di Andreu Coll, da Viento Sur
“Chi non vuole parlare di imperialismo dovrebbe tacere anche sulla questione del fascismo” [Nicos Poulantzas]
L’attuale situazione politica è segnata da una crisi della civiltà capitalista come non se ne vedevano dalla mezzanotte del XX secolo. Sono passati appena 40 anni dalla crisi finale del socialismo reale e quasi 35 dalla trionfalistica fine della Storia proclamata da un propagandista del Dipartimento di Stato, che avrebbe dovuto sfociare in una vittoria perpetua, pacifica e felice del capitalismo liberale, dopo aver sconfitto prima il totalitarismo fascista e poi quello comunista.
Invece di un momento Fukuyama, ciò che stiamo vivendo di recente è un’accelerazione caotica di una crisi sistemica multidimensionale del capitalismo, che affonda le sue radici in:
- Un’esplosione delle disuguaglianze sociali all’interno e tra i paesi come conseguenza della fuga in avanti neoliberista e di una crescente crisi dei sistemi rappresentativi e dei partiti tradizionali che hanno gestito la vita politica in ogni parte del mondo.
- Il caos climatico, la desertificazione e il crollo accelerato della biodiversità, con ripercussioni crescenti sull’economia (inflazione, distruzione delle infrastrutture, ecc.), sulla vita quotidiana (la sanità pubblica: Covid-19, problemi alimentari, diffusione del cancro…) e sulla mentalità dei popoli (ascesa dell’irrazionalismo e rinnovata ossessione per la decadenza che già segnò il mondo tra le due guerre).
- Il ritorno del fondamentalismo religioso, del tribalismo etnico e del nazionalismo essenzialista ed esclusivo in un’epoca in cui la speranza di cambiare il mondo e la vita si è in gran parte eclissata e in cui le identità di classe e i progetti di società egualitari si sono enormemente erosi.
- Un inasprimento delle tensioni geopolitiche in un contesto di disordine egemonico e di resurrezione di imperialismi aggressivi, militaristi e messianici. Che si tratti della “missione dell’uomo bianco” proclamata da Kipling e che permea la ripugnante ipocrisia europea di fronte al ghetto di Gaza (Bifo Berardi, 2023)… o del destino manifesto invocato dai padri fondatori delle 13 colonie schiaviste del Nord America. A volte queste retoriche imperiali si rivestono anche dei panni della divina provvidenza: che si tratti della terra promessa del sionismo o della Santa Russia invocata dal neozarismo di Putin.
Queste dinamiche hanno però origini lontane. La Grande Recessione del 2007-2009 e, successivamente, la crisi del Covid tra il 2020 e il 2023 hanno comportato una radicalizzazione di fenomeni quali:
- Il razzismo.
- Il populismo punitivo (guerre contro il narcotraffico, criminalizzazione della povertà, confusione tra criminalità e immigrazione, espulsione dei sans-papiers…).
- La guerra neoliberista contro i salari, i diritti del lavoro e le tasse sul capitale e sulle grandi fortune.
- L’attacco al diritto di sciopero e di manifestazione.
Infatti, dalla Grande Recessione del 2008, vero punto di svolta storico, il neoimperialismo e il neofascismo sono diventati la caratteristica dominante della situazione politica internazionale (Mosquera, 2024). Stiamo assistendo a un aumento delle tensioni interimperialiste che esplodono in due momenti chiave: la fine dell’idillio occidentale con Putin da quando la NATO ha varcato il Rubicone proclamando la futura integrazione dell’Ucraina e della Georgia nell’organizzazione militare (Poch de Feliu, 2018); la teorizzazione del famoso pivot to Asia da parte di Obama e la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese come nemico pubblico numero uno degli Stati Uniti.
In queste righe mi propongo di rintracciare l’origine delle attuali tensioni interimperialiste, compito indispensabile per orientarsi con una prospettiva anti-imperialista (Arcary, 2024) ed ecosocialista che contribuisca a ricostruire la speranza, l’immaginario programmatico e la mobilitazione rivoluzionaria.
Imperialismi di ieri e di oggi
Sappiamo che a partire dal Rinascimento si sono affermati i soggetti politici, sociali ed economici (Tilly, 1985) che hanno forgiato il sistema capitalista mondiale e i suoi successivi modelli di accumulazione (Arrighi, 1999): lo Stato moderno – centralizzazione del potere, sviluppo fiscale-burocratico, perfezionamento della repressione, promozione del mercantilismo (Anderson, 1979) – e la successione di imprese coloniali che hanno strutturato il saccheggio estrattivista (metallurgico, monetario e più tardi fossile), lo sfruttamento del lavoro e lo sviluppo del militarismo, il controllo sociale e il dominio ideologico (Sheidler, 2023).
La teoria marxista classica dell’imperialismo (Katz, 2016) risale alla fine del XIX secolo, ai tempi della II Internazionale e dei suoi dibattiti, quando il capitale non si sviluppava più solo negli interstizi della società feudale e assolutista (il capitale mercantile che si sviluppò nelle città e nelle imprese coloniali) e nel finanziamento delle macchine belliche dell’epoca (il capitale finanziario), ma era penetrato nella sfera produttiva e aveva alterato tutti i rapporti sociali con l’avvento del capitalismo industriale. Il movimento operaio dell’epoca era essenzialmente diviso da dispute sul ruolo civilizzatore o regressivo del colonialismo europeo durante la spartizione dell’Africa e sull’atteggiamento da adottare di fronte a una prevedibile grande guerra imperialista in gestazione. Caratterizzare il fenomeno imperialista e la sua connessione con lo sviluppo del capitalismo come sistema mondiale (Brewer, 1983) sarà fondamentale per orientare la prassi socialista quando la Belle époque europea volgeva al termine e il boomerang dello sterminio e della logica infernale del militarismo stava per colpire il proletariato europeo con una brutalità apocalittica, che pochissimi erano in grado di immaginare in quel momento. Hilferding, Bucharin e Lenin insisteranno sul peso dei monopoli, sulla fusione del capitale industriale e bancario in un capitale finanziario sostenuto dagli Stati e sull’esportazione di capitale nel mondo coloniale e semicoloniale come chiave di volta del fenomeno… Rosa Luxemburg si soffermerà sul sottoconsumo nelle metropoli e sulla necessità di aprire mercati al capitale con l’incorporazione forzata di nuovi ambiti geografici vergini (“economie naturali”) nel sistema capitalista… Trotsky si concentrerà sugli effetti del mercato mondiale e sulla divisione internazionale del lavoro per fondare la sua “politica dello sviluppo diseguale e combinato”, base teorica della sua ipotesi della rivoluzione permanente nell’epoca imperialista, formulata dopo la prova generale della Rivoluzione russa del 1905 (la rivoluzione può iniziare nei paesi arretrati intrecciando obiettivi democratici e socialisti, si estenderà a livello internazionale, ma il socialismo potrà realizzarsi solo dopo una lunga fase storica di rivoluzione mondiale). In ogni caso, le conclusioni strategiche delle grandi figure del marxismo classico saranno condivise: la lotta decisa contro il veleno sciovinista e il militarismo che minacciava la sopravvivenza stessa della civiltà (Luxemburg), l’idea centrale che «il nemico è in casa» (Liebknecht) e, più tardi, l’orizzonte di «trasformare la guerra imperialista in rivoluzione sociale» (Lenin).
Conosciamo già la barbarie scatenata dalla crisi del modello di accumulazione britannico, il caos provocato dalle due guerre mondiali e lo schiacciamento fascista subito dall’Europa tra le due guerre (in gran parte contro la Rivoluzione d’Ottobre e il movimento comunista internazionale), nonché la catastrofe dello stalinismo (che da allora screditerà radicalmente l’ideale comunista). Tuttavia, l’esistenza dell’URSS contribuì almeno in modo decisivo alla sconfitta nazifascista nella guerra imperialista del 1939-1945 (Mandel, 2014). In questo senso, tutte le teorie marxiste dell’imperialismo hanno in comune la considerazione che esso abbia tre grandi dimensioni: una economica – estrae ricchezza materiale e valore dalle periferie per convogliarle verso i grandi centri imperialisti –, una politica – costruisce un potere in grado di schiacciare le minacce sovversive che sorgono dal basso e dai margini – e una geopolitica – mostra le rivalità tra le diverse potenze e le lotte per l’egemonia mondiale – (Callinicos, 2005).
Il mondo bipolare della Guerra Fredda ha profondamente trasformato l’imperialismo capitalista con l’affermarsi del modello di accumulazione statunitense, poiché in ambito bellico non si sono più verificati conflitti interimperialisti; in quella economica si è verificata una crescente globalizzazione del capitale (con le multinazionali) e in quella politica si è avuta una gestione collettiva congiunta degli interessi capitalisti mondiali (Katz, 2023) attraverso un’architettura istituzionale guidata dagli Stati Uniti a Bretton Woods (Banca Mondiale, FMI e GATT – OMC dal 1995 –) e il sistema ONU.
Da allora, tali organizzazioni multinazionali hanno assorbito attribuzioni che in passato erano esclusive degli Stati nazionali, ma non sono riuscite a sostituirli in una sorta di ultraimperialismo (come quello teorizzato da Kautsky) o in un “impero” apparentemente omogeneo e amebico, come avrebbe immaginato anni dopo Toni Negri. Dopo la conferenza di Yalta, gli Stati Uniti vollero evitare il caos del mondo tra le due guerre assumendo la gestione del capitalismo a livello mondiale e promuovendo il libero scambio come grande modello per evitare il crollo del mercato mondiale causato dalla Rivoluzione d’Ottobre, dal protezionismo degli anni ’30 e dalle autarchie fasciste.
Dal Vietnam a Volcker… la crisi segnalata
Sebbene il mondo di Yalta fosse già stato scosso a partire dal 1956…, il ’68 internazionale avrà un impatto molto maggiore in termini di indebolimento dell’imperialismo yankee in Vietnam, di crescente combattività studentesca, operaia e delle minoranze razzializzate nei paesi imperialisti e di ascesa antiburocratica studentesca e operaia nei paesi dell’Est. Tuttavia, la controffensiva imperialista non si farà attendere:
- Rottura degli Stati Uniti con il sistema di Bretton Woods, abbandono della parità dollaro-oro e stimolo della finanziarizzazione tra il 1970 e il 1973.
- Ondata di colpi di Stato e guerre controinsurrezionali in America Latina tra il 1973 e il 1991.
- Penetrazione nel Sud del mondo dei petrodollari generati dall’aumento del prezzo del petrolio (a partire dalla guerra dello Yom Kippur del ’73) e imposizione della crisi del debito del Terzo Mondo con il successivo aumento dei tassi del dollaro deciso dal presidente della Federal Reserve, Paul Volcker…; crisi che avrebbe provocato un crollo dei prezzi delle materie prime, una selvaggia e senza precedenti pauperizzazione e una brusca frenata alla spinta anti-imperialista nel Sud del mondo.
- Un crescente indebitamento dei paesi dell’Est in un contesto di “normalizzazione” autoritaria brezneviana e di crescente sclerosi ed inefficienza economica (Coll, 2017).
In sintesi, la scommessa sulla globalizzazione che gli Stati Uniti avvieranno sarà già un modo per compensare il loro declino economico relativo (e il loro indebitamento per la guerra del Vietnam), conferirà un valore strategico crescente al dollaro come valuta di riferimento e attribuirà alla Federal Reserve un potere simile a quello di una banca centrale mondiale (Panitch, 2000). Il correlato geopolitico (e, a lungo termine, geoeconomico) di questa controffensiva sarà una scommessa audace e rischiosa del tandem Nixon-Kissinger di allearsi con la Cina post-maoista per delocalizzare progressivamente in quel paese l’attività industriale ad alta intensità di manodopera, abbassare i salari americani (spezzando la combattività operaia del Nord-Est) e approfondire il divario del confronto sino-sovietico iniziato nel 1961. Questo, unito all’altra audace operazione di Brzezinsky-Carter di trascinare i sovietici nella trappola afghana nel 1979, sarà la condanna a morte dell’URSS, ma avrà come effetto secondario quello di gettare le basi per la crescita del socialismo di mercato post-maoista in Cina, che, come vedremo, alla fine contribuirà allo sviluppo della principale minaccia sistemica all’egemonia statunitense nel XXI secolo.
American way of Life
Dato che il dibattito sull’imperialismo è praticamente scomparso dopo la Guerra Fredda, è importante soffermarsi un attimo sulle specificità dell’imperialismo statunitense.
È il primo impero non territoriale della storia, che si proclama non imperialista, che non occupa permanentemente i paesi, ma li protegge stanziando truppe in quasi 800 basi militari sparse per il globo, e che non ha bisogno di cambiare le bandiere dei suoi vassalli, ma si limita a cambiare i governi che attuano politiche errate attraverso la sua grande specialità: le operazioni di cambio di regime (O’Rourke, 2018) che, nelle parole di un critico liberale dell’imperialismo statunitense come Jeffrey Sachs, sono “progetti a lungo termine” (proprio come Hobson nel XIX secolo, Sachs è un liberale che nel XXI secolo ritiene che l’imperialismo sia negativo per la democrazia e il benessere materiale dei paesi che lo esercitano e un fattore destabilizzante che esacerba il rischio di una guerra globale).
Da molti anni si discute del declino dell’impero americano. Credo sia importante ricordare alcuni fatti per sfumarlo e contestualizzarlo. È vero che oggi la Cina è già la prima potenza manifatturiera ed esportatrice del mondo; tuttavia, è fondamentale non dimenticare che gli Stati Uniti mantengono per il momento la loro supremazia militare, finanziaria, tecnologica e culturale (D’Eramo, 2022). A differenza degli imperi del passato (imperi del libro e unilingui), l’impero americano si basa sull’immagine e sul suono e si veicola attraverso una lingua che non sostituisce le lingue dei suoi sudditi, ma si sovrappone ad esse. Nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, l’egemonia americana è assolutamente schiacciante in tutto il mondo e una fonte di potere travolgente (anche in ambito militare e di intelligence). A livello economico, certamente gli Stati Uniti sono stati scalzati come principale centro di produzione di valore a livello mondiale, ma ciò non impedisce loro di continuare a controllare i grandi flussi mondiali di capitale e l’architettura istituzionale che li sostiene. Infatti, qualsiasi tentativo di sostituire il dollaro come valuta di riferimento mondiale ha provocato interventi militari fulminanti: la sorte toccata a Saddam Hussein, Muammar Gheddafi e, più recentemente, Nicolás Maduro ne sono chiari esempi. In questo senso, il margine di manovra dell’imperialismo statunitense rimane ampio e, nonostante Trump stia contribuendo a un rapido logoramento con la sua sfrontatezza, il suo discorso di estrema destra e la sua imprevedibilità megalomane e narcisistica (Montoya, 2025), persistono ancora meccanismi egemonici di soft power efficaci e operativi in cui i suoi vassalli si riconoscono e dai quali traggono vantaggio (Anderson, 2013).
Insomma, uno dei grandi handicap della Cina nel rappresentare una sfida all’egemonia mondiale americana, insieme alla debolezza finanziaria dello yuan, è che manca di un’ideologia imperiale universale che conferisca coerenza (frasi come il sogno cinese o il modo di vita cinese ci sembrerebbero ridicole…) e attrattiva globale al suo crescente potere. La Cina non dispone di nulla che assomigli all’ortodossia cattolica che trasformò l’Impero spagnolo del XVI e XVII secolo in “martello degli eretici” e spada della “vera fede”, all’etica protestante degli “eletti” contrapposti ai “dannati” propagata dagli olandesi, al “libero commercio” e «la ricchezza delle nazioni» proclamata dall’impero britannico, all’«internazionalismo proletario» brandito dall’URSS nella sua area di influenza o all’espansione della «democrazia» e alla promozione dei «diritti umani» che accompagnano lo Zio Sam fino ad oggi (Anderson, 2018).
Dall’euforia del globalismo unipolare all’attuale isteria imperialista
Le ricette neoliberiste (privatizzazione di imprese e servizi pubblici, deregolamentazione finanziaria, riduzione delle imposte sul capitale e sulle fortune, compressione dei salari e delocalizzazione della produzione verso paesi a basso costo del lavoro) hanno portato a una ripresa importantissima della redditività e dei profitti negli anni ’80 e ’90, ma a costo di far lievitare il debito di privati, imprese e Stati e di una crescente instabilità finanziaria alimentata dalla speculazione. Anche il crollo dell’URSS e la restaurazione capitalista nell’Europa dell’Est hanno contrastato in modo significativo le tendenze alla stagnazione che il capitalismo mondiale trascinava già dagli anni ’70. Arrighi parla di crisi del modello americano di accumulazione e dell’apertura di un contesto di caos sistemico per mancanza di un nuovo leader egemonico. Mandel (1986) riteneva che l’esaurimento della lunga ondata espansiva del capitalismo del dopoguerra per motivi endogeni (fondamentalmente la legge della tendenza alla diminuzione del tasso di profitto) potesse essere contrastato in modo duraturo solo da potenti eventi esogeni alla rotazione del capitale (nuova ripartizione imperiale, sconfitte decisive della classe operaia, ecc…). Harvey (2003) vedrà nell’accumulazione per espropriazione la caratteristica dominante del nuovo imperialismo neoliberista, con le sue logiche privatizzatrici e deregolatrici, alla stregua delle recinzioni che Marx avrebbe analizzato nei suoi scritti sull’accumulazione capitalistica originaria.
La scomparsa del contrappeso geopolitico dell’URSS e l’ebbrezza neoliberista porteranno a un’arroganza unipolare statunitense che seminerà le tempeste attuali e che, inoltre, non sarà in grado né di contrastare il suo lungo declino industriale né di correggere il proprio indebitamento… né, più in generale, di fornire un rinnovato e sostenuto dinamismo all’insieme del sistema capitalista mondiale.
Chi semina vento, raccoglie tempesta…
L’attuale tensione nel mondo ha a che fare con il tentativo dell’Occidente, principalmente degli Stati Uniti, di impedire con ogni mezzo il declino del proprio potere nel mondo (Poch de Feliu, 2024). La successione di guerre di Washington nell’arco che va dall’Afghanistan alla Libia, passando per l’Iraq e le guerre nell’ex Jugoslavia (Gowan, 2000), è legata alla concezione neoconservatrice, comune a repubblicani e democratici, di un dominio mondiale in solitaria formulata nel 1992 e raccolta in un noto libro: «I tre grandi imperativi della geostrategia imperiale sono evitare scontri e mantenere la dipendenza dei vassalli in materia di sicurezza, per tenere le potenze tributarie sottomesse e protette, e per mantenere divisi i barbari» (Brzezinsky, 1998).
L’ascesa della Cina, la reazione della Russia e la crescente alienazione del Sud del mondo non sono estranee a questo crescente disordine internazionale.
La priorità americana per l’Europa era separare la Germania dalla Russia e impedire l’integrazione dell’Unione Europea nel conglomerato geoeconomico eurasiatico, la cui principale forza motrice è a Pechino (come ha sottolineato il vertice NATO di Madrid nel giugno 2022). La Cina è il primo partner commerciale dell’UE. La Russia era il suo principale partner energetico. Gli Stati Uniti stanno rompendo entrambe le relazioni, nonostante l’UE sia riuscita a riprendere l’iniziativa di fronte alle guerre tariffarie di Trump con la recente firma dell’accordo commerciale con il MERCOSUR e l’India. Per quanto riguarda la Russia l’obiettivo è già stato raggiunto e, nella migliore delle ipotesi, la rottura durerà alcuni decenni (l’attentato contro il Nord Stream nel Mare del Nord simboleggia molto bene ciò che è in gioco). La questione della Cina è più difficile, ma anche questa sta procedendo (AUKUS, crescente collaborazione tra la NATO e Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Filippine, Australia, ecc…). Il risultato è stato una crescente subordinazione dell’UE agli Stati Uniti, una grave recessione economica in Germania, l’ascesa dell’estrema destra (Palheta, 2018) e l’aggravarsi della crisi iniziata 15 anni fa con la crisi dell’euro nei PIGS, la Brexit e l’affermarsi della necropolitica anti-immigrazione (Murphy, P., Toussaint, É. e Urbán, M., 2024).
Il grande punto di svolta
Gli anni 2007-2009 avranno un impatto economico e geopolitico fondamentale.
Sul piano economico, sebbene fino a quel momento la governance neoliberista fosse riuscita a spostare l’instabilità che creava verso le periferie (crisi messicana del 1994, russa del ’95, asiatica del ’98 e l’Argentinazo del 2001), in questa occasione la grande crisi neoliberista è scoppiata negli Stati Uniti (con i mutui subprime) e ha colpito in pieno l’Europa:
- Si è inaugurata una lunga dinamica di stagnazione iniziata nei grandi centri imperialisti (Lapavitzas et al.) che si è perpetuata a causa degli effetti della pandemia del 2020-2023.
- Sono emersi gli effetti differiti dello spostamento verso Sud e verso Est dei grandi centri di produzione di valore, nonché dell’esaurimento delle dinamiche di finanziarizzazione come meccanismo per recuperare i profitti con un’accumulazione scarsa o nulla.
- La perdita di dinamismo nei centri imperialisti si è manifestata in una stagnazione della produttività dovuta a investimenti estremamente scarsi, nello sviluppo del sistema bancario ombra che sfuggirà alla già scarsa regolamentazione statale (Louçã, 2019) e nella cronicizzazione delle multinazionali zombie (sostenute da ricorrenti iniezioni di liquidità provenienti dalle banche centrali)…
- Non mancano autori (Roberts, 2025) che segnalano indizi secondo cui sta per scoppiare una nuova bolla finanziaria legata all’intelligenza artificiale.
Sul piano geopolitico si è verificato:
- Un inasprimento delle tensioni interimperialiste su scala internazionale.
- Una crescente instabilità politica interna, sia nei paesi del centro che in quelli delle periferie.
Di conseguenza, dai tempi dell’amministrazione Biden (e in particolare dalla fuga americana da Kabul nel 2021) esistono quattro grandi focolai di tensione interimperialista:
- Palestina e Medio Oriente (si veda il magnifico testo di Daher, 2023).
- L’Ucraina, il Baltico e il Mar Nero (gli abbordaggi europei contro la cosiddetta flotta fantasma russa potrebbero provocare in qualsiasi momento un grave incidente militare con la Russia…).
- Il Sahel e l’Africa subsahariana (attualmente la disputa per l’Africa è molto accesa tra tutte le potenze imperialiste).
- Taiwan e il Sud-Est asiatico (non si può escludere del tutto un’azione militare che permetta a Xi Jinping di passare alla storia come il riunificatore della Cina).
A cui l’aggressività imperialista del secondo mandato di Trump (Montoya, 2025) sta aggiungendo altre due regioni in primo piano nel confronto mondiale:
- L’America Latina (vedi l’articolo di Valerio Arkary in questo numero della rivista) e i Caraibi (con il recente intervento imperialista statunitense in Venezuela e le minacce contro Cuba, Colombia e Messico) (Fernández, 2026).
- La Groenlandia e, più in generale, l’Artico (il Congo Boreale del XXI secolo, in cui il collasso climatico aggrava la rapina estrattivista, le violenze contro le popolazioni indigene e la conquista di posizioni geopolitiche), come hanno messo in evidenza le recenti minacce di Trump e l’orizzonte di future “guerre bianche” (Mian, 2025).
Interrogativi cinesi
Non c’è alcun dubbio che il crescente antagonismo tra Stati Uniti in declino relativo e una Cina sempre più potente, ma che mostra anche segni di perdita di dinamismo, attraversi tutti gli aspetti della situazione mondiale dall’inizio del secolo. Alcuni autori parlano di nuova guerra fredda (Achcar, 2023), altri dell’emergere di un mondo multipolare. Ma, senza dubbio, la caratterizzazione precisa della natura dello Stato e della società cinesi, del loro tentativo di opporsi all’architettura economico-istituzionale della globalizzazione americana, ma anche delle loro debolezze e contraddizioni, è un compito chiave dei e delle socialiste nel XXI secolo e meriterebbe un articolo specifico.
Constatiamo, tuttavia, che il Paese è caratterizzato da enormi disuguaglianze e tensioni sociali causate da un capitalismo piuttosto selvaggio ma centralmente pianificato, che convive con la proprietà pubblica di settori strategici (come gran parte della terra e del settore bancario). Si assiste al crescente sviluppo di un capitalismo orientato all’esportazione, ma fortemente ostacolato da un mercato interno molto debole, nonostante una progressiva crescita dei salari reali. Un sistema ibrido guidato da un partito comunista repressivo – alcuni vedono negli eventi di Tiananmen del 1989 il coronamento di una controrivoluzione e di una restaurazione capitalista ormai concluse (Au Loong Yu, 2023)–, che impedisce una stabile auto-organizzazione operaia – ma che spesso fa concessioni sotto la pressione popolare – e che combina conservatorismo neoconfuciano, nazionalismo e riferimenti al socialismo e al marxismo. Uno Stato che non controlla ancora apertamente una borghesia capitalista restaurazionista (Katz, 2023), ma che sperimenta le crescenti tensioni proprie di un sistema ibrido, che si manifestano molto chiaramente nelle lotte frazionistiche tra diversi settori che dominano ambiti specifici dell’apparato produttivo e nelle lotte di potere tra Stato centrale e burocrazie regionali.
Infine, un altro dibattito centrale da sviluppare è se si possa parlare a ragione di imperialismo cinese o meno (personalmente ritengo che non vi siano dubbi al riguardo sul piano economico se seguiamo il criterio classico di Lenin, ma è molto più dubbio sul piano geopolitico per il momento o, nel caso, non è ancora un processo consumato).
La Russia, la NATO e la guerra in Ucraina
Se vogliamo che il movimento operaio abbia un futuro in Europa, dobbiamo caratterizzare correttamente il conflitto in corso senza semplificazioni e comprendere che esiste una dialettica tra oppressione nazionale (del nazionalismo grande-russo sull’Ucraina, ma anche delle minoranze all’interno dello Stato ucraino) e, al contempo, una guerra per procura della NATO contro la Russia (Piva, 2023). Tuttavia, la dinamica della guerra ha imposto un cambiamento nella sua intensità, nella misura in cui la volontà di resistenza di una maggioranza della popolazione ucraina all’inizio dell’invasione di Putin si è progressivamente subordinata agli obiettivi, ai metodi e alla direzione politico-militare delle potenze che sostengono Kiev contro la Russia (prima gli Stati Uniti di Biden e attualmente l’UE del duo Kallas-Von der Leyen). Allo stesso tempo, lo stallo della situazione militare nel quadro di una lunga guerra di logoramento ha favorito da allora una crescente disaffezione, un allontanamento e atteggiamenti sempre più contrari alla guerra tra fasce crescenti della popolazione (come la fuga massiccia di coscritti russi e le diserzioni non meno massicce di soldati ucraini, scettici di fronte a una promessa illusoria di vittoria).
Sebbene non vi sia alcun dubbio che la Federazione Russa sia l’unica responsabile di un’invasione riprovevole e criminale, come tutte le aggressioni imperialiste, è palesemente falso sostenere che non sia stata provocata.
È necessario ricordare alcuni fatti per contestualizzare l’invasione del 24 febbraio 2022:
- La Guerra Fredda non si è mai conclusa del tutto dopo il crollo dell’ex URSS e del Blocco dell’Est più di trent’anni fa. La conversione di intere fazioni delle vecchie burocrazie all’etnonazionalismo per mantenersi al potere, come già accaduto nell’ex Jugoslavia, l’intervento delle grandi potenze per operare e/o contribuire a una restaurazione capitalista neoliberista e mafiosa e incoraggiare scontri a proprio vantaggio è stata una costante dagli anni ’90 nell’Europa dell’Est.
- È impossibile comprendere il conflitto attuale perdendo di vista il trauma della decomposizione dell’Unione Sovietica e del crollo dei paesi dell’Est, la dialettica dei conflitti armati che hanno avuto luogo nel mondo dalla fine della Guerra Fredda, le guerre lanciate dalla NATO (Anderson, G., 2023) e la sua espansione verso est senza e contro la Russia (Haslam, 2023).
- La base materiale che spiega il grande antagonismo tra una NATO egemonizzata dagli Stati Uniti e la Russia è la natura del capitalismo politico russo, che, dall’inizio degli anni 2000, non è più permeabile alla penetrazione degli interessi del capitalismo transnazionale globalizzato e cerca di garantire gli interessi delle proprie oligarchie sulla base di un potere bonapartista autoritario e anti-operaio che mira a salvaguardare le sue zone di influenza tradizionali e il suo rentismo estrattivista.
È anche importante ricordare che l’invasione ordinata da Putin nel 2022 sarebbe stata impossibile se in Ucraina non si fossero verificate dinamiche di guerra civile a partire dal 2014 (Ishenko, 2024).
Molte guerre non si capiscono fino alla fine…
Di fronte alla guerra in Ucraina, la crescente debolezza politica, sociale e intellettuale della sinistra ha portato non pochi a un’apologia indiretta della NATO, a un sostegno critico al suo intervento nel conflitto e ad accettare de facto parte della sua propaganda. Non è una novità: molte debacle del movimento operaio del passato sono state causate dal fatto che alcuni credevano, ad esempio, che l’entrata in guerra della Gran Bretagna nella Grande Guerra fosse dovuta all’invasione non provocata di un paese neutrale come il Belgio da parte del militarismo tedesco e quella della Russia in soccorso dell’autodeterminazione della Serbia contro l’imperialismo austriaco, che la Seconda Guerra Mondiale fosse solo uno scontro tra democrazia e fascismo, che la ragion d’essere dello Stato di Israele fosse l’opposizione all’antisemitismo o che l’intervento americano in Vietnam rispondesse a una lotta del mondo libero contro il totalitarismo sovietico.
Per evitare di cadere in semplificazioni e manicheismi di questo tipo, mi sembra importante ricordare alcuni fatti che mettono in luce la gravità della situazione europea e mondiale dal 2022:
- Nessuna delle guerre per procura della Guerra Fredda è stata combattuta al Nord, e tanto meno ai confini (e persino all’interno dei confini) di una grande potenza nucleare come la Russia.
- Durante la Guerra Fredda esistevano trattati di limitazione delle armi nucleari, oggi ciò è stato sistematicamente sabotato, prima dagli Stati Uniti e più recentemente dalla Russia. Ciò ci ha condotto a uno scenario probabilmente più pericoloso della crisi dei missili di Cuba del 1962 (Jacobsen, 2024), dove fu effettivamente applicata la Dottrina Monroe, che proibisce la presenza di interessi, regimi alleati o basi militari di altre grandi potenze, non alle frontiere degli Stati Uniti, ma nelle Americhe nel loro complesso.
- È opportuno ricordare anche che l’entusiasmo iniziale delle cancellerie occidentali per le prospettive aperte dalla guerra per procura che la NATO stava conducendo contro la Russia sulle spalle dell’Ucraina ha portato non pochi dei suoi esponenti ad accarezzare la prospettiva di un Afghanistan slavo (Watkins, 2022). Si è insistito fino alla nausea sul fatto che i crimini di guerra commessi rendessero impossibile qualsiasi negoziazione e che si dovesse forzare la sconfitta totale della Russia. Alla luce di ciò che l’«Occidente» tollera quotidianamente da parte di Netanyahu dal 7 ottobre 2023 («Bifo» Berardi, 2022), l’ipocrisia dell’imperialismo occidentale risulta del tutto scandalosa.
- Tutte le informazioni disponibili indicano che la Russia sta vincendo, lentamente e non senza difficoltà, una terribile guerra di logoramento con enormi perdite da entrambe le parti, è stata in grado di resistere alle sanzioni economiche e ha rafforzato il suo legame geopolitico e geoeconomico con la Cina. Ciò spiega il tentativo di Trump di ripetere la mossa magistrale di Nixon-Kissinger di 50 anni fa, ma al contrario (fare concessioni a Putin in Ucraina per guadagnarsi il suo favore nell’Artico e poter concentrare tutto il fuoco sulla Cina), da un lato, e scaricare il peso della guerra di Biden sui suoi vassalli europei, affinché si accollino una sconfitta certa (l’obiettivo strategico degli americani è già stato ampiamente raggiunto con l’esplosione del Nord Stream), dall’altro. Il secondo obiettivo è già un dato di fatto, il primo sembra arrivare troppo tardi.
- Ultimo, ma non meno importante, continuano ad arrivare informazioni che indicano la responsabilità ucraina del sabotaggio del Nord Stream con l’aiuto di uno o più paesi della NATO nell’azione (il silenzio dell’establishment europeo su questo è assolutamente assordante e vergognoso).
L’Unione Europea. Un manicomio tra Ucraina e Groenlandia
È necessario concludere questa panoramica generale sulla decadenza capitalista e gli imperialismi con alcune osservazioni finali sull’attuale deriva dell’UE.
- L’Europa della difesa, un vecchio progetto dell’UE che è stato promosso e legittimato grazie alla guerra in Ucraina, non solo traduce la volontà di rafforzare il proprio hard power, soprattutto nella melée per il controllo delle risorse in Africa, ma costituisce anche un alibi per seppellire con un colpo di penna l’agenda verde europea. Il potenziamento militare europeo e la retorica di guerra contro la Russia sono una fuga in avanti che riflette l’impatto del declino dell’industria automobilistica tedesca, l’inquietudine generata tra i suoi dirigenti dal caos interno negli Stati Uniti e la crisi politica interna dell’Unione Europea (Sheidler, 2025)…
- L’invasione putinista ha permesso l’allargamento della NATO a Finlandia e Svezia, aggiungendo nuove tensioni con la Russia e ponendo fine a una lunga storia di neutralità di questi paesi (che in parte ha attenuato importanti tensioni durante la Guerra Fredda).
Nei suoi rapporti con la Russia, l’Unione Europea ha rinunciato alla diplomazia già da molti anni (Sachs, 2025). Ha invece una politica di sanzioni, che per il momento si ritorcono contro di essa, e una politica di rimilitarizzazione (Lieven, 2026).
Esiste, infine, un legame strutturale tra la militarizzazione (Serfati, 2025) europea (che ogni anticapitalista ha il dovere di combattere) e l’intervento militare europeo e della NATO in Ucraina di più ampia portata. Per tutto ciò, è contraddittorio opporsi formalmente alla militarizzazione dell’Europa e allo stesso tempo sostenere l’intervento militare crescente e senza fine in Ucraina, quando quest’ultimo è il principale motore della militarizzazione del continente (Fernández, 2024).
“Il nemico principale è in casa”
A titolo di conclusione è importante sottolineare che non c’è alcun dubbio che l’imperialismo più destabilizzante del mondo continui ad essere quello statunitense, tanto più quando la prima potenza mondiale è guidata da una cricca di multimiliardari di estrema destra decisi a perpetuare con ogni mezzo il potere della borghesia yankee, anche a costo di una scia di nuove guerre all’estero e dell’imposizione della propria agenda controrivoluzionaria e suprematista all’interno. Come ricordava Poulanzas, esiste una dialettica tra radicalizzazione imperialista verso l’esterno e fascistizzazione verso l’interno: qualcosa che si può constatare non solo nella Russia di Putin e negli Stati Uniti di Trump, ma anche in molti paesi dell’UE. Detto questo, è vitale evitare i canti delle sirene dell’imperialismo europeo e il suo incipiente defensismo in nome di una democrazia svuotata. Non dimentichiamo che l’Europa ha generato il colonialismo più crudele, la tratta degli schiavi, il capitalismo e la forma più atroce di difesa di tale sistema: il nazifascismo. Né Putin né Trump possono essere l’alibi per cadere in una nuova union sacrée europea. La politica dell’internazionalismo socialista consiste nel solidarizzare con tutti i popoli che subiscono aggressioni imperialiste, saccheggi capitalisti, razzializzazione, sfruttamento ed esclusione nelle metropoli. Non ci sarà politica antifascista efficace che non proponga senza complessi un’alternativa ecosocialista e rivoluzionaria e che non lotti contro tutti gli imperialismi mantenendo l’indipendenza di classe come bussola strategica. Insomma, l’Europa ha generato il peggio, ma anche il meglio: la filosofia classica e l’umanesimo, l’idea di democrazia e il comunismo, il movimento operaio e il marxismo, il femminismo e l’antimilitarismo rivoluzionario di figure come Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. Facciamo sì che queste fonti di futuro rifioriscano.
Andreu Coll è militante di Anticapitalistas e membro del comitato consultivo di viento sur.
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