Gli anni Settanta (che da molti “storici” da salotto televisivo, nonché dai pennivendoli di regime, sono stati battezzati col nomignolo di “anni di piombo”) furono gli anni di maggior sviluppo del movimento operaio e studentesco, gli anni delle maggiori conquiste (molte delle quali ormai purtroppo perse e persino dimenticate) e, di conseguenza, di maggior spostamento a sinistra (anche elettorale) nel nostro paese. Iniziati con il grande “Autunno Caldo” del 1969, finiranno, non solo cronologicamente, con la sconfitta operaia alla FIAT dell’ottobre 1980. E, per contraltare, saranno inaugurati dalla bomba fascista e di Stato del 12 dicembre 1969 in Piazza Fontana, a Milano per chiudersi con l’ancor più orrenda strage fascista alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Questa “strategia della tensione”, con il corollario di tentativi golpisti, di repressione poliziesca e neofascista, non riuscirà, soprattutto a partire dal 1973/74, a bloccare quello spostamento a sinistra, soprattutto delle giovani generazioni, che sarà un po’ la nota dominante di quegli “anni formidabili”.

Le elezioni del 1972, le prime anticipate nella Storia della Repubblica (segno inequivocabile dell’instabilità politica crescente), vedono due importanti novità, rispetto a quelle di 4 anni prima. Innanzitutto l’ennesima rottura nell’area socialista: il PSI di Nenni si separa di nuovo dal PSDI di Saragat (ormai scevro da ogni velleità “terzaforzista” e totalmente allineato al “regime democristiano”). E, per la prima volta, appare sulla scheda elettorale l’area di estrema sinistra (o “extra-parlamentare”, com’era di moda chiamarla allora). Già a partire dal 1946 si erano presentati alle elezioni partiti o gruppi esterni ai due partiti di massa, PCI e PSI. E spesso, come nel caso dello PSIUP e in parte anche di settori del Pd’Az, con posizioni anche più “a sinistra” del PCI e del PSI. Ma questa è la prima volta (se si eccettuano i debolissimi tentativi fatti qua e là da partitini bordighisti o trotskisti, che non erano mai riusciti ad essere presenti su scala anche solo sovra-regionale) che si presentano forze che contestano da sinistra (a volte anche aspramente) il PCI, partito egemone della sinistra italiana. La nuova estrema sinistra, nata col ’68, era ormai un fenomeno, se non di massa, almeno alquanto estesa, se non altro nelle giovani generazioni, al punto da poter disputare al PCI (in particolare alla sua federazione giovanile, la FGCI) l’egemonia nel movimento studentesco e, in parte, persino in molte grandi fabbriche del Nord (soprattutto a Torino e Milano). Come avranno modo di verificare i protagonisti dell’epoca, riuscire a riempire le piazze non significava però riuscire a riempire le urne. Ecco i risultati delle elezioni del maggio 1972 per quanto riguarda le sinistre (escluso il PSDI).

  •  PCI              27,2% (+0,3 rispetto al 1968)
  •  PSI                9,6% (-4,2 rispetto al 1963)
  •  PSIUP           1,9% (-2,5 rispetto al 1968)
  •  Altri              1,3% (+1,3 rispetto al 1968)

TOTALE                 40,0% (+0,8 rispetto al ’63)

Come si vede, un ritorno, con qualche piccolo aggiustamento, alla situazione pre-unificazione socialista. Se aggiungessimo a questa cifra il 5,1% ottenuto dal PSDI, otterremmo un 45,1%, lo 0,8% in meno di quattro anni prima. Gli effetti della “strategia della tensione”, inaugurata poco più di due anni prima, apparentemente hanno bilanciato ampiamente (almeno elettoralmente) la grande spinta operaia e studentesca del 1968-69. Non dimentichiamo che, per la TV (ormai una presenza sempre più ingombrante nella formazione della cosiddetta “opinione pubblica”) e per la maggior parte della stampa, la bomba di Piazza Fontana l’hanno messa gli anarchici. E Valpreda, innocente, è in galera durante le elezioni, nonostante il gruppo de Il Manifesto lo abbia candidato alla Camera. Difficile dire quanto abbia poi inciso, negli scarsi risultati dell’estrema sinistra (divisa in tre liste, nessuna delle quali otterrà seggi), la scelta astensionista della grande maggioranza dei gruppi dell’estrema sinistra (Lotta Continua ed Avanguardia Operaia in testa), preoccupati di negare legittimità al “Parlamento borghese”. Se si aggiunge a questa delusione il mancato raggiungimento del quorum, per una manciata di voti, dello PSIUP (privo quindi anch’esso di rappresentanza parlamentare) si può capire lo stupore e la delusione generale, aggravata anche dall’ottimo risultato dell’estrema destra neofascista del MSI-DN, che, con l’8,7% dei voti, raggiungeva il suo secondo miglior risultato, dopo quello del ’53 (12,6% tra monarchici e neofascisti). Il PCI iniziò da subito una campagna contro “lo spreco di un milione di voti di sinistra” (PSIUP più estrema sinistra) che avrebbe, credo, ottenuto dei risultati “disincentivanti” (a favore del cosiddetto “voto utile”) negli anni successivi. Questi i dati su base regionale:

regione                   %72         diff. 72-63

Emilia-Romagna       55,7         +0,9
Toscana                       54,0        +1,5
Umbria                        52,6         +0,8
Liguria                         45,6         +1,7
Marche                         44,6        +0,4
Calabria                        41,6        +2,3
Piemonte                      41,1         +2,1
Lombardia                   39,4         +1,6
Puglia                            38,4         +1,7
Sardegna                      38,1         +4,6
Lazio                             37,4          -0,4
Basilicata                     36,8           -2,4
Abruzzo                        36,6          +0,7
Sicilia                            33,9           -0,6
Friuli-VG                       33,5          +2,6
Campania                      32,5           0,0
Veneto                            31,2          -0,6
Molise                            24,4           -1,0
Trentino-AA                 17,2            -0,6

Diversamente dalle elezioni succedutesi sin qui, si interrompe il processo di “discesa al sud” del voto di sinistra. Se paragoniamo il dato odierno con quello del 1963 (unico omogeneo, vista la presenza del PSDI nelle liste socialiste nel ’68) notiamo che, per la prima volta dal 1946, la sinistra torna a crescere al Centro-Nord, mentre stagna o arretra leggermente al Centro-Sud. Indubbiamente i grandi movimenti del ’68-’69 hanno avuto come epicentro il Triangolo Industriale, e in misura molto minore città come Roma, Napoli o Palermo. Inoltre la notevole ascesa dell’estrema destra neofascista, che in parte è riuscita a strumentalizzare il senso di frustrazione e rabbia della piccola borghesia e di settori del sottoproletariato, ha il suo epicentro, dalla rivolta di Reggio Calabria del 1970, proprio nelle regioni più povere del Mezzogiorno, dove il MSI-DN ottiene risultati eccezionali, a volte superiori al 20%. Per quanto riguarda i singoli collegi, ritornano in testa quelli della Toscana rossa, Siena-Grosseto-Arezzo (58%, +0,3) e Firenze-Pistoia (56,4%, +1,7), rispetto ai due collegi emiliano-romagnoli (56,2% e +0,6 per Bologna e Romagna e 55,3% e +1,3 per l’Emilia occidentale). Segue l’Umbria-Reatino (vedi sopra) e la Toscana nordoccidentale (49,6 e +0,8). Subito dopo la Lombardia sudorientale (47,9 e +0,9%) e la Liguria. Le Marche e Milano-Pavia (43,9, +1,3%) seguono a ruota, con Torino-Novara-Vercelli subito dopo (42,7, +2,4%). Arrivano poi i primi collegi “rosa” meridionali: la Calabria (vedi sopra) e la Puglia settentrionale (40%, solo lo 0,1 in più del ’63). Poi la Sardegna, il Lazio, la Basilicata e l’Abruzzo. La Puglia meridionale, col 35,8% e +2,7 è, con la Sardegna, l’unico collegio del Mezzogiorno a vedere una crescita significativa delle sinistre, mentre tutte le zone “bianche” seguenti vedono piccoli incrementi se sono al Nord (come Venezia-Treviso, il Piemonte meridionale, il Friuli, i due collegi dell’Alta Lombardia) mentre c’è un generale, per quanto limitato, peggioramento nel Napoletano-Casertano, nei due collegi siciliani, in Molise.

Sarà con le elezioni del ’76 (anticipate per la seconda volta) che i frutti dello spostamento a sinistra degli anni ’68 -’75 si vedranno anche a livello elettorale. Saranno le elezioni più “rosse” della storia d’Italia (sia repubblicana che monarchica). Nel Centro-Nord non si raggiungeranno le cifre del 1919, ma, grazie alla relativa “meridionalizzazione” di cui ho parlato fin dal 1946-48, il dato medio sarà ancora più alto, di circa 10 punti. Dal punto di vista dello schieramento politico di sinistra l’unica novità è la presenza di un’unica lista dell’estrema sinistra ormai non più extraparlamentare. Si tratta di Democrazia Proletaria, frutto dell’accordo tra le tre principali forze politiche (Lotta Continua, Avanguardia Operaia e il PdUP-Manifesto) a cui si sono aggiunte via via quasi tutte le forze minori (MLS, GCR, AC, OC m-l, ecc.). Galvanizzati dal relativo successo ottenuto alle regionali del ’75 (le prime in cui votavano i 18enni, serbatoio dell’estrema sinistra giovanile), dove la lista DP, presente in molte regioni, aveva ottenuto oltre il 2% e 8 seggi, i “gruppi” si presentano, convinti di ottenere almeno il 3% dei voti ed una quindicina di seggi (LC, da sempre la più trionfalista, aveva prodotto un manifesto che recitava “Col 3% si può cominciare”). C’è inoltre un’altra novità minore. Si tratta del Partito Radicale di Marco Pannella. Questo partito, nato negli anni ’50 da un gruppo della sinistra liberale, si era avvicinato politicamente, in modo piuttosto strumentale, ai gruppi della “nuova sinistra” a partire soprattutto dalla campagna pro-divorzio del 1974. Il giornale radicale, Liberazione, usciva come inserto del quotidiano “Lotta Continua”, i militanti radicali si chiamavano tra loro col nome di “compagni” e non lesinavano critiche “da sinistra” al PCI. Oggi è facile ridicolizzare l’abbaglio preso da molti militanti e simpatizzanti dell’estrema sinistra di allora, che, soprattutto durante e dopo il “Movimento del ’77” arrivarono a considerare il PR di Pannella come un’alternativa “di sinistra” al PCI e al PSI. Il “flirt” tra settori dell’estrema sinistra (prima LC poi, dal ’77, settori della cosiddetta “area dell’Autonomia”) durerà comunque fino alla fine del decennio, come vedremo nel prossimo capitolo. Ecco i dati nazionali del 20 giugno 1976.

  • PCI            34,4    +7,2
  • PSI               9,6      0,0
  • DP                1,5    +0,6
  • PR                 1,1   +1,1
  • Altri             0,1    -2,2TOTALE     46,7    +6,7

Balza subito agli occhi chi sia il vero vincitore di queste elezioni: il PCI, con oltre 12 milioni e mezzo di voti, fa un balzo in avanti a cui la vita politico-elettorale italiana non era abituata, vincendo in quasi tutte le grandi città, a Nord come a Sud. Solo lo “svuotamento” dei partiti “laici” minori a favore della DC impedisce al partito di Berlinguer di diventare il primo partito italiano. La stagnazione socialista e la limitatezza dell’affermazione di DP (che entrerà sì in Parlamento, ma con la metà dei voti che si era aspettata) fanno sì che questo spostamento a sinistra sia vissuto con una certa frustrazione da chi, a sinistra, non si riconosceva nel PCI. Anche perché questa vittoria arrideva ad un PCI in piena involuzione “moderata” e “socialdemocratica”, secondo alcuni, in seguito alla proposta berlingueriana del “compromesso storico”, rivolta non solo al PSI ma soprattutto al partito chiave dello schieramento conservatore, la Democrazia Cristiana.  Questi i dati su base regionale.

  • Toscana                   59,4     +5,4
  • Emilia-Romagna    59,3     +3,6
  • Umbria                     57,8     +5,2
  • Liguria                      52,5     +6,9
  • Marche                     50,0      +5,4
  • Piemonte                  49,0      +7,9
  • Sardegna                  47,2      +9,1
  • Lombardia               46,8       +7,4
  • Lazio                         46,8       +9,4
  • Calabria                    46,4       +4,8
  • Basilicata                  45,2        +8,4
  • Abruzzo                    44,5        +7,9
  • Puglia                         42,6        +4,2
  • Campania                  42,6      +10,1
  • Friuli-VG                    40,0        +6,5
  • Sicilia                          38,6       +4,7
  • Veneto                         37,8       +6,6
  • Molise                         34,7      +10,3
  • Trentino-AA               24,6       +7,4

Come si vede, l’incremento è importante un po’ ovunque, in particolare nel Centro-Sud. Per la prima volta (escluso il 1921) la Toscana supera l’Emilia-Romagna. Per la prima volta la sinistra (escluso il PSDI o, come nel ’48, US) supera il 50% in ben 5 regioni, e sta tra il 40 e il 50  (in quelle che abbiamo definito “regioni rosa”) in tutte le altre , eccetto 4 (di cui solo due, Sicilia e Veneto, con un peso demografico significativo). Per la prima volta abbiamo regioni del Centro-Sud che si avvicinano al “fatidico” 50% (Sardegna, Lazio, Calabria e Basilicata). Insomma, per tutte queste “prime volte” (e anche per la scarsa memoria storica, visto che ben pochi ricordavano i risultati della Costituente, per non parlare del 1919), queste elezioni passeranno alla storia come le più “rosse” di sempre, una specie di “1968” elettorale. Entrando nel merito dei vari collegi (e tralasciando quelli coincidenti con l’intera regione, visibili sopra), troviamo la conferma del primato della Toscana meridionale (62, +4%) e nord-orientale (61,4, +5%) sul Bolognese-Romagna (60,1, +3,9%) e sull’Emilia occidentale (58,5, +3,2%). Più che nei collegi stabilmente rossi, come quelli succitati, o l’Umbria, la Toscana nord-occidentale (55,6, +6%) la Liguria e la Lombardia sud-orientale (52,1, +4,2%) la crescita è sostenuta nei collegi “rosa” come Torino-Novara-Vercelli (52%, +9,3), Milano-Pavia (51,9, +8%) o Venezia-Treviso (42,3, +6,6%). E ancor di più con un passato “bianco”, come la Sardegna, il Lazio, il Napoletano-Casertano (45,7%, +10,9), la Basilicata, il Molise (che, nonostante il 10,3% in più, resta comunque al terzultimo posto, col 34,7%). Mentre le zone più “rosa” del Sud vedono ascese più limitate: la Calabria, la Puglia centro-settentrionale (43,3, +3,3), l’Abruzzo. Le zone bianche del Nord, come la Lombardia nord-occidentale (42,1, +7,8%), il Piemonte meridionale (40,9, +5,8%), Brescia-Bergamo (36,6, +7,4), il Friuli-Venezia Giulia, il Veneto occidentale (33,4, +6%), il Trentino-Alto Adige, hanno incrementi più o meno in linea con la media nazionale, mentre i collegi siciliani risultano, insieme con quelli rossi emiliani e con Bari-Foggia, i meno generosi con le sinistre: 39,3 (+4,1%) la Sicilia occidentale, 37,9 (+5,1%) quella orientale. Con queste elezioni un altro passo avanti verso una progressiva omogeneizzazione del voto è stato fatto: se nel 1919-21 il rapporto tra le zone più rosse (per esempio i primi 5 collegi) e quelle più “vandeane” (per esempio gli ultimi 5) era di 8 a 1, ridottosi a 4 a 1 nel 1946 e a 2 a 1 nel 1963, nel 1976 siamo a meno del doppio in termini percentuali (59% contro 34%). Le “Tre Italie” (quella rossa, quella “rosa” e quella “bianca” sembrano avvicinarsi sempre più, in una specie di globalizzazione interna che sembrerebbe inarrestabile.

[continua….]

Flavio Guidi