di Franco Turigliatto

I capi dei 20 paesi del mondo più industrializzati e ricchi , cioè i principali responsabili delle ingiustizie, miserie e violenze del pianeta, dopo aver utilizzato il set di Roma per promuovere la loro immagine e il loro potere, hanno lasciato la “Grande bellezza”, che nella sua storia ha visto il passaggio di tanti potenti, per raggiungere l’altra vetrina, quella della COP 26 a Glasgow. Il G20 è stato una miscellanea di autocrati moderni, dittatori, fascisti, monarchi reazionari e agenti capitalisti dai presunti guanti bianchi; è stato l’apoteosi del cinismo, dell’ipocrisia, delle falsificazioni, delle false promesse, degli impegni fasulli, del gioco dello scarico barile sul tema dell’ambiente tra gli uni e gli altri, con i paesi occidentali ad accusare India, Cina e Russia di non voler rispettare le scadenze per fermare il riscaldamento climatico e gli altri a ricordare che i principali inquinatori storici ed anche attuali sono proprio gli Usa e i suoi alleati e che sono questi stessi a chiedere più petrolio per rilanciare le loro economie.

I paesi del G20 sono anche i responsabili dell’80% della produzione di CO2 mentre sono gli altri paesi più poveri a subire già oggi le peggiori conseguenze del riscaldamento climatico come hanno denunziato ancora una volta invano alla COP26 in corso di svolgimento.

Ad officiare la cerimonia romana il capo della borghesia italiana, (in stretta connessione con il Presidente USA), che al termine dei lavori ha cercato di presentare il summit come un successo, quando invece ha prodotto solo l’ennesimo rinvio di scelte fondamentali per impedire la catastrofe climatica e vuote promesse sulla possibilità per tutti i paesi del mondo di disporre dei vaccini, quando invece, perpetuando il monopolio dei brevetti, la si nega nei fatti.

E il teatrino delle falsità è continuato nell’assise della COP 26 della città scozzese, dove ancora una volta, nonostante le denunce sulla drammaticità della situazione e le evidenze scientifiche, gli interessi economici capitalisti del grandi paesi impediscono e rinviano le misure necessarie per evitare le catastrofi annunciate.

In Italia la legge di bilancio

Nel frattempo in Italia si sta aprendo in Parlamento la discussione sulla legge di bilancio votata in Consiglio dei Ministri che definisce la politica economica per il 2022.

Come abbiamo già scritto le scelte della borghesia italiana si esprimono in primis attraverso l’utilizzo delle risorse europee, oltre 220 miliardi di euro del Recovery Plan, tradotto nel Piano Nazionale di Ripresa e Resistenza (Pnrr) che rappresenta, in diverse forme, un prestito, a cui prima o poi il paese sarà chiamato a rispondere. Va sottolineato ancora che la gran parte di questi miliardi sono attribuiti alle imprese capitaliste per garantire una profonda ristrutturazione e un rilancio del capitalismo italiano in stretta connessione con quelli europei, attraverso un aumento delle sue capacità concorrenziali e della produttività. E’ una operazione che può funzionare solo con un ulteriore aumento dello sfruttamento delle classi lavoratrici, a sua volta realizzabile se si comprimono ulteriormente le loro capacità contrattuali collettive e se si moltiplicano le divisioni al loro interno nel privato e nel pubblico. E’ il compito a cui è stato chiamato Draghi; la finanziaria varata dal governo costituisce un deciso passo in avanti in questa direzione, che il capo del governo sembra poter gestire politicamente con una certa facilità data la condivisione di fondo di tutte le principali forze politiche (al di là dei loro specifici interessi) e la palese subalternità delle grandi organizzazioni sindacali. La legge finanziaria ha dunque un’inaccettabile natura di classe (borghese) e costituisce un nuovo gravissimo attacco all’insieme delle classi lavoratrici e come tale va combattuta.

In questo articolo prenderemo in considerazione solo alcuni dei suoi aspetti principali, sottolineando però anche che, dietro le quinte, tra silenzi ed ambiguità, il governo manovra per agganciarvi anche la vergognosa autonomia regionale differenziata.

Le priorità rovesciate

Il punto di partenza della finanziaria e della discussione sulle misure da prendere rispetto ai bisogni della società è del tutto sbagliato, per meglio dire, strettamente funzionale alle richieste padronali. Si parte infatti dalla presunta necessità di diminuire le tasse (parlano di riduzione intendendo la riduzione della imposizione fiscale per i capitalisti e le classi agiate), quando invece la grande crisi in corso, pandemica e sociale, richiederebbe esattamente l’opposto, il reperimento di nuove risorse economiche che possono e debbono essere conseguite tassando quella classe sociale che nel corso degli ultimi 30 anni si è appropriata con profitti e rendite di fette sempre più grandi della ricchezza prodotta dalla classe lavoratrice. Per altro è quanto è stato fatto in altri periodi storici di fronte a grandi crisi, guerre, catastrofi naturali. Invece si ripropone la scelta liberista secondo cui dare più soldi ai padroni garantirebbe investimenti, sviluppo e maggiore benessere…. (sic).

Non contenti di vedersi già attribuiti gran parte del 220 miliardi del PNRR, i capitalisti italiani, per bocca del Presidente della Confindustria, hanno preteso di fare la parte del leone anche nella legge di bilancio che ammonta a circa 30 miliardi (in gran parte finanziata in deficit) e che fissa a 110 miliardi le emissioni nette di titoli del debito pubblico per il prossimo anno. Come scrive lo stesso Sole 24 ore il capitolo delle riduzioni fiscali vale “12 miliardi sul 2022 e 40 miliardi cumulati nel triennio, assorbendo quindi il 40% del valore della manovra” ! Quattro miliardi di riduzione fiscale sono già stati individuati, per altri 8 si devono ancora definire le modalità dell’intervento sul cosiddetto cuneo fiscale, se con un abbassamento delle aliquote fiscali, o con deduzioni, o con una riduzione o abolizione dell’IRAP (Imposta Regionale sulle Attività Produttive) che serve principalmente a finanziare la spesa sanitaria. In preda alla più totale bulimia (vogliamo tutto noi) il vicepresidente della Confindustria ha affermato che: “ E’ fondamentale abrogare l’IRAP, ma senza aumenti dell’IRES”. i

Pensioni 

Sulla previdenza, al di la delle manovre per gettare fumo e fornire qualche alibi ai partners di governo del presidente Draghi, viene chiusa definitivamente la finestra di quota 100, che aveva permesso, pur con penalizzazioni, a oltre 300.000 lavoratrici e lavoratori di accedere alla pensione in età ragionevole e si torna pienamente alla controriforma Fornero. In realtà, al di là della propaganda, questa legge (che insieme all’introduzione del sistema contributo in sostituzione di quello retributivo ha cambiato la vita a milioni di persone), è sempre rimasta operativa. Gli argomenti avanzati, che puntano a dividere e contrapporre i giovani ai vecchi (accusati di voler difendere privilegi insostenibili), sono inverecondi ed incredibili se non fossero sostenuti da una campagna ideologica totalizzante. A condurla sono gli stessi che, a suo tempo, hanno imposto le norme legislative che “garantiscono” ai giovani solo lavori precari ed intermittenti con salari di fame e con la prospettiva di avere in vecchiaia una pensione ancor più miserabile. Sono gli stessi che si dimenticano che più di 5 milioni di pensionate/i percepiscono un assegno sotto i 1.000 euro mensili. ii

L’individuazione della quota 102 (64 anni di età e 38 di contributi) e il prolungamento della APE sociale in versione estesa a nuove categorie di lavoratori e dell’Opzione donna (pensione totalmente contributiva e un aumento a 60 o 61 degli anni richiesti rispetto ai precedenti 58 o 59 anni, per poterla conseguire), sono soluzioni non solo parzialissime ma soprattutto penalizzanti a cui si aggiunge la presa in giro della promessa ai sindacati di un nuovo tavolo di consultazione, a legge di bilancio conseguita, per una più generale modifica del sistema.

Reddito di cittadinanza 

Difficile non avere un moto di rivolta leggendo le modifiche apportate al cosiddetto reddito di cittadinanza, che, al di là dei suoi limiti e del suo carattere di elemosina, ha comunque permesso in una situazione disperata e di emergenza come quella pandemica, a milioni di persone, di sopravvivere e di mangiare avendo perso ogni altra forma di sostentamento.

E’ inverecondo che soggetti come Bonomi, Salvini, Meloni, la Lega, FdI e tanti media denuncino questo misura, queste briciole che cadono dal ricco banchetto dei padroni verso i più deboli della società, come uno “spreco di risorse” e vogliano chiudere questo piccolo rubinetto di sopravvivenza, quando il paese conta ormai più di 5 milioni di persone, tra cui moltissimi bambini, in povertà assoluta ed altrettanti in povertà relativa. Ma deprecabile è anche il governo che pur stanziando un miliardo in più per finanziare questa misura introduca una serie di miserabili norme coercitive per limitarne l’accesso e l’entità, tra cui quella che prevede dopo 6 mesi la riduzione mensile di 5 euro dell’assegno, o la sua perdita definitiva dopo il secondo rifiuto di una proposta di lavoro “congrua”.

Che cosa ha preoccupato tanto in questi mesi padroni e padroncini, albergatori e commercianti di questa misura ? Un suo effetto collaterale, la possibilità per colui che la percepisce di respingere una proposta di lavoro quando “congrua” non è, ma che costituisce vessazione e supersfruttamento. Disporre di un minimo di reddito ha ridotto se pure limitatamente le possibilità di ricatto da parte dei “datori di lavoro” e ha permesso ai disoccupati di non dover accettare qualsiasi sporco lavoro rafforzando così complessivamente la possibilità di contrattazione dei lavoratori stessi. Ma oggi la possibilità di un supersfruttamento dei settori più deboli della società è uno degli elementi dominanti del capitalismo, è lo strumento che Salvini, ma non solo, vuole garantire ai suoi grandi elettori. Ma c’è anche un’altra novità. Mentre prima solo l’imprenditore che assumeva un percettore di Rdc “a tempo pieno e determinato” aveva diritto a percepire 780 uro al mese per almeno 5 mesi, oggi questo diritto viene esteso anche ai contratti precari di ogni genere per cui le Agenzie private di lavoro avranno il 20% del bonus per i contratti (precari) da loro intermediati. I soldi pubblici stanziati per il Rdc che finiscono ai capitalisti…… Davvero questo governo è una bella congrega e assai poco edificanti sono tutti coloro, compreso il PD, che hanno accettato o condiviso lo stravolgimento di questa misura.

Altri interventi

Un discorso simile, potrebbe essere fatto per gli ammortizzatori sociali, finanziati per poco più di 4 miliardi, la metà di quanto aveva chiesto il Ministro del lavoro, e che vengono estesi anche alle imprese dei servizi e a quelle piccolissime. Anche in questo caso siamo di fronte a condizioni di crisi e difficoltà molto gravi, a chiusure, ristrutturazioni e perdita di posti di lavoro; si cerca di lenire e contenere le situazioni più drammatiche, in ultima analisi, pur sempre in funzione degli interessi e delle logiche del capitale e l’uso che questo fa della forza lavoro. I costi infine vengono scaricati sulla società stessa, cioè sui lavoratori che sono i principali finanziatori delle entrate dello stato.

Anche lo stanziamento di due miliardi per venire incontro ai bilanci delle famiglie su cui graverà l’aumento dei prezzi dell’energia con cui le grandi imprese del settore si garantiscono il mantenimento dei profitti, è una misura tampone che non risolverà adeguatamente il sovraccarico di spesa a cui saranno sottoposti stipendi e pensioni che non dispongono più da tempo di un valido strumento di scala mobile.

Al pubblico impiego vengono attribuiti 1,8 miliardi in tre anni. Che dire? E’ una cifra irrisoria per garantire le assunzioni, necessarie in un settore che dispone di un numero di dipendenti sottodimensionato rispetto agli altri paesi europei ed ancor più irrisoria se si volesse, ma non si vuole, rinnovare, i contratti di lavoro scaduti per oltre 3 milioni di lavoratrici e lavoratori. In compenso ai sindaci delle grandi città viene garantito il raddoppio dello stipendio.

La sanità

Se avete pensato che dopo due anni di pandemia, questa sarebbe stata la voce principale della finanziaria, vi siete sbagliati. La sanità avrà nel 2022, 2 miliardi in più (124 miliardi) che saliranno a 126 nel 2023 e a 128 nel 2024; inoltre ci sono 1,85 miliardi per, vaccini, stabilizzazioni dei precari, borse per gli specializzandi e farmaci innovativi. Dobbiamo essere soddisfatti? Non credo proprio, non si riesce neanche a capire quante saranno veramente le assunzione promesse delle decine di migliaia di medici e operatori sanitari assunti con contratti a tempo determinato durante la pandemia. I 4 miliardi sono una cifra ridicola se si tiene conto che negli ultimi 10 anni la sanità pubblica è stata privata di 37 miliardi, un enorme buco che non viene oggi compensato anche tenendo conto delle risorse presenti nel PNRR.

Ma l’insoddisfazione è ancora più grande perché non viene predisposto un organico piano di rilancio del sistema sanitario pubblico, con adeguate assunzioni complessive e perché qua e là traspare ancor auna volta che molti soldi finiranno nelle tasche dei privati, tanto più se andrà avanti la cosiddetta autonomia regionale differenziata. Per intanto il recupero delle lunghe liste di attesa e delle prestazioni correlate saranno affrontate utilizzando e foraggiando le strutture private.

Se poi consideriamo che l’Italia, insieme all’Europa è tra i paesi che con più ostinazione si oppone alla sospensione dei brevetti sui vaccini anticovid, impedendo nei fatti a quelli più poveri di accedervi, il giudizio è completamento negativo.

Dove stanno le Confederazioni sindacali? 

In un precedente articolo avevamo rimarcato che la debole e fuggevole protesta delle direzioni dei tre sindacati maggiori di fronte alle scelte del governo aveva le polveri bagnate data la loro vicinanza e subalternità al governo Draghi e che appariva poco probabile una loro svolta e un reale orientamento di opposizione e di scontro. Facile previsione presto confermata dalla vetusta sceneggiata in cui alle dichiarazioni conflittuali iniziali, segue la totale inazione e il rinvio di qualsiasi iniziativa .

Per altro le direzioni sindacali hanno una piattaforma in tema previdenziale, non solo discutibile, ma anche sbagliata, che si guarda bene dal rivendicare la cancellazione della Fornero e il ritorno al sistema retributivo, colpito a morte dalla controriforma Dini nel 1995. Avanzano invece una serie di modifiche parziali per migliorare la condizione di questo e quel settore, sostenendo contemporaneamente l’utilizzo dei fondi pensioni integrativi che sono il cavallo di troia su cui viene minata la pensione pubblica universale. Difficile, anzi impossibile, organizzare una grande lotta e uno scontro duro con padroni e governo senza obiettivi chiari e precisi in cui le lavoratrici e i lavoratori si possano riconoscere in pieno.

La Fiom era partita da sola, (nella speranza di forzare tutti gli altri?), dichiarando 8 ore di sciopero in cui si specificava però che l’iniziativa sarebbe stata rapportata a quanto deciso dalle Confederazioni. I dirigenti CGIL CISL e UIL hanno deciso anche questa volta vaghe forme di pressioni nel contesto della discussione parlamentare della legge. Per essere chiari: sono solo alla ricerca di qualche foglia di fico per mascherare la loro subalternità alle scelte di un governo e di un Parlamento che certo non sono amici dei lavoratori e dell’accettazione della legge Fornero.

Vedremo cosà sarà capace di fare la FIOM e se vorrà attivare veramente le 8 ore di sciopero indicando però anche con precisione per che cosa si fa sciopero. Non è facile infatti costruire la riuscita degli scioperi in contesto di attesa e demoralizzazione presente in molte fabbriche.

Per riuscirci il gruppo dirigente della FIOM dovrebbe dimostrare ai lavoratori che vuole fare sul serio, che pratica una svolta e che non sta facendo solo una operazione per difendere una suo ruolo di apparato. Il ragionamento di molti lavoratori è infatti semplice: “perché scioperare, perché perdere soldi se quel che facciamo ha un carattere solo simbolico, vagamente dimostrativo, senza una volontà di rilancio complessivo della mobilitazione operaia?” Le ore di sciopero e ancor più le assemblee che vanno convocate devono servire a discutere con le lavoratrici e coi lavoratori, per coinvolgerli, farli tornare protagonisti, definendo con precisioni le piattaforme di lotta. Solo in questo modo attraverso la partecipazione e la definizione di obiettivi efficaci sul salario, l’occupazione e le pensioni sarà possibile la costruzione delle condizioni di un reale uno sciopero generale, il più ampio possibile, che abbia la forza di battere le scelte del governo.

Draghi va avanti per la sua strada e persegue insieme a Bonomi e soci gli obiettivi antioperai del capitale. E’ quanto hanno capito i lavoratori della GKN e tutti quelli che hanno partecipato alle loro mobilitazioni; è quanto hanno compreso le lavoratrici e i lavoratori che hanno dato vita allo sciopero dei sindacati di base.

Ripartiamo da questa comprensione dello stato della lotta di classe, ripartiamo dalla convergenza tra movimento ambientalista, movimento antifascista, movimenti sociali e movimento operaio che ha cominciato a realizzarsi il 30 ottobre a Roma in alternativa ai potenti e agli sfruttatori di ogni risma.

i L’Ires è l’Imposta sul reddito delle società che fino a 15 anni fa era tassata con una aliquota del 33%; oggi è ridotta al 24%, uno dei tanti regali fatti padroni.

ii La Fornero impazza su tutti i media televisivi e sui giornali. Questa professoressa ha scelto da tempo di farsi interprete ed ideologa del liberismo imperante e di diventare gestrice diretta degli interessi della classe capitalista a cui appartiene. Per questo è stata chiamata al governo per realizzare quella controriforma delle pensioni che ha cambiato la vita di milioni di persone. Di recente ha scritto su La Stampa una lettera a Landini, quando questi ha fatto accenno a una possibile contrapposizione al governo, per ricordargli che il suo comportamento deve essere simile a quello di Luciano Lama di tanti anni fa, cioè la collaborazione di classe coi padroni e governo. 

Una decina di professori dell’Università di Torino e del Piemonte orientale, hanno pubblicato sullo stesso

giornale una lettera alla Fornero e a Landini in cui, partendo dalla difficile sostenibilità della spesa previdenziale a causa del rapporto esistente tra numero dei lavoratori occupati e pensionati, dovuto soprattutto alla bassa occupazione nel settore pubblico, largamente sottodimensionata rispetto agli altri paesi europei, si propone l’assunzione di un milione di giovani nella pubblica amministrazione per sviluppare adeguatamente i servizi, finanziando questa operazione con una modesta imposizione fiscale, tanto più visto il difficile momento, sulla ricchezza finanziaria. La lettera si conclude auspicando che sia Landini che la loro collega universitaria convengano a questa proposta. Per ora non risulta sia arrivata la risposta della Fornero.