Dal conflitto al consenso: come si è spenta la protesta nella città dell’inceneritore
LA STAGIONE DELLE GRANDI MOBILITAZIONI
Il decennio 2009-2019 è stato il culmine di una stagione di conflittualità ambientale straordinaria per la città e la provincia, mossa dalla consapevolezza di vivere in una delle aree più contaminate d’Europa (tra caso Caffaro, la densità record di discariche e la pressione dell’Inceneritore più grande d’Italia).

Oggi lo scenario è radicalmente mutato. Ma dove è finito quel dissenso? Non è necessariamente svanito, ma si è frammentato, trasformato e, in parte, spento sotto il peso di dinamiche precise.
Per capire che fine abbia fatto quella spinta radicale, bisogna guardare a come sono cambiati il contesto politico, sociale e legale.
QUANDO DISSENTIRE DIVENTA UN RISCHIO
I vari decreti sicurezza e l’inasprimento delle pene per i blocchi stradali o le manifestazioni non autorizzate hanno alzato enormemente “il costo” del dissenso. Oggi fare un blocco o un’azione diretta non significa più rischiare una denuncia generica, ma andare incontro a processi penali pesanti, fogli di via e sanzioni economiche insostenibili per i singoli attivisti.
IL RICAMBIO GENERAZIONALE CHE NON C’È STATO
I movimenti storici bresciani erano molto legati alla territorialità (la difesa della specifica discarica, il monitoraggio della specifica fabbrica). Le nuove generazioni di attivisti (Fridays for Future, Extinction Rebellion, Ultima Generazione) hanno un approccio più globale e incentrato sulla crisi climatica sistemica. Spesso usano modalità che la “vecchia guardia” del territorio fatica a riconoscere come efficaci o altrettanto incisive. Tanto più che buona parte dell’ “ambientalismo giovane” sopra citato non ha avuto difficoltà, in occasione delle ultime elezioni amministrative del maggio 2023, a salire sul carrozzone elettorale del centrosinistra, ottenendo scranni nell’ Assemblea Comunale e dando un contributo significativo all’ elezione dell’attuale sindaca Laura Castelletti, rispetto alla quale molto c’è da discutere in rapporto a come sta affrontando con la sua Amministrazione l’emergenza ambientale in città.

D’ altra parte i presidi permanenti, gli scioperi della fame e le battaglie legali infinite del passato hanno logorato molti attivisti bresciani che, anche per il peso degli anni, soffrono dell’isolamento politico e per la sensazione di lottare contro i mulini a vento. Tutto ciò porta a un inevitabile riflusso nel privato.
IL SISTEMA BRESCIA
C’è poi una specificità tutta bresciana che spiega la difficoltà di mobilitazione odierna.
Brescia ha sviluppato un sistema in cui l’industria e la gestione dei servizi (rappresentata dal colosso A2A) sono così compenetrate nel tessuto sociale ed economico della città da rendere il dissenso estremamente complesso da veicolare.
I dividendi milionari (realizzati con l’inceneritore mostro e speculando sulle tariffe) che il Comune incassa non servono solo a far quadrare i bilanci, ma finanziano il welfare, la cultura, i servizi. Questo crea una sorta di consenso passivo: il cittadino sa che l’aria è pessima e che l’inceneritore brucia 800.000tonnellate di rifiuti (anche da fuori provincia), ma vede anche una città che secondo molti “funziona”.

LA NARRAZIONE GREEN E LA REALTA’
È il Gattopardo moderno: cambiare tutto nella narrazione (la transizione ecologica, la facciata green) per non cambiare nulla nella sostanza dei profitti, dei volumi di produzione e, appunto, delle ricadute sulla salute pubblica.
Il teleriscaldamento d’estate trasporta l’acqua calda per l’uso sanitario e alza parecchio le temperature della città, ma l’effetto “isola di calore” che rende Brescia asfissiante è dovuto anche è soprattutto al consumo di suolo, alla cementificazione selvaggia, alla mancanza di zone d’ombra, alle strade e alle piazze asfaltate e roventi… Il risultato, purtroppo, è l’aria ferma e tossica da record italiano.
RICOMINCIARE A FARE CONFLITTO
Tornando al discorso iniziale, la “voglia di rimettersi in gioco” è il punto centrale. L’attivismo di facciata, fatto di tavoli tecnici infiniti, di piani aria-clima-verde e biodiversità, che paiono più che altro demagogia e rimandano ai posteri ogni atto concreto, ha anestetizzato il conflitto. La scommessa di oggi non è replicare le forme del passato, ma trovare nuove dinamiche e azioni che possano incidere e fare breccia in questo sistema che ci porta svelti verso una devastante conclusione di tutto.
DANIELE MARINI
da: https://www.labresciadelpopolo.it/che-fine-ha-fatto-lambientalismo-bresciano/
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