Storia di un pomeriggio di ordinaria “apprensione”. Sensazioni tragicomiche di repressione.
Dopo quasi due mesi d’isolamento completo, confinato in casa e uscendo a piedi solo per le basiche necessità alimentari al supermercato qui di lato, ieri ho avuto il bisogno, non più procrastinabile, di dovermi recare in centro città, in Corso Garibaldi, che dista pochi chilometri da dove risiedo. Devo usare l’auto in quanto i mezzi pubblici non seguono i normali orari e con le corse distanziatissime tra loro mi richiederebbe moltissimo tempo e inoltre nemmeno ritengo conveniente infilarmi in un autobus ora. La cosa non mi piace ma mi tocca e devo andare. Sono “armato” di regolare autocertificazione ai sensi degli art. 46 e 47 del DPR 445/2000. Le motivazioni dello spostamento, l’ho verificato e riverificato, ricadono nel caso di “assoluta urgenza” per trasferimenti in Comune diverso come previsto dall’art.1, comma 1, lettera b del DPCM del 22 Marzo 2020. Ho praticamente dovuto fare un corso di diritto ma sono quasi sicuro (perchè di certamente sicuro contro l’eventuale arbitrio non c’è nulla) di non essere “illegale” ma la cosa non mi lascia comunque tranquillo e porto con me un’intera borsa di documenti che possano provarlo. Sono le 16,45. Salgo in auto, metto in moto e parto ed al primo incrocio trovo una pattuglia della GdF… i giallo-verdi mi vedono, mi osservano e mi “puntano” con lo sguardo. Io ho la mascherina alzata fino agli occhi e procedo con ossequioso rispetto del codice della strada; mentre gli transito davanti mi scrutano attentamente dal finestrino abbassandosi a mo’ di genuflessione per ispezionare meglio chi altro fosse presente nell’abitacolo. Sono da solo e per fortuna non mi fermano e lento lento tiro dritto… è andata bene perché non è proprio il momento di prendere una multa di 500 o 600 euro con annessa denuncia penale per una questione interpretativa delle norme o per la discrezionalità delle guardie di turno. No, non è proprio il momento! Proseguo e quasi giunto a destinazione, all’altezza di via Tartaglia, mi si accosta un’auto della Polizia di Stato… sono in due e mi guardano di traverso, in cagnesco. In strada c’è poco traffico e mi sento di nuovo “nel mirino” ma improvvisamente la volante dà una brusca accelerata azionando d’improvviso la sirena e mi supera, mi distanzia velocemente, mentre io proseguo disciplinatamente a 48 Km/h. Sono andati… ma questo clima non mi piace neanche un po’! No, non mi piace ma sono quasi arrivato e dopo aver parcheggiato l’auto fuori dalla zona a traffico veicolare limitato del centro mi avvio a piedi verso la mia destinazione che è adiacente alla medievale Torre della Pallata. Sul corso principale i negozi sono tutti chiusi, tranne qualche bottega di alimentari, i fruttivendoli ed i tabaccai. Il resto è tutto chiuso con avvisi ormai sbiaditi e macilenti appesi alle serrande impolverate “chiuso per coronavirus”. Alle 17,15 sono arrivato e salgo. Dovrei sbrigarmi in fretta, una cosa di pochi minuti per consegnare dei documenti e poi via di nuovo verso casa. Infatti nel giro di poco risolvo la questione e scendo frettolosamente per le scale pronto ad affrontare il percorso di ritorno. Apro il pesante portone ed esco sul marciapiede trovandomi circondato, senza nemmeno rendermene conto, da un nutrito drappello di Vigili della Polizia locale di ronda a piedi, che nel frattempo si è posizionato e staziona proprio fuori dal portone del palazzo per controllare i passanti. Sono spacciato! Un qualsiasi tentativo di rientrare sarebbe interpretato come un comportamento sospetto di “autodenuncia”. Sono accerchiato e mi trovo praticamente in mezzo a loro con il portone che ormai si è richiuso alle mie spalle. Sono in cinque, tutte donne, tutte ben armate di manganello e pistola nella fondina con fare minaccioso e ringhioso verso chiunque transiti nella pubblica via. Una di loro brandisce lo sfollagente dalla parte del manico battendolo in modo ritmato sul palmo della mano e sembra proprio impaziente di testarne la qualità sulla testa di qualche malcapitato con giustificazione poco valida circa il suo andar per la pubblica via, ed io lì appena uscito dall’androne e ormai alla loro mercé sono un potenziale criminale in flagranza di reato. Gli attimi sono interminabili e sento dieci occhi addosso per avergli imperdonabilmente aperto la pesante porta praticamente addosso, mentre dovrei, nei loro pensieri, restarmene rinchiuso là dentro, almeno fino a prova contraria. Attimi di tensione e clima pesante… No, questo clima non mi piace neanche un po’! Con estrema naturalezza mi alzo la mascherina sul volto, mi allaccio i bottoni della giacca e attraverso la piccola guarnigione dallo sguardo incazzato riuscendo a svicolare frettolosamente e determinato per il mio cammino, come chi sa cosa deve fare e dove deve andare senza dar sospetto sul motivo per il quale si trova ad andar per strada. E’ fatta! Seguo a passi rapidi e veloci per riprendere l’auto parcheggiata nella zona della ex Poliambulanza… e via. Metto in moto e riparto risalendo via Calatafimi e via Lupi di Toscana, fino al semaforo che incrocia con la Leonardo da Vinci che è rosso. Non ci sono macchine e staziono in prima fila lasciando scorrere i veicoli che scendono dalla Pusterla quando mi si affianca una macchina dei CC… sono in due e non portano mascherine ma vistosi foulard neri che più neri non si può a protezione del volto. L’apprensione diventa preoccupazione perché non hanno un’aria amichevole di chi vuol difendere i cittadini. Questa volta non può andarmi bene e sono già in procinto ad esibire i documenti. Dopo i fatti di Torino dei giorni scorsi sono pronto a dichiarare d’essere “un militante comunista con nulla da dichiarare”. Sigh! Mi osservano, mi analizzano attentamente e con la coda dell’occhio vedo che scrutano la mia vettura per trovarne una qualche visibile irregolarità o qualche futile pretesto. Sono malvestito e non mi do pace per questa leggerezza da “sovversivo” poco accorto, ma rimango nella posizione da principiante della guida con le mani ben in vista sul volante nella rigorosa posizione delle dieci e dieci con fare ben umile e disciplinato. Scatta il verde e svolto a sinistra per imboccare la via Volturno mentre loro proseguono in direzione via Veneto. Scampata bella! Seguendo per la Volturno nella direzione d’uscita dalla città incrocio due ambulanze a tutta velocità che seguono in direzione opposta, verso l’ospedale, ed a giudicare da quanto fischiano i loro malcapitati passeggeri non devono passarsela troppo bene. Transitando davanti dell’Iveco penso ai milioni di lavoratori e lavoratrici che sono costretti ad andare a lavorare in fabbriche e fabbrichette d’ogni tipo rischiando la pelle per quattro soldi e noi qui fuori a farci “mettere in riga”. Sono le 18 e arrivo in casa. Ho incontrato più guardie che civili. No, questo clima non mi piace neanche un po’.

Pietro Naviglio