di Gianni Sartori
Senza per questo rifugiarsi in una pilatesca equidistanza, va ribadito che qui il più pulito ha la rogna.
Sia chi bombarda scuole e ospedali, sia chi impicca i dissidenti.
Penso sia legittimo sostenere che la brutale repressione e le violazioni dei diritti umani operate dal regime degli ayatollah NON possono in alcun modo giustificare i devastanti bombardamenti israelo-statunitensi (in particolare su obiettivi civili, scuole, ospedali…).
Così le aggressioni imperialiste NON consentono di stendere un velo (un sudario ?) poco pietoso su quanto avviene nelle galere iraniane.All’alba del 21 maggio 2026 nel carcere di Naqadeh (in gran segreto, senza preavvisare i familiari) sono stati impiccati altri due prigionieri politici curdi, Ramin Zaleh (arrestato nel luglio 2024) e Karim Maroufpour (arrestato nel 2021).
A seguito un processo-farsa durato pochi minuti nel tribunale di Mahabad, senza avvocato e senza garanzie, dopo che le confessioni erano state loro estorte con la tortura.
Entrambi erano accusati di appartenere al Partito Democratico del Kurdistan iraniano (PDKI).Nel comunicato dell’agenzia di stampa Mizan (controllata dal potere giudiziario), con cui la notizia delle due esecuzioni è stata divulgata, Ramin e Karim venivano presentati come “appartenenti a gruppi terroristi separatisti” e accusati di “ribellione armatae tentato omicidio”.
Accuse standard (come sottolinea l’organizzazione per i diritti dell’uomo Hengaw) nei confronti dei militanti curdi.
In contemporaneità con i bombardamenti operati da Israele e Stati Uniti , le esecuzioni in Iran hanno subito una drammatica impennata. Soprattutto nei confronti dei dissidenti e di tutti coloro che vengono accusati di aver “attentato alla sicurezza nazionale”.Tra il 17 marzo e il 21 maggio 2026 sono stati almeno 34 i prigionieri politici impiccati dal regime.E l’ombra della forca incombe sempre più anche su una ormai storica prigioniera politica, Pakhshan Azizi (come denunciano preoccupate molte Ong, in particolare Amnesty International).
Stando a quanto viene diffuso da Rojhlat Info, la Corte iraniana avrebbe confermato la sentenza contro la militante curda. L’esecuzione potrebbe quindi essere imminente. Arrestata nell’agosto 2023 a Teheran, veniva portata nel carcere di Evin (cinque mesi in isolamento totale, subendo torture e maltrattamenti).Nel luglio 2024 Pakhshan Aziziveniva condannata a morte per “baghy” (ribellione armata contro lo Stato).
Tra le “prove” (alquanto opinabili) a suo carico:
la partecipazione a una manifestazione nel 2009 contro l’esecuzione di uno studente curdo; il sostegno alle famiglie dei manifestanti uccisi nella ribellione del 2022; l’impegno umanitario verso le donne e i bambini curdi fuggiti dalle persecuzioni dello Stato islamico in Siria…Per Amnesty International il suo caso è “politicamente motivato”. Inoltre A.I. denuncia l’utilizzo della pena di morte in Iran come “un’arma per ridurre al silenzio le voci dissidenti e i militanti”.ARMI STATUNITENSI AI CURDI? MAI VISTE DICE IL PJAK
In questi giorni il portavoce della stampa del PJAK (Partito per una Vita Libera in Kurdistan) Gelawêj Ewrîn è intervenuto sulla questione delle presunte armi consegnate – secondo il presidente statunitense – ai curdi iraniani.Pretendendo che Donald Trump dica chiaramente a chi sarebbero state consegnate.
Aggiungendo che se qualche organizzazione curda ha ricevuto tali armamenti dovrebbe dichiararlo pubblicamente.
Confermando con ciò quanto già dichiarato in altre occasioni, ossia di non aver ricevuto armi dagli Stati Uniti:“Come PJAK diciamo che Trump non può denigrare il popolo curdo sostenendo di aver consegnato armi che poi i curdi non starebbero usando”.Spiegando che i curdi nel Rojhlitat (il Kurdistan entro i confini statali iraniani) posseggono “sia una loro forza politica che militare” e soprattutto “non abbiamo ricevuto niente da Washington”.Se effettivamente tale armi fossero state date a qualche organizzazione politica, Trump dovrebbe “dichiarare apertamente a chi, a quale partito sono state consegnate”.Tali dichiarazioni del presidente (“abbiamo dato le armi, ma non le usano”) rappresentano una minaccia non solo per il PJAK, ma per tutto il popolo curdo. In grado sia di provocare ulteriori reazioni di Teheran contro i curdi, sia di “incrinare la fiducia del nostro popolo nei nostri confronti”.
Invece “il nostro popolo sa che siamo arrivati fin qui contando sulle nostre forze, intervenendo dove e quando era necessario”.Sollevare e coltivare tali dubbi non giova a nessuno ed è “vergognoso cercare di umiliare un popolo con questi metodi”. Soprattutto, aggiungo, un popolo come quello curdo che ha dimostrato ampiamente di possedere consolidate capacità proprie di resistenza.
Gianni Sartori
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