Appunti per una discussione, di Giuliana Commisso (dal sito dell’AMR “Controvento”)
riceviamo e pubblichiamo volentieri per favorire il riflessione e confronto sulla guerra e i suoi effetti in una stagione di imperialismo di attrito
Dobbiamo dare un nome collettivo a un processo che molti di noi stanno già vivendo sulla propria pelle, spesso senza avere gli strumenti per decodificarlo, denunciando il nesso inscindibile, eppure quasi invisibile, tra l’Economia di Guerra Permanente e lo smantellamento sistematico dello Stato sociale.
La guerra contemporanea non è più una scacchiera definita; è un ronzio silenzioso di server farm, è un algoritmo che uccide senza rimorso. Ma non è solo tecnologia: è la forma estrema che il capitalismo assume per sopravvivere alla sua stessa crisi di valore.
Oggi la scienza, che Marx definiva “forza immediatamente produttiva”, non è usata per liberare il tempo o curare malattie tropicali, ma per massimizzare la “composizione tecnica del capitale” in armamenti dual-use. Siamo di fronte a un paradosso tragico: mentre si taglia la sanità e si nega il diritto d’asilo, lo Stato investe miliardi in tecnologie di distruzione che servono a drenare il plusvalore che il mercato civile non riesce più ad assorbire.
Non siamo di fronte a una crisi passeggera, a una nuvola che passerà. Siamo di fronte a una vera e propria mutazione genetica del capitalismo. Quando il sistema non riesce più a generare valore dal “lavoro vivo”, quando non sa più estrarre profitto dal benessere e dal progresso civile, si rifugia in quella che dobbiamo chiamare con il suo nome: una “thanato-economia”. Un’economia della morte, dove il profitto non nasce più dalla costruzione e gestione della vita (biopolitica), ma dalla distruzione dei territori e dal controllo tecnologico dei corpi.
Dobbiamo dircelo chiaramente: lo Stato ha cambiato pelle. Non si presenta più a noi come il garante dei diritti universali e del benessere della popolazione, ma come un “Crisis Manager” autoritario. Un amministratore di condominio che gestisce la scarsità di risorse per noi, mentre finanzia senza batter ciglio la ricerca bellica.
Ricordiamocelo ogni volta che ci dicono che “non ci sono soldi”: ogni euro investito in un missile ipersonico è un euro sottratto alla sanità calabrese, agli asili nido delle nostre periferie, alle pensioni di chi ha lavorato una vita. È il passaggio definitivo dal welfare al warfare. Il costo totale complessivo (stimato dal 2001 al 2050) per gli USA dopo l’11 settembre, incluse le spese già effettuate e gli obblighi futuri, è di circa 8.000 miliardi di dollari.
E questa guerra non è più solo “altrove”. La guerra si è ‘interiorizzata’ attraverso l’algoritmo. Lo vediamo nel caso del “Distaccamento 201” negli USA, dove i vertici di Meta e OpenAI vestono l’uniforme diventando ufficiali militari. La distinzione tra l’IA che usiamo per scrivere una mail e la macchina bellica è ormai evaporata.
Affronto brevemente tre punti chiave per introdurre e suscitare un dibattito:
- Il complesso digitale-militare-finanziario e il dominio del codice algoritmico;
- La guerra come asset finanziario e l’inganno occupazionale; e, infine, ma non in ultimo,
- Il circolo vizioso dell’economia degli armamenti e la questione delle vecchie e nuove resistenze.
Oltre il Complesso Militare-Industriale: Il Dominio del Codice Algoritmico
Dobbiamo capire che questa non è la guerra del secolo scorso. Se il vecchio “Keynesismo militare” fordista creava occupazione industriale per costruire hardware – acciaio, carri armati, munizioni – l’economia odierna ha fatto un salto di specie. Siamo nel regno del Complesso Digitale-Militare-Finanziario.
Oggi la superiorità bellica non si misura più con la lunghezza delle catene di montaggio, ma con la velocità del codice, la precisione degli algoritmi e la potenza dell’infrastruttura cloud.
Il nuovo modello punta alla “dematerializzazione”. Produrre un drone richiede meno operai e più ingegneri informatici. L’impatto occupazionale si riduce e si sposta drammaticamente dalle “tute blu” ai “camici bianchi” del software. Il valore si accumula nei poli tecnologici della Silicon Valley o di Tel Aviv, non nel benessere diffuso delle nostre comunità. Il complesso digitale-militare-finanziario crea un ecosistema in cui l’innovazione tecnologica civile viene immediatamente drenata verso il settore difesa, e i profitti derivanti dai contratti governativi alimentano i mercati finanziari globali, slegandosi dalla creazione di posti di lavoro manifatturieri locali. Il mercato azionario USA nel pieno della guerra in Iran raggiunge standard storici mai visti.
In questo scenario, la guerra non è più un evento eccezionale, ma la condizione strutturale dell’economia digitale. Se nel ‘900 lo Stato finanziava le fabbriche per far ripartire i consumi, oggi finanzia i colossi tech per sviluppare tecnologie “duali”.
Cosa significa “duale”? Significa che la tecnologia che sorveglia i nostri dati sui social è la stessa che serve a puntare un obiettivo in un teatro di guerra.
Guardiamo agli esempi che abbiamo davanti:
- Aziende come Palantir forniscono il “sistema nervoso” per il In Ucraina, a Gaza, e in Libano l’integrazione di dati satellitari e IA permette di individuare “obiettivi” in tempo reale, trasformando lo sterminio in un calcolo statistico.
- Il ruolo di SpaceX: con Starlink, un privato cittadino possiede un’infrastruttura indispensabile per la logistica militare mondiale, superando la sovranità degli Stati.
- Software come Lavender — sperimentato tragicamente a Gaza per generare liste di bersagli umani — decidono chi è “eccedente”. La tecnologia che usiamo negli uffici è la stessa che guida i droni: la vita umana è ridotta a codice sorgente sacrificabile.
A questi esempi, c’è da aggiungere le sanzioni. La guerra contemporanea si combatte escludendo intere nazioni dai circuiti finanziari (SWIFT). La finanza diventa l’arma, rendendo i banchieri centrali e i manager dei fondi attori strategici tanto quanto i generali.
- La Guerra come Categoria Finanziaria e l’Inganno Occupazionale
In questo scenario, la guerra è diventata un’opportunità finanziaria, una “Asset Class”. I grandi fondi d’investimento come BlackRock e Vanguard giocano su entrambi i lati della scacchiera: dopo aver assorbito i risparmi pensionistici investiti in borsa, scommettono contemporaneamente sulla distruzione – finanziando colossi come Lockheed Martin o Amazon – e sulla ricostruzione delle future “smart city” che sorgeranno sulle macerie. Prima si demolisce, poi si specula sulla ricostruzione hi-tech.
E qui arriviamo al grande inganno che tocca direttamente il mondo del lavoro. Le aziende e il Governo Meloni ci presentano la riconversione bellica come l’antidoto magico alla cassa integrazione.
Dicono agli operai della Berco, o a quelli dell’automotive in crisi: “Non preoccupatevi, se l’auto elettrica non va, costruiremo carri armati”. Lo vediamo ovunque: in Germania, la Volkswagen di Osnabrück passa a Rheinmetall; in Francia, Renault punta sui droni; in Italia, Leonardo acquista il settore difesa di Iveco.
Ma attenzione: questa non è “piena occupazione”. È una trappola. L’industria militare di oggi è ad altissima intensità di capitale, non di manodopera. I contratti multimiliardari assegnati dal Pentagono a Microsoft, Amazon e Google per la gestione del cloud militare mostrano come il cuore della spesa bellica si sia spostato dalla costruzione di hangar fisici alla creazione di “nuvole” di dati protette. Un miliardo investito nella difesa crea molti meno posti di lavoro rispetto a un miliardo investito nella sanità, nella scuola o nella transizione ecologica vera.
Mentre l’AD di Leonardo, Cingolani, vanta assunzioni nelle materie STEM, noi dobbiamo chiederci: che fine fa la famosa classe media industriale? Che fine fa il suo saper fare? Questa intelligenza collettiva viene sottratta alla risoluzione della crisi idrica o del dissesto idrogeologico per essere asservita alla velocità di puntamento di un drone. Stiamo svendendo il nostro futuro per una produzione che non genera vita, ma morte. La guerra non “mette al lavoro la nazione” (come nel tramontato modello fordista), ma è la condizione strutturale e permanente dell’economia digitale, che innesca un circolo vizioso perverso. E qui arrivo all’ultimo punto del mio intervento.
- Il Circolo Vizioso e la questione delle vecchie e nuove resistenze
Si è innescato un circolo vizioso perverso: le industrie riconvertite producono armi che generano crisi umanitarie. L’intervento umanitario viene poi usato per “normalizzare” la presenza militare nei territori cosiddetti critici. E infine, gli stessi fondi che hanno finanziato le armi si candidano a gestire gli appalti della ricostruzione. E tutto questo avviene nel “segreto”. Le riconversioni avvengono nel silenzio delle segrete stanze. I lavoratori sono vincolati a una segretezza ferrea, minacciati dal Codice Penale. Vogliono impedire che la cittadinanza capisca che la fabbrica sotto casa non produce più componenti civili, ma strumenti di morte. Chi si oppone viene criminalizzato, il dissenso viene trattato come un “disturbo” di un ordine militarizzato.
È un cerchio perfetto che si chiude sulla pelle dei popoli. In questo scenario, l’istanza umanitaria rischia di diventare una “foglia di fico” o un “cavallo di Troia” che nasconde finalità puramente commerciali e industriali.
Che fare? Aspettiamo un 25 aprile, o un Primo Maggio da celebrare per illuderci di starne fuori? Se la guerra è diventata struttura, la nostra resistenza non può essere solo un grido pacifista. Deve essere una resistenza materiale, sindacale e politica.
Le crepe nel sistema esistono già: pensiamo al coraggio dei portuali di Genova e Marsiglia che bloccano le navi cariche di armi o alle centinaia di iniziative per organizzare le oceaniche mobilitazioni per la Palestina in Italia e nel mondo.
Tre sfide urgenti
Tre domande che devono diventare azione:
- Ai sindacati: come possiamo rifiutare il ricatto della “sicurezza del posto di lavoro” legata alle armi? Come possiamo disancorare le lotte sindacali dalla difesa dell’occupazione nell’economia degli armamenti? Quali strumenti (tattici e strategici) si intende adottare per pretendere investimenti pubblici per una riconversione ecologica e civile?
- Agli operatori umanitari: di quali strumenti di lotta dobbiamo dotarci per impedire che la solidarietà sia sussidiaria e suppletiva di uno stato sociale smantellato? Quali alleanze possiamo creare a livello internazionale per sottrarre l’aiuto umanitario alla logica dei fondi speculativi ed impedire che la ricostruzione diventi un altro banchetto per BlackRock?
- A chi porta avanti la memoria storica della Resistenza: quali pratiche possiamo mettere in atto per opporci a un’economia che considera i vecchi un peso e la guerra un’opportunità? Oggi la criminalizzazione del dissenso avviene attraverso l’estensione impropria di leggi antiterrorismo o definizioni ampie e improprie di “minaccia alla sicurezza”, e di “antisemitismo” non solo in USA e Israele – che tra i tanti atti genocidari ha appena introdotto la pena di morte, tramite impiccagione, per i palestinesi condannati per atti di terrorismo – ma anche in Di fronte al terrorismo di stato sia sul fronte interno che su quello esterno (Venezuela, Cuba, Medio Oriente), riaffermare il valore storico della resistenza dovrebbe equivalere a difendere il dissenso come pilastro della democrazia.
Rompiamo il “cavallo di troia” delle materie STEM asservite alla difesa.
Presidiamo la scuola e l’università per demilitarizzarle.
Il “Complesso Militare-Industriale” di Eisenhower si è evoluto, espandendosi per includere la finanza e, in maniera sempre più pervasiva, l’accademia. Nel XXI secolo, ci troviamo di fronte a un “Complesso Digitale-Militare- Finanziario e Accademico dove l’università non è più solo un serbatoio di conoscenza o un partner marginale, ma un attore centrale, un motore propulsore e un leggittimatore indispensabile delle nuove dinamiche di conflitto e sicurezza.
Non basta più chiedere che tacciano le armi. Dobbiamo smontare, pezzo per pezzo, l’economia che rende la guerra necessaria. La riconversione dell’industria civile verso il militare non è un’opportunità: è la resa incondizionata del progresso umano al profitto più becero.
Il nostro obiettivo è iniziare a comporre un mosaico di lotte. Un coro che dica, con una voce sola: la nostra intelligenza, il nostro impegno e i nostri territori non sono un laboratorio per i vostri esperimenti di morte. La nostra vita non è il vostro laboratorio.
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