Intervistato dal Manifesto del 17 maggio sul prestito richiesto dalla FCA a Banca Intesa San Paolo e garantito dalla SACE e quindi dalla onnipresente Cassa Depositi e Prestiti, Michele De Palma (responsabile automotive nella segreteria nazionale FIOM) ha dichiarato apertamente che la FIOM vuole affrontare la questione proponendo una “cogestione alla tedesca”: “Noi ci siamo stancati di essere convocati solo per gestire crisi aziendali e ammortizzatori, vogliamo discutere di innovazione, di nuovi prodotti, di micromobilità nelle città”, e via fantasticando. 

Naturalmente non ci crede neanche De Palma che i dirigenti FCA accettino di sedersi a un tavolo per prendere lezioni da lui su come fare auto, e per questo ha formulato un’insolita proposta: “Questo finanziamento può essere l’occasione perché il governo faccia pressione su FCA per farlo”. Astutissimo, non riuscendo a mobilitare nessuno, spera che lo faccia il governo. Peccato che mai come di fronte alle richieste del grande capitale la litigiosità del governo sparisce subito, e che comunque la disponibilità di FCA a collaborare con i sindacati si è vista: non li hanno quasi nemmeno informati (“solo una breve conference call con poche informazioni”). A questo atteggiamento i sindacati confederali hanno risposto “chiedendo al governo di stabilire delle condizionalità stringenti per FCA”, cioè “un piano industriale e occupazionale di lungo periodo” come quelli che sono stati disattesi sistematicamente per anni, ben prima che le difficoltà oggettive (per il settore auto già gravi prima del corona virus) fossero pesanti come ora.

L’intervistatore, Massimo Franchi, a questo punto fa una domanda maliziosa sui rapporti più distesi tra FIOM e FCA: “Siete cambiati più voi o è cambiata più FCA con l’addio di Marchionne?” e ottiene una risposta che utilizza alcuni elementi di verità per nascondere la sostanza: FCA ha riaperto alcuni spiragli alla FIOM come il riconoscimento delle ore di assemblea necessarie per eleggere i delegati alla sicurezza, ma grazie alla rinuncia ad appoggiare gli scioperi spontanei contro la ripresa delle attività senza che fossero pronti i dispositivi per la protezione dei lavoratori e delle lavoratrici. È stata la firma del protocollo insieme a CISL e UIL, con garanzie insufficienti in gran parte degli stabilimenti riaperti in gran fretta, il fatto nuovo che ha preparato il nuovo atteggiamento padronale.

Ma De Palma invece può sostenere che “non sono cambiati loro e non siamo cambiati noi”, mentre sarebbe “cambiata la situazione in cui siamo entrambi”. Merito del Covid, dunque? In realtà è stata la piena partecipazione della CGIL all’impegno delle tre confederazioni per evitare che si estendessero gli scioperi spontanei contro la riapertura generalizzata a renderla di nuovo utile per Confindustria e anche per la FCA. Anche l’atteggiamento benevolo verso la scandalosa richiesta del prestito di 6 miliardi serve a consolidare questo rapporto, rinunciando a qualsiasi ruolo di opposizione a una misura che servirà anche a facilitare la già decisa fusione con la francese PSA (Peugeot, Citroen, Opel…) che dovrebbe avvenire a novembre, e che non è difficile prevedere pericolosissima soprattutto per i lavoratori FCA.

De Palma evita la domanda sulla possibilità che FCA torni in Confindustria, e si limita a osservare che sarà difficile vista l’ostilità del nuovo presidente Bonomi nei confronti dei contratti nazionali. Come al solito rinuncia a fare una proposta o almeno una denuncia concreta dei favori che FCA (come tutte le grandi imprese di dimensioni multinazionali) riceve da sempre da governi di ogni colore, anche sul piano fiscale. 

Il grande padronato in ogni paese capitalistico formalmente non evade, è legalmente sgravato dalla maggior parte del carico fiscale attraverso la possibilità di far figurare come spese indispensabili l’acquisto di macchinari di ogni tipo. Ma può farlo sia spostando parte della produzione in paesi diversi non solo per motivi fiscali, sia collocando nella voce uscite gli acquisti di parti prodotte in fabbriche dello stesso gruppo con un fatturato gonfiato. E lo può fare soprattutto perché i sindacati confederali si guardano bene dallo svolgere una funzione non solo di controllo, ma anche “educativa”, che spieghi cioè che le decisioni padronali non sono legate a necessità oggettive fatalmente “imposte dal mercato” quanto a scelte economiche e politiche soggettive, avallate dai governi e possibili solo per l’assenza di una visibile opposizione.

È vero che i manager di FCA sono sempre gli stessi, non sono cambiati, non ne hanno bisogno. È la FIOM, che per anni aveva avuto un ruolo di critica all’immobilismo confederale basato sulla concertazione, che si è trasformata e ha rinunciato al suo ruolo originario, utilizzando quel prestigio accumulato nel corso del suo passato di lotte per evitare che l’uso spudorato della pandemia da parte del padronato provochi quelle “esplosioni sociali” tanto temute dal governo e in particolare da una ministro degli interni presentata sempre come apparentemente neutrale, ma durissima nell’approfittare del Covid 19 per restringere gli spazi democratici ancora rimasti.

(a.m.)