L’orribile notizia dei quattro braccianti asiatici bruciati vivi ad Amendolara ci parla, ancora una volta, di quanto non abbia senso il razzismo: non solo quello delle canaglie dell’estrema destra, che vorrebbero la “remigrazione” di tutti i “non italiani” (non si capisce quali dovrebbero essere i criteri di “esclusione”). Ma pure quella variante umanitaria che non vuole essere propriamente razzista, ma che legge la realtà secondo le lenti delle “etnie”, invece che quelle delle classi sociali. Gli immigrati, come tutti gli esseri umani, non sono né “più buoni”, né “più cattivi” degli autoctoni. Sono più o meno la stessa cosa, nel bene e nel male. E possono essere altrettanto sfruttatori (e assassini). Ciò che ci rende “fratelli” non è MAI l’origine etnica, ma stare nella stessa classe sociale. Per cui i miei nemici sono TUTTI gli sfruttatori (italiani, pakistani, arabi, israeliani, ecc.), e i miei “compagni” sono i proletari, da qualunque parte provengano. [FG]

Ecco come il Fatto Quotidiano riporta la testimonianza dell’unico sopravvissuto.

Dice che c’è una “grande mafia del Pakistan”, che i due fermati erano caporali a caccia di soldi per il trasporto e pronti a trattenere buona parte del loro già misero salario. È un testimone chiave della strage di Amendolara, dove 4 braccianti sono stati bruciati vivi da due pachistani in un minivan, perché lui era lì dentro. Sopravvissuto. Ancora in grado di raccontare perché è riuscito a rompere il finestrino a suon di testate. L’unico a uscire vivo da un inferno del quale porta ancora i segni addosso.

È un bracciante afgano, regolare in Italia, che con le quattro vittime condivideva tutto. Il lavoro, la casa a Villapiana e i soprusi dei due fermati dalla procura di Castrovillari, che coordina il lavoro della Mobile di Cosenza e dei carabinieri, per il quadruplice omicidio. Erano due caporali, lascia intendere nel suo racconto consegnato ai microfoni del Tg1 e della TgR Calabria. In un italiano stentato ha raccontato che tre vittime erano afghane, non pachistani come ipotizzato finora, e che i due fermati erano coloro che volevano dei soldi per il trasporto, che le vittime non volevano dare.

La strage dunque sarebbe stata una sorta di vendetta, la punizione finale per aver alzato la testa. Di fronte al rifiuto dei cinque all’interno del van, ha raccontato, i due hanno gettato prima la benzina nell’abitacolo e poi hanno appiccato il fuoco con un accendino, bruciando vivi i quattro migranti. Lui è riuscito a fuggire rompendo un finestrino. All’indomani ha ancora le braccia fasciate per le ustioni. “Ho visto l’orrore, sono vivo per miracolo – ha detto ancora – Ho pensato di morire”.

L’uomo ha anche aggiunto che i cittadini pakistani minacciavano lui e gli altri con coltelli e pistole per farlo lavorare e che non li pagavano: “I soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì ma i soldi no”. Quindi ha aggiunto che nel suo settore di lavoro, nelle campagne tra Basilicata e Calabria dove in questo periodo si coltivano soprattutto fragole, c’è una “grande mafia del Pakistan”.


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