industrializzazione non è stata violenta solamente in Asia Orientale, ma anche nel resto del mondo, occidente compreso.

La differenza è che in occidente la violenza è stata diluita in secoli, mentre in Asia è stata compressa in decenni, una fretta resa necessaria dall’espansione coloniale europea, dalle guerre mondiali e dalla Guerra Fredda.

La via inglese all’industrializzazione si sviluppò nell’arco di tre secoli attraverso la progressiva espropriazione legalizzata delle terre comuni (enclosures), che per generazioni avevano garantito ai contadini pascoli, legna da ardere e mezzi di sussistenza.

Privati della loro autonomia economica, milioni di contadini furono costretti a cercare lavoro salariato e il nascente proletariato industriale venne disciplinato con un’ampia combinazione di leggi repressive, interventi militari e dura repressione delle proteste operaie.

Il rapporto Chadwick del 1842 registrava nei distretti operai di Manchester e Liverpool età medie alla morte tra le più basse mai documentate in una società di pace: a Liverpool l’età media alla morte era di circa 15 anni, a Manchester di circa 17 anni. Per confronto nelle contee rurali l’età media alla morte era di oltre 38 anni.

A sostenere questo processo di industrializzazione vi era inoltre un immenso impero coloniale, l’impero coloniale britannico, che offriva terre dove emigrare, risorse e capitali estratti dalle colonie e mercati sui quali scaricare una parte dei costi sociali ed economici dell’industrializzazione.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il cotone schiavista è stato l’input fondamentale della prima industrializzazione atlantica: alimentava le filande del Lancashire e del New England, costituiva attorno al 1860 circa il 60% delle esportazioni americane, e i quattro milioni di schiavi rappresentavano il singolo asset di capitale più grande dell’economia americana, superiore al valore combinato di ferrovie e manifattura.

Come riporta Edward Baptist in Empire of Cotton, la produttività per schiavo nella raccolta del cotone quadruplicò tra il 1800 e il 1860 non per innovazione tecnica ma per perfezionamento del sistema di tortura.

L’altro pilastro è la terra. La “frontiera” e l’espropriazione dei nativi, celebrata dalla mitologia americana, è il più grande trasferimento di terra per via militare della storia moderna.

La guerra civile americana è un ulteriore tassello della rivoluzione capitalistica. Seicentoventimila morti, più di tutte le altre guerre americane messe insieme fino al Vietnam, per risolvere con le armi la questione che il compromesso costituzionale non aveva saputo risolvere: quale delle due economie, il capitalismo industriale del Nord o il capitalismo schiavista del Sud, avrebbe controllato lo Stato federale e il continente.

Dall’Inghilterra al Giappone, da Taiwan alla Corea del Sud, fino alla Cina maoista, il passaggio dalla società agraria a quella industriale è stato quasi sempre accompagnato da una straordinaria concentrazione di potere statale, da profonde trasformazioni imposte dall’alto e da costi umani enormi.

Ciò che cambia non è tanto l’esistenza della violenza, quanto la sua direzione e la sua geografia. In alcuni casi la violenza si è concentrata all’interno del Paese, rivolgendosi contro le classi e le istituzioni del vecchio ordine; in altri è stata in larga misura proiettata verso l’esterno, attraverso la conquista coloniale, l’espansione imperiale o lo sfruttamento delle periferie del sistema mondiale. In alcuni casi è stata una violenza esercitata dall’alto verso il basso, in altri casi dal basso verso l’alto.

Cambiano gli strumenti, cambiano i bersagli, ma il processo storico della modernizzazione industriale si è raramente svolto senza coercizione.

L’India, per certi versi, è stata un tentativo della storia moderna di industrializzare una società gigantesca senza affrontare completamente il vecchio ordine sociale. Ma, almeno finora, non è riuscita a replicare il decollo economico e la trasformazione sociale realizzati dalle altre economie industrializzate.


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