La cattura di Maduro da parte delle forze speciali statunitensi ha inaugurato una nuova era in Venezuela: un protettorato di fatto in cui Washington controlla il petrolio, la finanza e il commercio estero. Il risultato è una struttura di potere senza precedenti, irta di paradossi, che si muove su un terreno insidioso. (nell’immagine in alto, Delcy Rodríguez con Doug Burgum, segretario degli Interni degli Stati Uniti. Foto: AP/Ariana Cubillos).
di Manuel Sutherland, economista e direttore del Centro di Ricerca e Formazione Operaia (CIFO) di Caracas, da Nueva Sociedad
Il 3 gennaio, un’unità di commando delle Delta Force ha catturato inaspettatamente Nicolás Maduro e sua moglie, Cilia Flores, in un’operazione che fino ad allora era sembrata impossibile. A differenza di altre invasioni, che richiedevano un’occupazione costosa per garantire il trasferimento del potere a un governo filoamericano, questa operazione militare è durata solo un paio d’ore e non ha lasciato traccia di marines sul suolo venezuelano. In seguito a questa operazione degna di Hollywood, l’amministrazione di Donald Trump ha deciso di assumere il controllo dell’industria petrolifera venezuelana e della gestione economica complessiva del governo ad interim, costringendo la nuova “presidente facente funzioni”, l’ex vicepresidente di Maduro Delcy Rodríguez, ad attuare le sue direttive sotto la minaccia di una seconda offensiva militare, più estesa, contro l’attuale leadership governativa.
Il Venezuela sta dunque vivendo un curioso “cambio di regime”, in cui coloro che lo hanno governato per i suoi 27 anni di storia stanno ora guidando la transizione verso una forma di protettorato; questo è ciò che molti oggi, con una certa ironia, chiamano “MAGA-Chavismo”. Si tratta di una vera e propria novità politico-militare, ma non priva di interrogativi relativi alla nuova politica economica di apertura, alle dinamiche di un governo tutelare, al ruolo delle Forze Armate e del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), e al ruolo della cosiddetta “borghesia bolivariana”. Un equilibrio chiaramente instabile e incerto.
C’è un’apparente contraddizione nel modo in cui l’amministrazione Trump presenta il Venezuela: da un lato, viene dipinto come un paese sufficientemente stabile da ricevere oltre 100 miliardi di dollari di investimenti da compagnie petrolifere statunitensi, con piena fiducia nella sicurezza del suo ordinamento giuridico. Dall’altro lato, questo stesso paese sembra essere troppo instabile per rispettare la Costituzione. La Costituzione è estremamente chiara: “Se il Presidente della Repubblica non è in grado di ricoprire la carica durante i primi quattro anni del mandato costituzionale, si terranno nuove elezioni entro i successivi trenta giorni consecutivi”.
Violare questa disposizione in modo così esplicito, nonostante le opinioni di Trump e Marco Rubio, invia un pessimo segnale agli investitori che gli Stati Uniti vogliono attrarre per sfruttare le risorse naturali del Venezuela.
Meno sanzioni, più petrolio
È evidente che la limitata apertura economica successiva al 3 gennaio non può essere interpretata come una liberalizzazione “normale”, bensì come un’apertura forzata, condizionata dalla nuova struttura di potere, ovvero dalla pressione diretta della Casa Bianca. In pratica, il governo sta cercando urgentemente valuta estera attraverso la riattivazione delle esportazioni di petrolio e un miglioramento della liquidità finanziaria, senza però smantellare il nucleo politico del regime. Questo spiega perché l’economia sembra aprirsi in alcuni settori (petrolio, industria mineraria e commercio estero), mentre il resto dell’apparato produttivo rimane fortemente controllato e dipendente dalla sfera politica.
L’apertura del settore sta avvenendo principalmente nelle industrie estrattive attraverso l’approvazione affrettata delle nuove leggi sugli idrocarburi e sulle miniere. Entrambe le normative offrono vantaggi significativi alle multinazionali in termini di investimenti, arbitrato internazionale e capacità operativa. Le riforme includono riduzioni sostanziali delle royalties e il trasferimento di attività che in precedenza erano di esclusiva competenza delle imprese statali. Da qualsiasi prospettiva che privilegi gli interessi nazionali, queste leggi rappresentano una profonda battuta d’arresto storica, un ritorno a concessioni estrattive meno vantaggiose per la repubblica.
Le normative in questione sono state approvate in tutta fretta, senza consultare associazioni professionali, il mondo accademico o esperti riconosciuti del settore. Leggi che in genere richiedevano anni di dibattito pubblico e vari accordi sono state promulgate in pochi giorni, basandosi in gran parte sulla prospettiva delle stesse multinazionali. Questo processo palesemente antidemocratico e accelerato riduce l’efficacia politica delle nuove normative e crea la sensazione che possano essere revocate in qualsiasi momento, con la stessa rapidità con cui sono state approvate: un segnale molto negativo per gli investimenti a medio e lungo termine. Inoltre, nel contesto delle contraddizioni della nuova struttura di potere, l’Assemblea Nazionale venezuelana non è formalmente riconosciuta dal governo degli Stati Uniti e da molti dei suoi alleati, che considerano illegittime tutte le elezioni tenutesi dopo il 2015 e, di conseguenza, i funzionari eletti.
In seguito alla cattura di Maduro, è iniziata un’immediata riorganizzazione delle esportazioni di petrolio verso gli Stati Uniti, secondo un piano in cui i ricavi vengono convogliati in conti controllati da Washington per evitare sequestri da parte dei creditori e l’appropriazione indebita di queste risorse. La vendita di petrolio a prezzi scontati alla Cina è stata eliminata e sostituita con esportazioni a prezzi di mercato, monitorate dagli Stati Uniti. Di conseguenza, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e gli analisti locali stimano una crescita del PIL tra il 4% e il 6% per il 2026, trainata sia dalla riattivazione del settore petrolifero sia dalla potenziale revoca parziale di numerose sanzioni attraverso varie autorizzazioni esecutive rilasciate dall’Office of Foreign Assets Control (OFAC). Questa “apertura” è tuttavia subordinata a determinate condizioni: gli Stati Uniti controllano i flussi di cassa e danno priorità alla stabilizzazione macroeconomica rispetto alla spesa sociale immediata. I critici la considerano un’apertura economica con residui di autoritarismo; gli ottimisti, la vedono come l’imminente fine del collasso del sistema rentier.
Un governo di occupazione
Il concetto di “protettorato” può sembrare un po’ estremo, ma è semplicemente un termine che cerca di riassumere la perdita di autonomia dello stato venezuelano. Per coloro che sostengono questa ipotesi, la sovranità è ipotecata su due livelli: quello geopolitico e quello economico. Per quanto riguarda il primo, la sopravvivenza del regime dipendeva in modo cruciale dal sostegno diplomatico, militare e finanziario di potenze rivali degli Stati Uniti (Russia, Cina, Iran) e dal supporto (sul campo) di alleati come Cuba e, in misura minore, di paesi come la Turchia. Questo ha reso il Venezuela una pedina scomoda degli interessi anti-americani sulla scena globale. Oggi, questa situazione si sta completamente ribaltando. Ora sono gli Stati Uniti – attraverso alti funzionari – a prendere le decisioni geopolitiche chiave riguardanti il Venezuela, operando di fatto come una sorta di potenza occupante.
Sul fronte economico, qualsiasi iniziativa è condizionata dalle decisioni dell’Office of Foreign Assets Control (OFAC) di Washington: un modo indiretto e complementare di controllare il Venezuela. Dal canto suo, Caracas usa la retorica della “sovranità” per giustificare le spese interne, ma in pratica opera sotto severessime restrizioni esterne. Oggi sono gli Stati Uniti ad autorizzare le vendite di petrolio a Cina e India e a stabilire le condizioni per il rimborso del debito, i prezzi e le quantità. Possono persino imporre che i beni e i servizi acquistati con i proventi delle esportazioni di petrolio greggio siano utilizzati per acquistare beni prodotti principalmente da aziende statunitensi. L’amministrazione Trump controlla persino decisioni di routine come chi riceve valuta estera nelle aste di cambio e richiede proiezioni di bilancio mensili per autorizzare le spese che utilizzano i proventi del petrolio. Un tale controllo è quasi incredibile.
Trump lo aveva già annunciato, in modo brutale, il 3 gennaio, dichiarando che “gli Stati Uniti governeranno il Venezuela” fino a quando non sarà attuata una “transizione sicura”. Sebbene il segretario di stato Marco Rubio abbia sostenuto che non si tratti di un’occupazione militare, è chiaro che Washington controlla già aspetti chiave (petrolio, sistema bancario internazionale, commercio estero), mentre quasi l’intero apparato statale chavista rimane al suo posto. I recenti cambiamenti ai vertici della burocrazia non sono altro che rimpasti interni in base alle esigenze della fazione al potere.
In modo alquanto sorprendente, il FMI e la Banca Mondiale hanno annunciato di riconoscere il governo ad interim come interlocutore valido per promuovere la piena reintegrazione del Venezuela in tali organizzazioni, il che libererebbe immediatamente fondi da destinare al rafforzamento della tanto auspicata stabilizzazione macroeconomica promossa dagli Stati Uniti. Ciò costituirebbe la base per il piano triennale per il Venezuela post-Maduro annunciato da Rubio: stabilizzazione, ripresa e transizione.
Se il Venezuela riuscisse ad accedere ai Diritti Speciali di Prelievo (DSP) a cui non ha potuto accedere durante il periodo delle sanzioni, oltre ad altri meccanismi di finanziamento di emergenza del FMI, le risorse disponibili potrebbero raggiungere circa 10 miliardi di dollari. Questa cifra equivarrebbe a due anni di vendite di valuta estera sul mercato interbancario. Tali risorse potrebbero contribuire a contenere l’inflazione causata dall’effetto di trasmissione (il trasferimento della svalutazione sui prezzi), che ha reso il Venezuela il paese con l’inflazione più alta al mondo: la Banca Centrale del Venezuela (BCV) ha riportato un tasso del 475% per la fine del 2025 (cumulativo annuo), mentre il FMI prevede un tasso del 387,4% per il 2026.
Le Forze Armate, il Partito e la “boliborghesia”
Le Forze Armate non sono più solo un’istituzione militare: funzionano anche come un conglomerato economico con interessi propri. La Corporazione Militare per le Industrie Minerarie, Petrolifere e del Gas(CAMIMPEG) è solo la parte visibile di una vasta rete economica privata controllata da funzionari facoltosi, un tempo pilastro fondamentale del potere di Maduro. Questa duplice natura – militare e commerciale – delle Forze Armate è proprio ciò che rende così complesso il loro ruolo nel protettorato venezuelano: i militari devono gestire la contraddizione tra un discorso antimperialista che non possono più sostenere e la realtà del protettorato che li costringe al silenzio.
Le tensioni interne sono numerose. La più immediata è l’erosione degli stipendi del personale di truppa e degli ufficiali di medio livello a causa dell’elevata inflazione, che sta ampliando il divario tra l’élite benestante e la maggior parte dell’istituzione. A ciò si aggiunge il rischio di epurazioni per “tradimento”: il fatto che le Forze Armate non abbiano reagito all’operazione militare statunitense del 3 gennaio potrebbe essere usato arbitrariamente contro qualsiasi alto funzionario dal governo di Delcy Rodríguez, mentre i dossier sulla corruzione in possesso di Washington rappresentano una doppia minaccia.
In questo contesto, si pone un dilemma fondamentale: come reagire se un’autentica apertura politica mettesse a repentaglio il loro potere economico, derivante dal controllo delle dogane, delle miniere, di Petróleos de Venezuela (PDVSA) e delle importazioni alimentari, e mantenuto fino ad ora attraverso una rete di privilegi e paura. Per tutte queste ragioni, i militari preferiscono chiaramente una transizione controllata a un crollo brusco che li esporrebbe a epurazioni, processi o all’improvvisa perdita dei loro privilegi. Piuttosto che un attore monolitico, le Forze Armate dovrebbero essere intese come un insieme di comandi, unità e reti con incentivi diversi e diverse forme di lealtà politica.
Con la cattura di Maduro, le Forze Armate hanno subito un colpo devastante, sia sul piano militare che simbolico. Nel marzo 2026, Delcy Rodríguez ha rimosso dall’incarico di ministro della Difesa il fino ad allora potente Vladimir Padrino López, sanzionato dagli Stati Uniti, nominandolo ministro dell’Agricoltura e dei Territori, oltre ad aver effettuato 28 rimpasti in tutti i rami dell’alto comando militare. In queste circostanze, si prevede una sorta di “istituzionalizzazione forzata” per prevenire tentativi di colpo di stato che potrebbero destabilizzare il piano triennale imposto dalla Casa Bianca. Vale la pena notare che i dati indicano che il candidato dell’opposizione Edmundo González ha vinto con ampio margine alle ultime elezioni presidenziali, persino nei seggi elettorali vicini alle basi militari, nonostante le enormi pressioni e le estreme persecuzioni. Pertanto, è essenziale comprendere l’abisso tra una leadership militare arricchita e un corpo di ufficiali e truppa sempre più impoverito.
Da parte sua, il PSUV ha perso il suo fervore ideologico e si è radicato come una macchina burocratica dedita esclusivamente al mantenimento del potere attraverso il controllo sociale ed elettorale. Il PSUV ha mantenuto un silenzio significativo riguardo all’adozione di misure ideologicamente diametralmente opposte al “Plan de la Patria” (Piano della Patria) e alle concezioni stataliste e nazionaliste dell’“eterno chavismo”. Ciò lo ha relegato in gran parte ai margini dell’attuale dibattito politico, limitandosi a organizzare occasionali manifestazioni scarsamente partecipate.
Il PSUV funge da strumento di controllo, distribuzione della ricchezza e disciplina politica. Oggi, il suo obiettivo primario, senza possibilità di disobbedienza o dissenso, è quello di mantenere la coesione del blocco di governo e gestire le “lealtà”, piuttosto che offrire una piattaforma politica. Pertanto, il partito fondato da Hugo Chávez è una sorta di cinghia di trasmissione per il cosiddetto “Alto Comando Politico-Militare della Rivoluzione Bolivariana”, infiltrato ai massimi livelli della burocrazia.
Il PSUV sembra operare in una sorta di “ritirata tattica”: coopera selettivamente con gli Stati Uniti per sopravvivere e abbraccia nuove direttive liberali straniere, ora prive di qualsiasi inclinazione “socialista”. Il cambio di rotta del governo, che elimina il rosso dai suoi striscioni e cartelloni pubblicitari e parla di “efficienza e investimenti esteri”, si scontra frontalmente con la posizione “anticapitalista” del PSUV. Al suo interno, l’ala più radicale del chavismo si sta consolidando per evitare di essere inghiottita dal regime ad interim del “Rodrigato” (incentrato sui fratelli Delcy e José Rodríguez, lei presidente ad interim e lui presidente dell’Assemblea nazionale e primo in linea di successione). I suoi leader, tra cui Diosdado Cabello, corrono il costante rischio di essere rimossi dall’incarico e persino incarcerati negli Stati Uniti, poiché pendono su di loro ricompense multimilionarie.
Nel caso di Cabello, la ricompensa per la sua cattura ed estradizione ammonta a 25 milioni di dollari (una somma simile a quella offerta per Bin Laden). Tutto ciò, tuttavia, non gli impedisce di ricoprire la carica di ministro dell’Interno e della Giustizia e di radicarsi in una narrazione di resistenza e denuncia. In linea con questo tipo di discorso, vengono organizzate marce, manifestazioni ed eventi in cui vengono scanditi slogan antimperialisti senza alcuna significativa conseguenza pratica. Piuttosto, queste dimostrazioni vengono osservate dalla burocrazia riciclata con un lieve senso di stanchezza e fastidio.
La “borghesia bolivariana” (l’élite imprenditoriale che si è arricchita attraverso la corruzione statale durante l’era chavista) sta attraversando un processo di maturazione e riorganizzazione. La “borghesia bolivariana” non dipende più esclusivamente da contratti gonfiati con uno stato in bancarotta, ma cerca di legittimarsi come capitalisti “seri”: da tempo gestisce attività commerciali formali e ben note al pubblico, attività che appaiono “normali”, ed è la principale beneficiaria dell’apertura economica controllata. Questa apertura le consente anche di riciclare denaro investendo in banche, immobili di lusso, bodegones (negozi che vendono merci d’importazione) e casinò, oltre a continuare a coltivare rapporti commerciali con l’ala dell’opposizione, direttamente o indirettamente “collaboratrice”, che finanzia e controlla.
La “borghesia bolivariana” ha bisogno di un certo grado di stabilità politica e di riconoscimento internazionale per proteggere i propri beni e muoversi verso il modello che sogna, un “capitalismo autoritario” (in stile russo?), all’interno del quale possa gestire attività commerciali, lecite e non, con la sicurezza giuridica del proprio capitale, ma sotto il controllo politico di un regime che la protegga.
La “borghesia bolivariana” non è scomparsa; si sta piuttosto riadattando alla nuova fase di liberalizzazione economica selettiva. I suoi membri hanno due obiettivi principali: mantenere l’accesso allo stato e entrare in settori con rapidi profitti, in particolare petrolio, importazioni, finanza, industria mineraria, telecomunicazioni e attività commerciali ad alto margine di profitto.
La caratteristica più importante è che questa élite economica non mira necessariamente ad aumentare la produttività nel lungo termine, bensì ad adattarsi alla struttura delle opportunità rese possibili dal potere politico.
Sebbene sia vero che alcuni dei suoi membri siano stati arrestati o perseguitati a causa di lotte intestine tra clan che si spartiscono lo stato come fossero appezzamenti di terreno, non sembra esserci un’offensiva frontale contro di loro. In questo modo, aspirano a essere in prima linea nella corsa alle privatizzazioni “in stile russo”, con enormi fondi pubblici che saranno messi all’asta a prezzi stracciati se le cose continueranno su questa strada di “autoritarismo controllato dai tutori”.
Scenari estremamente incerti
Il breve termine sembra essere caratterizzato da una combinazione di parziale sollievo finanziario (derivante dall’allentamento delle sanzioni e dalla graduale reintegrazione del Venezuela nel sistema finanziario internazionale), dalla persistente fragilità politica dovuta a un governo non eletto con un elevato livello di disapprovazione popolare e dall’estrema dipendenza dal petrolio, praticamente l’unica fonte di valuta estera del paese. Se le esportazioni di petrolio continueranno a riprendersi e le banche pubbliche saranno in grado di operare più agevolmente – ad esempio, riducendo gli elevatissimi requisiti di riserva, che attualmente si attestano al 73% (il più alto al mondo) – si potrebbe assistere a una relativa stabilizzazione del tasso di cambio e degli scambi commerciali. Tuttavia, ciò non risolverà gravi problemi strutturali come i salari bassissimi, il deterioramento estremo dei servizi pubblici, la persecuzione politica (ci sono ancora più di 600 prigionieri politici) e l’incapacità di attrarre investimenti produttivi significativi.
Nella migliore delle ipotesi, il Venezuela potrebbe entrare in una fase di stabilizzazione negoziata, con un calendario elettorale chiaro che porti a elezioni veramente libere entro pochi mesi. Nella peggiore delle ipotesi, questa apertura potrebbe impantanarsi nell’incertezza giuridica, nel conflitto politico, nella repressione statale e nella debolezza istituzionale. In entrambi gli scenari, ci sarà crescita economica, ma sarà ben lontana dal potenziale necessario per rivitalizzare l’economia e iniziare a ripristinare il benessere sociale dei lavoratori, tragicamente distrutto dopo il crollo del sistema cleptocratico basato sulla rendita. È proprio dai lavoratori che emerge ciò che sia il governo ad interim che il suo sostenitore statunitense sembrano sottovalutare: la crescente mobilitazione sociale che chiede salari e condizioni di lavoro dignitosi. In un paese in cui tutto viene negoziato dall’alto verso il basso, la pressione dal basso potrebbe rivelarsi quella più difficile da gestire.
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