di Gianni Sartori

In passato avevo cercato di decifrare la complessa situazione della sinistra rivoluzionaria turca in rapporto alla questione curda.
E – forse – avevo trascurato (solo qualche citazione) il ruolo assunto dal Partito Comunista Marxista Leninista (MLKP, in turco: Marksist-Leninist Komünist Partisi).
Sollecitato da un recente comunicato di tale organizzazione, cercherò ora di rimediare.
Il MLKP è nato nel 1994 dalla fusione di alcuni piccoli partiti comunisti di ispirazione enverista [dal nome del dittatore stalinista Enver Hoxha, ndr] (filoalbanesi) con la sigla MLKP-Kuruluş. A questa federazione nel 1995 si aggregherà anche il TKP/ML YİÖ.
Nello stesso anno il partito prenderà l’attuale denominazione, ma subirà una prima scissione (da parte del KP-İÖ). La componente giovanile è rappresentata dal KGÖ (Komünist Gençlik Örgütü) mentre il braccio armato si definisce con la sigla FESK (Esercito dei poveri e degli oppressi, in turco: Fakirlerin ve Ezilenlerin Silahlı Kuvvetleri ).
Fin dal 2012 il MLKP ha inviato molti suoi militanti e simpatizzanti (anche stranieri) in Rojava e alcuni di loro sono morti combattendo a fianco delle YPG. Tra quelli di cui si conosce la sorte, uno è caduto nel corso della battaglia di Ras al-Ayn e almeno tre a Kobane (come nel 2015 Emre Aslan) combattendo contro l’Isis.
Inoltre ha organizzato una Brigata internazionale di volontari (ispirandosi a quelle antifranchiste della Guerra di Spagna) alleata delle YPG in cui si sono integrati molti giovani di sinistra europei (provenienti soprattutto dalla Germania e dalla penisola iberica). Sempre nel Rojava ha costituito una emanazione politica denominata MLKP/Rojava.
Altri militanti del MLKP invece si sono integrati nella resistenza curda del PKK nel nord dell’Iraq (nel Bashur) sia per difendere la minoranza yazida di Sinjar, sia per contrastare le ricorrenti operazioni transfrontaliere (le invasione per intenderci) dell’esercito turco.
Nel 2015 una giovanissima militante comunista afro-tedesca integrata nel MLKP, Ivana Hoffman, è caduta combattendo contro le milizie dello Stato islamico.
Il 31 dicembre 2021, riferendosi alle recenti aggressioni di Ankara contro i curdi nel nord dell’Iraq,il Marksist-Leninist Komünist Partisi ha emesso un comunicato in cui dichiara che “tutti gli attacchi colonialisti-fascisti che avevano come obiettivo l’eliminazione della coscienza nazionale del popolo curdo, sono stati frustrati dalla resistenza”. Elogiando in particolare la dura lotta sostenuta dai curdi in quella che è conosciuta come la “Zona di Difesa di Medya” (fatte le debite proporzioni, spontaneo un accostamento con le ZAD – Zone à défendre- come quelle di Notre-Dame-des-Landes in Bretagna e di Testet).
Denunciando la violenza dell’aggressione turca che ha fatto ampio uso di armi chimiche, SIHA (droni armati) e aerei da combattimento (e sottolinenando la disparità dal punto di vista tecnologico tra gli schieramenti), mette in evidenza come in questi ultimi mesi sia stata scritta una nuova pagina di Storia nella lotta contro il secondo esercito della Nato.
Dopo aver definito “degni soltanto di disprezzo” gli attacchi turchi contro la popolazione di Sinjar e Maxmur, così come tutti i massacri perpetrati per fiaccare la volontà del popolo curdo e cancellarne il diritto all’autodeterminazione, il comunicato afferma con vigore che “quale sia stato il prezzo che ha dovuto pagare, il popolo curdo non si è arreso”.
Viene definito “vergognoso” il ruolo assunto dal PDK, accusato di essersi alleato con la Turchia e di aver abbandonato la popolazione yazida.
Non viene risparmiata nemmeno la politica iraniana (sbrigativamente definita “colonialista”) nei confronti delle richieste di diritti democratici e di libertà da parte dei curdi. Accusando Teheran di aver “trasformato le carceri in autentici cimiteri”.
E conclude: “Diamo il benvenuto all’anno 2022 con la forza della resistenza rafforzandoci nelle zone della guerriglia, nelle prigioni, strade, quartieri popolari e nelle montagne di Sinjar, con la volontà e l’organizzazione del nostro popolo, nello spirito della rivoluzione del Rojava. Diamo il benvenuto al 2022 con l’impegno di progredire nella nostra lotta nazionale con la rabbia di classe”.
Gianni Sartori