da: https://pungolorosso.com/2026/07/05/bolivia-il-tradimento-del-patto-di-non-tradimento/
Abbiamo atteso più di qualche giorno per verificare le conseguenze del “tradimento del Patto di non tradimento” di cui parla questo articolo di “Prensa Obrera”. Ebbene, ad oggi, la smobilitazione del grande movimento popolare e proletario che ha incendiato in giugno la Bolivia è un dato di fatto. Tutti i blocchi sono stati rimossi, e il governo di Paz Pereira non ha tardato a dichiarare lo “stato di emergenza” per prevenire la ripresa del movimento di lotta.
Da questa smobilitazione il governo di Paz Pereira esce senza dubbio rafforzato, consolidando la sua posizione tra le classi medie restate del tutto al di fuori della lotta. Gli è stato agevole “approvare” le astratte e vuote richieste della dirigenza della COB, mentre non ha fatto alcun passo indietro per quel che riguarda l’accordo con il FMI e la svalutazione del 40% del boliviano (la valuta locale), profittando così dell’arretramento anche su questo della COB, che si è limitata a chiedere una “gestione trasparente” del nuovo prestito – facendo finta di non sapere che il FMI imporrà altre draconiane misure di sacrifici per le classi lavoratrici.
Tuttavia, e proprio per il carattere truffaldino di questo “accordo di dialogo” con le strutture sindacali, ogni questione sollevata dall’insorgenza di contadini, popolazioni indigene e proletarie/e rimane aperta e destinata a ripresentarsi a breve, ed in forme acuite. L’economia boliviana è in recessione (secondo la Banca mondiale nel 2026 ci sarà un -3,2% del pil) e la forte svalutazione della moneta nazionale è alle porte insieme con le nuove condizioni strangolatorie del FMI.
Bisogna, nondimeno, interrogarsi sulle ragioni della sconfitta del poderoso movimento di lotta di maggio-giugno, per quanto provvisoria essa possa essere. E qui, crediamo, si impone una severa riflessione sull’insufficenza della spontaneità, e la necessità di una direzione politica rivoluzionaria (che è mancata) affinché le insorgenze spontanee delle masse sfruttate e oppresse esprimano tutte le loro potenzialità anti-sistema.
Paz Pereira ha saputo manovrare abilmente per staccare dal movimento i minatori e la classe operaia industriale con concessioni, dopo tutto, minime, lasciando isolate, senza l’apporto dei loro più naturali alleati, le masse dei contadini e delle contadine poveri e dei lavoratori/lavoratrici precari della città di El Alto, che sono state la spina dorsale dell’insorgenza. Senza dubbio, rispetto alle proteste di dicembre-gennaio, il processo di auto-organizzazione ha fatto un balzo in avanti con la creazione dei comitati di blocco e delle assemblee, ma questi organismi di lotta non sono stati in grado di porsi il problema del rapporto con i minatori e la classe operaia dell’industria. In particolare il problema dell’approviggionamento delle città è stato abilmente usato dalle forze di destra e dal governo per mettere alle strette sia la direzione della COB e farla capitolare, sia il movimento nel suo complesso.
Alla riflessione sull’insufficienza della spontaneità e sul carattere organicamente conciliatore delle burocrazie sindacali, si deve affiancare, crediamo, un bilancio delle insufficienze delle organizzazioni politiche, tutte di matrice trotskista, che hanno segnato in passato e segnano tuttora storia e attualità delle avanguardie rivoluzionarie della Bolivia e del continente latino-americano. Dopotutto, non è della sola Bolivia che parlano gli avvenimenti boliviani, almeno dal lontano 1952. (Red.)
Ieri sera (venerdì 19 giugno), Mario Argollo, leader della Centrale dei Lavoratori Boliviani (COB), dopo 51
giorni di sciopero generale a tempo indeterminato, ha firmato un “accordo” per il “dialogo” e la
“pacificazione” con il presidente Rodrigo Paz, ponendo di fatto fine alle proteste in corso. Immediatamente,
poche ore dopo, il governo ha dichiarato lo stato di emergenza (stato d’assedio) e le forze di polizia e
militari hanno iniziato a mobilitarsi per sgomberare migliaia di agricoltori dai circa cinquanta blocchi stradali che ancora permangono sulle principali autostrade. Alle 4:00 di sabato mattina, hanno preso d’assalto il ponte sul Río Seco, nella periferia nord di El Alto, usando gas lacrimogeni e proiettili di gomma. A Cochabamba, forze militari e di polizia hanno occupato anche i ponti alla periferia della città. Il portavoce
presidenziale Luis Gálvez ha dichiarato che, per il momento non ci saranno operazioni nelle città, ma che
l’attenzione si concentrerà principalmente sulle autostrade. Tuto Quiroga, il candidato di destra sconfitto
alle elezioni, invoca rappresaglie contro gli indigeni e i manifestanti, chiedendo che non ci sia impunità.
Questa è la destra razzista che auspica spargimenti di sangue e incarcerazioni per contadini, operai e
comunità indigene che osano lottare contro le politiche di austerità e di consegna del paese al capitale
internazionale.
La Federazione contadina Tupak Katari ha ripudiato la firma dell’accordo tra COB e governo, ha dichiarato
che manterrà i blocchi stradali e ha indetto una sessione plenaria delle sue organizzazioni affiliate per
domenica o lunedì per decidere le azioni da intraprendere.
Un “accordo” che è un inganno
L’“accordo” è privo di valore. Il governo si limita a prendere impegni generici e non affronta le
rivendicazioni che hanno alimentato lo sciopero. Aveva promesso di non ricorrere alla repressione, e poche
ore dopo ha dichiarato lo stato d’assedio e mobilitato le forze repressive. La COB aveva posto come
prerequisito il rilascio degli oltre 400 membri detenuti. Ci sono notizie di circa 200 rilasciati, mentre gli altri
saranno valutati caso per caso. Se la repressione dovesse essere applicata in virtù dello stato d’emergenza, potremmo avere diverse centinaia di prigionieri in più in pochi giorni. Il governo ha promesso che non ci saranno privatizzazioni di aziende pubbliche, ma circolano voci secondo cui starebbe cercando investimenti (imprese a capitale misto?). Afferma che affronteranno le rivendicazioni sociali dei lavoratori (minatori e insegnanti chiedevano un aumento salariale del 20%) e dei pensionati (che rivendicano il 100% del loro salario), ma la risposta ufficiale del governo si limita a dichiarazioni generiche che saranno oggetto di indagine. Per quanto riguarda l’adulterazione della benzina che ha danneggiato migliaia di veicoli, verrà
commissionata un’indagine “internazionale” per accertare le responsabilità. Sono solo parole che danno al
governo carta bianca
Tradimento
Lo scorso dicembre si è tenuto uno sciopero generale contro l’aumento del prezzo della benzina decretato
da Rodrigo Paz. Questo drastico aumento dei prezzi del carburante ha innescato un’inflazione che ha
colpito duramente le tasche dei lavoratori. Con l’intensificarsi dello sciopero, la dirigenza della COB ha
raggiunto un “accordo” con il presidente, il quale ha formalmente ritirato un pacchetto di leggi e ha posto
fine alla lotta senza consultare la base o le altre organizzazioni contadine, di quartiere e di base che
avevano svolto un ruolo di primo piano. «Tradimento», hanno dichiarato un gran numero di organizzazioni
e attivisti. Pochi giorni dopo, il governo ha ripristinato l’aumento del prezzo del gas con un nuovo decreto.
Ad aprile, i settori contadini hanno dato inizio a una mobilitazione, minacciati dall’espropriazione di piccole
proprietà agricole a beneficio dei grandi proprietari terrieri e dei capitalisti della soia. Questo fatto ha
scosso il Paese, che ha aggiunto una serie di altre rivendicazioni. Il 1° maggio, la COB, in una sessione
plenaria con oltre 4.000 partecipanti, proclamò uno sciopero generale a tempo indeterminato e lanciò lo
slogan «Rodrigo Paz deve dimettersi!». Il movimento crebbe rapidamente: più di 100 blocchi stradali
attraversarono il Paese, con particolare intensità a La Paz, El Alto, Cochabamba e altre grandi città. I
tentativi del governo di liberare le strade rimuovendo i blocchi con l’aiuto di polizia, esercito e forze
paramilitari fallirono: furono respinti dalla mobilitazione di decine di migliaia di persone (San Julián).
Per lanciare lo sciopero generale a tempo indeterminato, la COB firmò quello che venne pubblicamente
definito il “Patto di Non-Tradimento” con i sindacati contadini, il movimento di quartiere (Fejuve) di El Alto
e altre organizzazioni popolari. Le decisioni relative alla convocazione, all’intensificazione e a tutte le azioni
connesse allo sciopero generale dovevano essere prese congiuntamente da tutti i firmatari del Patto.
L’intento era quello di contrastare la convocazione unilaterale del precedente sciopero generale da parte di
Argollo e di rinnovare la “fiducia” nella propria leadership. Tuttavia, la dirigenza della COB non ha svolto un
ruolo effettivo nella guida dello sciopero, che fu in gran parte lasciato all’iniziativa degli attivisti e delle
masse in lotta. La dirigenza della COB ha permesso che la Federazione degli operai delle fabbriche si separasse e stipulasse un “accordo” con il governo, sostenendo misure a supporto dell’”industria nazionale”, ovvero della borghesia industriale nazionale. Successivamente, anche i sindacati dei minatori di Huanuni e Colquiri si sono separati dal movimento generale. La dirigenza burocratica del primo ha ottenuto un “bonus” di 5.000 boliviani e promesse generiche, con un tono di co-partecipazione, per la promozione dell’industria mineraria (ricerca di investimenti, ecc.). Rivendicazioni strettamente aziendali e all’insegna della collaborazione di classe.
Infine, Argollo ha firmato un periodo di sospensione di 90 giorni, nella speranza di un cambio di governo. Il
“Patto di non tradimento” è stato così tradito. Il movimento operaio “organizzato” (COB e sindacati) si è ritirato dalla lotta e ha stretto un patto con il governo, senza consultare gli altri firmatari dell’accordo e senza consultare democraticamente la propria base.
Attendiamo la posizione che adotteranno le sessioni plenarie convocate dai sindacati contadini, che
mantengono ancora i blocchi.
Queste sono ore decisive. Mercoledì si è tenuta una manifestazione davanti all’ambasciata boliviana a
Buenos Aires, e un’altra venerdì a La Plata. Si stanno preparando mobilitazioni in altre località
dell’Argentina. Libertà per i detenuti, revoca dello stato d’assedio e fuori dalle strade polizia ed esercito.
Lunga vita alla ribellione del popolo boliviano: fuori Rodrigo Paz!
Missione umanitaria in Bolivia: ingresso e deportazione
di Vanina Biasi, della Missione umanitaria Bolivia 2026 per i diritti umani (da Prensa Obrera, 22 giugno)
Nelle prime ore del mattino del 15 giugno, la missione umanitaria è partita per la Bolivia con l’obiettivo di
raccogliere denunce e prove relative alle violazioni dei diritti umani nel contesto della lotta che il popolo
boliviano sta conducendo da 50 giorni contro le politiche di austerità, le privatizzazioni e le cessioni di terre
di Rodrigo Paz Pereira, e per chiederne le dimissioni.
La missione è stata ammessa all’arrivo all’aeroporto di Santa Cruz, ma è stata successivamente respinta e
deportata da La Paz in seguito ad atti di violenza di vario genere perpetrati da funzionari dell’immigrazione
di basso rango e dalla polizia boliviana sotto il comando del colonnello Rojas.
La missione per i diritti umani è stata richiesta da numerose organizzazioni e membri del parlamento, tra
cui la COB, la Confederazione Unificata dei Lavoratori Contadini della Bolivia, il Comitato di Coordinamento
delle Sei Federazioni dei Tropici di Cochabamba, la Domitila Barrios de Chungala, l’organizzazione Tupac
Katari, la Lega Boliviana per i Diritti Umani, l’Assemblea Boliviana per i Diritti Umani (APDH Bolivia) e altri
gruppi. Anche una dozzina di parlamentari hanno inviato lettere di richiesta per la missione.
Le informazioni fornite dal governo boliviano, che il ministro degli Esteri argentino Pablo Quirno ripete
senza battere ciglio, riguardo ai motivi dell’espulsione, sono false. È debitamente registrato lo scopo della
missione come “Missione per i diritti umani”. Esistono anche telecamere di sorveglianza dell’immigrazione
che lo dimostrano, come mostro a Quirno ogni volta che presento alla delegazione richieste, che includono
parlamentari e organizzazioni del nostro Paese fratello. La scusa secondo cui non avevamo dichiarato lo
scopo della nostra visita è stata immediatamente smontata e il governo boliviano ha chiarito di non aver
permesso l’ingresso alla delegazione perché aveva qualcosa da nascondere. La situazione è diventata
estremamente tesa quando, davanti ai nostri occhi, hanno sequestrato l’unico membro della missione
residente in Argentina ma di origine boliviana. A quel punto, abbiamo chiarito che avrebbero dovuto costringerci con la forza ad andarcene se non ci avessero restituito il nostro collega César Vilca, come poi è effettivamente accaduto.
Il contesto di questa azione governativa è quello di una completa deriva repressiva contro il popolo, contro
la quale migliaia di manifestanti rimangono fermi nelle loro proteste, chiedendo le dimissioni del
presidente. Il governo ha appena decretato lo “stato di emergenza” per intensificare ulteriormente la
repressione contro la base della COB e le organizzazioni contadine e femminili che si rifiutano di approvare
l’accordo firmato dalla dirigenza del COB e di attuare la revoca delle misure restrittive.
Durante la campagna elettorale, quando Rodrigo Paz non aspirava alla presidenza, promise di tutto e di più.
Una volta insediatosi, nel dicembre 2025, ha perseguito una politica aggressiva di tagli fiscali per i ricchi, il
rifiuto di negoziare i salari, la privatizzazione dei piccoli appezzamenti di terreno e altre misure impopolari
per le quali ora viene criticato.
La polizia e i funzionari che hanno deportato la Missione per i Diritti Umani affermano di non ammettere
interferenze straniere, facendo riferimento al fatto che la nostra delegazione era stata etichettata come
tale dai media filogovernativi e dalla campagna di disinformazione lanciata da parlamentari filogovernativi e sui social media. Però l’invio da parte di Milei di due aerei Hercules dall’Argentina, da utilizzare nella
repressione contro la popolazione, rappresenta un’interferenza straniera che Paz ammette e ricerca.
Un’indagine approfondita dovrebbe rivelare se lo scandalo “Honduras Gate” stia convogliando migliaia di
dollari nell’apparato statale del governo Paz, da utilizzare contro il popolo boliviano. Ricordiamo che si
tratta dello stesso denaro che l’ex presidente dell’Honduras, coinvolto nel narcotraffico, affermava di
possedere, e che avrebbe utilizzato per manipolare l’opinione pubblica e promuovere narrazioni di destra
volte a dividere la nazione. Nelle registrazioni audio emerse nelle scorse settimane, l’ex presidente
honduregno Juan Orlando Hernández, condannato a 45 anni di carcere negli Stati Uniti per traffico di droga
e graziato da Trump per interferire nelle elezioni honduregne, afferma di aver contribuito con 150.000
dollari alla campagna elettorale e con 350.000 dollari a quella di Javier Milei.
Questa situazione va considerata insieme al fatto che il principale consigliere di Rodrigo Paz in Bolivia è il
famigerato Fernando Cerimedo, un attivista di destra sui social media in Argentina, processato in Brasile da Bolsonaro per il suo presunto tentativo di orchestrare un colpo di stato insieme a Bolsonaro. Si tratta né più né meno che di un’ingerenza imperialista e multinazionale volta ad appropriarsi delle risorse di tutta
l’America Latina. Lo “Scudo delle Americhe”, come è stata chiamata questa coalizione di governi sostenuti
da Trump, sta tradendo l’intero continente.
Mentre il governo ci espelleva dalla Bolivia, alcuni revocavano o allentavano i blocchi, mentre altri li
rafforzavano. In questo scenario, la COB non è riuscita a tenere la riunione allargata promessa entro tre
giorni. Le tensioni stanno aumentando tra coloro che vogliono intensificare l’azione e coloro che sono
disposti a dialogare con il governo di Paz. L’accordo firmato dalla COB il 19 giugno è stato respinto dalle
federazioni contadine e da ampi settori della popolazione, e per questo motivo Paz ha appena decretato il
rafforzamento della repressione attraverso lo “stato di emergenza”.
La nostra Missione sta lavorando dall’Argentina per finalizzare il rapporto che ci siamo prefissati di redigere sul campo, e queste conclusioni saranno inviate non solo a coloro che le hanno richieste, ma anche alle organizzazioni per i diritti umani di tutto il mondo.
Quel che è certo è che il popolo boliviano è pronto a lottare e che, con questo intenso sciopero, ha
costretto il governo di destra a fare marcia indietro in diverse occasioni, dimostrando ai lavoratori di tutta
l’America Latina che la lotta contro i governi servili è il compito centrale del popolo, senza riporre un
briciolo di fiducia in leadership traditrici di qualsiasi schieramento.
Scopri di più da Brescia Anticapitalista
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.