Ottant’anni fa, il 2 giugno 1946, nasceva la Repubblica italiana. Non fu, come la Repubblica spagnola nel 1931, l’inizio di un ciclo rivoluzionario, culminato nel luglio 1936 con la sconfitta dei golpisti a Barcellona, Madrid, Valencia, ecc. Fu piuttosto l’inizio della fine del ciclo, a suo modo rivoluzionario, iniziato con i grandi scioperi operai nel triangolo industriale del marzo 1943. Riproponiamo qui tre valutazioni, molto diverse tra di loro. La prima è di Sinistra Anticapitalista, la seconda è di Red Militant, la terza è di un esponente di Potere al Popolo, Filippo Ronchi [FG]

Per un 2 giugno contro i re e i tiranni

di Francesco Locantore (Sinistra Anticapitalista)

Il 2 giugno si celebra l’ottantesimo anniversario della Repubblica, con la consueta parata militare in via dei Fori Imperiali a Roma. Una celebrazione che oggi più che mai mistifica il significato storico di quel Referendum popolare che il 2 giugno del 1946 rovesciò la monarchia, complice del fascismo.

Un primo fattore che ha portato a quel risultato è stato l’esito vittorioso della lotta popolare di Resistenza contro il nazifascismo, che aveva messo fine, il 25 aprile dell’anno precedente, ad un regime antidemocratico, maschilista, razzista e repressivo durato oltre venti anni.

Oggi a festeggiare il 2 giugno saranno figure istituzionali la cui storia politica è in continuità con il fascismo e non solo per ragioni nominalistiche o simboliche, o per i busti di Mussolini ostentati in televisione dal presidente del Senato. Il Governo delle destre guidato da Giorgia Meloni ha promosso negli ultimi quattro anni, con l’introduzione di ben quattro pacchetti “sicurezza”, provvedimenti repressivi delle lotte sociali e sindacali, la compressione dei diritti delle persone migranti, l’emanazione di nuove linee guida per le scuole caratterizzate dal suprematismo occidentale, bianco e cristiano, la legittimazione della violenza degli stupratori con il ddl Buongiorno, ha cercato di limitare l’autonomia e indipendenza della Magistratura (progetto scongiurato ancora una volta grazie ad un referendum popolare) e in queste settimane sta provando ad imporre una riforma della legge elettorale sul modello della legge Acerbo del 1923, introducendo un premio di maggioranza che andrebbe a comprimere ancora più di quanto è stato già fatto la rappresentatività del Parlamento.

Il secondo fattore che nel 1946 probabilmente ha fatto maturare le coscienze in senso antimonarchico è stato il desiderio di pace, dopo anni di coinvolgimento dell’Italia nelle imprese coloniali e nella seconda guerra mondiale.

Oggi la parata militare del 2 giugno risulta ancora più funesta per via dei venti di guerra che spirano nel mondo e del ruolo nefasto che ha assunto l’Italia al fianco dei suoi alleati imperialisti. La guerra in Ucraina, scatenata dall’imperialismo russo, è stata colta al balzo dalle potenze europee e dalla NATO come scusa per giustificare un enorme aumento delle spese militari (aumento che peraltro era già in atto da alcuni anni), mentre da oltre 4 anni si continuano a mietere centinaia di migliaia di vittime. La retorica dell’unione tra i popoli in Europa per costruire la pace e la solidarietà, già traballante per via delle politiche di respingimento sistematico dei migranti, ha presto lasciato il campo alla retorica militarista, alla necessità di comprimere ulteriormente le spese sociali per aumentare quelle per la difesa.

Intanto il governo Meloni si guarda bene dal criticare l’imperialismo del suo alleato negli Stati Uniti, con una presidenza Trump che sta imponendo gli interessi di quel Paese in tutto il mondo in spregio del diritto internazionale e della convivenza pacifica. Si pensi al rapimento di Maduro in Venezuela, alle minacce di annessione della Groenlandia, al blocco economico  e alle minacce di invasione di Cuba. L’attacco all’Iran  ha scatenato una guerra con conseguenze drammatiche per la popolazione locale, ma con effetti economici per tutta la popolazione mondiale, ivi comprese le classi popolari in Italia che stanno già subendo l’inflazione dovuta all’aumento dei prezzi delle fonti energetiche, in un’economia ancora fortemente dipendente dal petrolio (anzi l’obiettivo già raggiunto dalle destre in Europa è stato quello di rinviare sine die la necessaria transizione energetica alle fonti rinnovabili ed ecocompatibili).

Infine la disumanità dell’imperialismo è evidente in Palestina, dove la prepotenza dello Stato sionista di Israele è arrivata a compiere un genocidio, con il beneplacito delle democrazie occidentali. A chi ha provato ad opporsi all’apartheid e allo sterminio pianificato dei palestinesi provando a rompere il blocco navale e terrestre degli aiuti, vale a dire ai militanti della Global Sumud Flotilla, è stato riservato un trattamento disumano, comprensivo di torture ed umiliazioni, che rimanda a quello ancor più feroce che viene impartito ai Palestinesi. Il Governo italiano, insieme agli europei, ha fatto il gesto di indignarsi contro il video fatto girare dallo stesso ministro Ben-Gvir, ma poi continua a intrattenere relazioni di collaborazione economica e militare con Israele, rendendosi complice di un crimine storico contro l’umanità, paragonabile a quello che il fascismo e il nazismo hanno perpetrato contro gli ebrei prima e durante la Seconda Guerra Mondiale.

Nel referendum e nelle elezioni dell’Assemblea costituente del 1946 si sono manifestate con forza le istanze di classe delle lavoratrici e dei lavoratori, che esprimendosi contro il fascismo e la monarchia avevano in mente di cacciare i padroni, quelli che sfruttavano operai e contadini, protetti dallo Stato di polizia, dallo sciopero considerato un reato penale, quelli che continuavano tranquilli a vivere nel lusso mentre la popolazione era affamata dalla crisi economica mondiale, dall’autarchia e dalla necessità di finanziare l’apparato bellico.

Oggi il Governo delle destre precetta i lavoratori e le lavoratrici in sciopero, tutela e finanzia in ogni modo i padroni persino nel decreto primo maggio, non fa nulla per far rispettare e rafforzare le norme sulla sicurezza nonostante ci sia una media di tre omicidi sul lavoro al giorno, ha in progetto di introdurre la flat tax, per far pagare ancora meno a chi ha di più, rifiuta ogni idea di tassazione dei grandi patrimoni, realizza l’autonomia differenziata delle Regioni per poter meglio privatizzare i servizi pubblici e per lasciare a loro stesse le Regioni più povere, riforma le scuole asservendo gli istituti tecnici e professionali alle esigenze di avvio precoce al  lavoro delle imprese private, rifiuta di introdurre un salario minimo che sia in grado di assicurare a chi lavora un’esistenza libera e dignitosa. Oggi come allora le destre sono al servizio dei padroni, di un capitalismo che non genera più sviluppo e crescita economica, ma che riscopre vecchie modalità di sfruttamento e nuove modalità di devastazione ambientale, che utilizza la ricerca e l’innovazione tecnologica per fini privati e contro il bene comune, che licenzia lavoratrici e lavoratori anziché riconvertire le produzioni dannose e inquinanti, come ha dimostrato la lotta dei lavoratori ex GKN e il loro progetto di fabbrica socialmente integrata.

A ottant’anni di distanza bisogna riconoscere che le istituzioni repubblicane hanno ampiamente tradito le aspirazioni di pace, di libertà e di giustizia sociale che avevano animato le masse in quella stagione. Tocca oggi ad altri raccogliere quelle aspirazioni. Contro le monarchie dei moderni re, i capitalisti che finanziano e fomentano le guerre tra i popoli, il movimento No Kings sta provando a realizzare le convergenze dei movimenti sociali, ambientalisti, democratici, transfemministi, antimilitaristi. Prima e dopo il 2 giugno sono state realizzate e messe in cantiere numerose iniziative contro la guerra e per la giustizia sociale e climatica, a cui Sinistra Anticapitalista sta dando il suo contributo. Anche a livello internazionale nelle prossime settimane ci saranno importanti iniziative. La prima sarà la manifestazione Welfare not Warfare a Bruxelles il 14 giugno, contro i progetti di riarmo dei Paesi della UE, organizzata dalla rete Stop Rearm Europe. Negli stessi giorni, dal 13 al 17 giugno a Ginevra è stato organizzato il controvertice per contestare la riunione del G7 a Evian. Il 4 luglio  parteciperemo alla manifestazione contro la NATO a Istanbul, in occasione del vertice imperialista che si svolgerà in Turchia.

Infine ci stiamo preparando ad accogliere i nostri ospiti nazionali e internazionali in occasione della terza edizione dell’Università ecosocialista d’estate: “Intelligenze Anticapitaliste”, in cui discuteremo e approfondiremo le tematiche poste dai movimenti e proveremo ad avanzare le prospettive di lotta dell’autunno per cacciare il governo delle destre e per rafforzare il progetto rivoluzionario di costruzione di una società ecosocialista.

LA REPUBBLICA DEGLI INGANNI (da Red Militant)

“Il grido di battaglia non è affatto tra monarchia o repubblica ma tra dominio della classe operaia o dominio della borghesia”.

Così Karl Marx faceva piazza pulita, al suo tempo ma anche con una straordinaria proiezione futura, di tutti gli opportunisti che in nome del proletariato lavoravano contro di esso.

Ci piace ricordarlo oggi, giorno in cui tutto il carrozzone parlamentare, ma anche la sinistra-sinistra, nelle sue più diverse declinazioni, festeggiano la repubblica degli inganni.

Se la tengano stretta la loro repubblica, quella delle parate militaresche, delle Frecce Tricolori e di Mattarella che dispensa perle di saggezza e corone d’alloro.

Il 2 giugno non lo festeggiano i disoccupati, i precari, i lavoratori, invitati ad andare in vacanza e al ristorante prima di essere licenziati, non lo festeggiano le tante vittime dello sfruttamento capitalistico, sancito e difeso da questa repubblica.

La repubblica non fu una vittoria, neppure mutilata. Fu una sconfitta. Il proletariato, che aveva pagato il prezzo più alto negli anni della dittatura fascista, decimato dalla fame e dai bombardamenti, che aveva combattuto, nelle fabbriche come nelle montagne, per la sua liberazione fu, ancora una volta, tradito.

Al posto della liberazione sociale venne una Costituzione borghese che cancellò sogni, speranze, voglia di riscatto.

La “conquista della democrazia” servì solo ai padroni a ricostruire il loro Stato. I partigiani, traditi dai loro dirigenti, non potevano non deporre le armi e diventare icone inoffensive, buone per convegni e celebrazioni.

La repubblica e la costituzione furono il capolavoro dei “Padri della Patria”: due bufale all’ombra delle quali i padroni hanno potuto proseguire indisturbati a sfruttare, ad ammazzare di lavoro, a distruggere la salute di intere generazioni.

Oggi “festeggiamo” non una vittoria ma gli insegnamenti di una sconfitta che fa chiarezza sulla realtà in cui operiamo.

La storia è storia di lotte di classi. O si lotta per la propria o per quella del nemico.

Vie di mezzo non ce ne sono.

OTTANT’ANNI DI REPUBBLICA (F. Ronchi, Potere al Popolo)

Il 2 giugno 1946 gli Italiani e le Italiane furono chiamati a compiere una scelta destinata a segnare il futuro del Paese: Monarchia o Repubblica? A ottant’anni di distanza, quella scelta continua a suscitare discussioni. C’è chi ritiene che il passaggio alla Repubblica abbia rappresentato una svolta decisiva nella storia nazionale e chi sostiene invece che poco o nulla sarebbe cambiato se la Corona fosse rimasta al suo posto.

Forse oggi, liberati dalle passioni che accompagnarono quel voto, possiamo affrontare la questione con maggiore serenità. Più che discutere astrattamente dei pregi e dei difetti delle due forme istituzionali, vale la pena interrogarsi sul loro concreto bilancio storico. Cosa hanno rappresentato per l’Italia gli ottantacinque anni della Monarchia e cosa hanno significato gli ottant’anni della Repubblica?

LA MONARCHIA E LA COSTRUZIONE DELLO STATO UNITARIO

Nessun giudizio storico serio può negare il ruolo svolto dalla Monarchia sabauda nella costruzione dell’Italia unita.

La Casa Savoia fu protagonista del processo risorgimentale che portò all’unificazione nazionale e accompagnò il Paese nei suoi primi decenni di vita. Sotto la Monarchia si consolidarono le istituzioni dello Stato, si svilupparono le infrastrutture, crebbe l’alfabetizzazione e prese forma un mercato nazionale.

Ma la storia di una dinastia non può essere giudicata soltanto dai suoi successi. Deve essere valutata anche alla luce delle sue responsabilità.

UNA DINASTIA FORGIATA DALLE ARMI

La Casa Savoia fu, fin dalle sue origini, una dinastia profondamente legata alla dimensione militare.

Per secoli la forza delle armi rappresentò uno degli strumenti fondamentali della sua espansione politica. Non sorprende quindi che anche l’Italia monarchica abbia spesso individuato nella guerra uno strumento di affermazione nazionale e di prestigio internazionale.

Gli ottantacinque anni della Monarchia furono infatti segnati da una lunga successione di conflitti e lacerazioni.

Vi furono le campagne coloniali di fine Ottocento, culminate nella disastrosa sconfitta di Adua. Vi fu l’ atroce repressione delle proteste popolari del 1898, quando l’esercito venne impiegato contro i cittadini che chiedevano pane e lavoro , ma furono presi a cannonate. Vi fu la sanguinosa conquista della Libia.

E vi fu soprattutto la Prima Guerra Mondiale, presentata come il compimento del Risorgimento e la “Quarta Guerra d’Indipendenza”, ma costata al Paese centinaia di migliaia di morti e ferite profonde che avrebbero segnato la vita nazionale per decenni.

LA RESPONSABILITÀ DELLA MONARCHIA NEL FASCISMO

Tuttavia il vero banco di prova della Monarchia italiana fu il rapporto con il fascismo.

Nel 1922 Vittorio Emanuele III rifiutò di firmare lo stato d’assedio che avrebbe potuto fermare la marcia su Roma e affidò il governo a Benito Mussolini. Da quel momento la Corona cessò di essere semplice spettatrice degli eventi e divenne parte integrante del sistema politico che rese possibile l’affermazione della dittatura.

Per vent’anni il Re rimase sul trono mentre venivano abolite le libertà costituzionali, sciolti i partiti, perseguitati gli oppositori e costruito uno Stato totalitario.

La Monarchia condivise inoltre tutte le principali scelte del regime: la guerra d’Etiopia, l’invasione dell’Albania, le leggi razziali del 1938 e l’ingresso nella Seconda guerra mondiale.

Solo quando il fascismo era ormai al tramonto e la guerra era perduta in modo catastrofico la Corona cercò di prendere le distanze da Mussolini. Ma agli occhi di milioni di italiani quella scelta apparve tardiva e insufficiente.

IL GIUDIZIO DEL 2 GIUGNO 1946

Per comprendere il significato del referendum del 1946 occorre ricordare un fatto spesso dimenticato.

Gli italiani non erano chiamati a scegliere fra una monarchia ideale e una repubblica ideale. Non votavano sulla monarchia britannica, svedese o spagnola. Non si pronunciavano su una teoria costituzionale.

Erano chiamati a giudicare la Monarchia italiana e il ruolo che essa aveva svolto nella storia del Paese.

Per questo la vittoria della Repubblica non rappresentò soltanto una scelta istituzionale. Fu anche un giudizio storico sulla Casa Savoia e sulle responsabilità che essa aveva accumulato nel corso dei decenni precedenti.

GLI OTTANT’ANNI DELLA REPUBBLICA

La Repubblica non è stata perfetta. Nessuno potrebbe sostenerlo seriamente.

L’Italia repubblicana ha conosciuto la criminalità mafiosa, la corruzione, terrorismi e stragi- oltretutto architettati con l’ apporto di forze internazionali esterne che mal tolleravano la sua indipendenza su questioni cuciali, infine una crescente disaffezione verso la politica.

Molte promesse contenute nella Costituzione restano ancora oggi incompiute. Le disuguaglianze sociali persistono, il lavoro è diventato più precario e la partecipazione democratica appare più fragile rispetto al passato.

Eppure esiste un dato storico che merita di essere sottolineato.

In ottant’anni di Repubblica l’Italia non ha più conosciuto dittature. Non ha più visto la soppressione delle libertà fondamentali. Non ha più vissuto guerre combattute sul proprio territorio.

Intere generazioni di italiani hanno attraversato la loro vita senza sperimentare ciò che aveva segnato quasi tutte le generazioni precedenti: la guerra, l’occupazione militare, la perdita delle libertà civili.

UN RECORD NELLA STORIA ITALIANA

Forse è proprio questo il risultato più straordinario della Repubblica.

Se allarghiamo lo sguardo all’intera storia della penisola italiana, dalle città comunali agli Stati regionali del Rinascimento, dalle dominazioni straniere al Risorgimento, non troviamo un periodo altrettanto lungo caratterizzato dalla pace interna e dalla continuità delle istituzioni democratiche.

Sempre la storia italiana era stata segnata da guerre, invasioni, conflitti.

La pace non è stata la regola della nostra storia. È stata l’eccezione.

Per questo motivo gli ottant’anni trascorsi dal 1946 a oggi rappresentano un fatto storico di eccezionale importanza. Probabilmente il più lungo periodo di stabilità, libertà politica e pace che gli italiani abbiano conosciuto nella loro storia unitaria e, ribadiamolo, nell’intera storia della penisola.

UNA CONQUISTA DA DIFENDERE

Celebrare il 2 giugno non significa ignorare i problemi del presente né trasformare la Repubblica in un mito intoccabile.

Significa piuttosto riconoscere il valore di una conquista storica che troppo spesso viene data per scontata.

La Repubblica nata dalla Resistenza e dalla Costituzione del 1948 non si fondava soltanto sulla democrazia politica. Essa conteneva anche una forte idea di democrazia sociale, fondata sul lavoro, sulla solidarietà, sull’uguaglianza sostanziale tra i cittadini e sulla riduzione delle disuguaglianze economiche.

Difendere oggi la Repubblica significa quindi non soltanto preservare le libertà democratiche conquistate ottant’anni fa, ma anche impedire che venga progressivamente svuotato quel progetto di giustizia sociale che costituisce uno dei nuclei fondamentali della Costituzione.

In un’epoca segnata dalla crescita delle disuguaglianze, dalla precarizzazione del lavoro e dal prevalere di logiche economiche che tendono a subordinare i diritti sociali alle esigenze del mercato, dal restringimento degli spazi di libertà ad opera di potenti oligarchie economiche e finanziarie, tornare allo spirito originario della Costituzione significa riaffermare il valore della partecipazione democratica, della pace e della solidarietà.

Non si può tuttavia ignorare come la Repubblica italiana di oggi appaia spesso lontana dagli ideali che ne ispirarono la nascita. L’aumento delle disuguaglianze sociali, l’indebolimento dei diritti del lavoro, il progressivo ridimensionamento del welfare e il ritorno della guerra come strumento ordinario della politica internazionale pongono interrogativi profondi sulla fedeltà delle istituzioni ai principi sanciti dalla Costituzione.

L’articolo 3, che affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l’uguaglianza dei cittadini, e l’articolo 11, che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, appaiono oggi più che mai attuali e, al tempo stesso, più che mai bisognosi di essere difesi.

È questa la convinzione che anima l’impegno delle realtà sociali, politiche e di lotta — di cui “Brescia del Popolo” si considera parte — che continuano a battersi per una Repubblica fedele ai principi del 1948.

Per esse, la difesa della pace, della democrazia e dei diritti sociali non costituisce soltanto una scelta politica contingente, ma un modo concreto di dare attuazione ai valori fondativi della Repubblica.

Ottant’anni dopo il referendum del 2 giugno 1946, la questione non è più scegliere tra Monarchia e Repubblica. La storia ha già pronunciato il suo verdetto. La vera sfida del presente è fare in modo che la Repubblica continui ad essere non soltanto una forma istituzionale, ma una comunità democratica capace di garantire pace, libertà, lavoro e democrazia sociale.

Per questo il 2 giugno non deve essere soltanto un’occasione di memoria. Deve essere anche un momento di impegno civile e politico. Perché la Repubblica migliore non appartiene soltanto al passato: è ancora una conquista da realizzare e per la quale continuare a lottare.

FILIPPO RONCHI


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